Chi ignaro approda e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la sposa e i figli piccoli,
tornato a casa, festosi l’attorniano,
ma le Sirene col canto armonioso lo stregano,
sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri
umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano.
Omero, Odissea, Libro Dodicesimo
(Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

A un passo dai quarant’anni, Alban è un uomo, ma a volte si chiude nella sua stanza e gli piace pensare di essere ancora un ragazzino. Alto e massiccio, saluta sempre con una stretta di mano vigorosa e un sorriso un po’ insolente, tenendo la sigaretta accesa tra le dita. Vuole far credere a tutti di saperla più lunga degli altri, di aver vissuto molte vite, non tutte dentro la legalità. Si vanta di aver vissuto all’estero, di conoscere molte culture, di saper uscire dal ruolo tradizionale dell’uomo che non si occupa delle faccende domestiche, e così prepara il caffè turco, scalzando sua madre dalla cucina. Alban vuole essere protagonista indiscusso della scena. E tutte le battute sui suoi trascorsi fanno parte del personaggio che vuole rappresentare, quando fa accomodare i volontari italiani sul divano di casa sua. Si giostra tra due telefoni alzando appena un sopracciglio – tutti lo cercano, del resto.

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“Madamadorè ha perso sei figlie
[...]
paga il riscatto con le borse degli occhi
piene di foto di sogni interrotti”
(Volta la carta - F. De André)

L’ultima volta che avevo incontrato Gjon e Vera risaliva ormai a qualche mese prima, ero stata a trovarli poco prima di Pasqua e li avevo visti con le loro solite espressioni tristi stampate sul volto.
Lui faceva fatica ad alzare gli occhi dal suo bicchiere di raki, che si rigirava tra le mani, con i pensieri avvolti nella sua solita nebbia di malinconia. Lei era arrabbiata con la vita, che le ha riservato bocconi amari da digerire, tra cui una figlia uccisa per una vendetta assurda che si è presa anche i suoi ricordi più belli.
Sono tornata oggi, in una giornata torrida di luglio, con il volante che bolle tra le mani e l’acqua che luccica nel lago steso ad asciugare alla sinistra della strada deserta.

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Lindita è una donna, ma non solo. Lindita è un sorriso, una testa di riccioli biondi e una forza incredibile. Per anni è dovuta sottostare a un suocero duro e autoritario, che ha governato casa sua con il pugno di ferro della tradizione delle montagne: le donne lavorano in casa, l’uomo ha sempre ragione. Lindita vive per le sue figlie, per le quali ha deciso un futuro di studio e di libertà. Molte loro coetanee sono costrette ad abbandonare gli studi a 15 anni per poter assecondare la tradizione, che le vuole spose giovanissime a mariti più vecchi. A Tropoja le ragazze si sposano in Kossovo: “le vengono a prendere qui, perché hanno imparato a soffrire” dice lei.
Tropoja è una regione montuosa del nord dell’Albania, un contesto naturale meraviglioso, isolata geograficamente, e anche per questo, probabilmente, ancorata ad antiche consuetudini che valgono più della legge dello Stato.

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«Facciamo appello alle istituzioni albanesi affinché venga fatto tutto il possibile per assicurare alla giustizia i responsabili dell’omicidio di Mario Majollari e dare finalmente una risposta alla sua famiglia. Non c’è pace senza giustizia».

E' quanto dichiara in una nota Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito all'omicidio di Mario Majollari. Da fonti giornalistiche albanesi si apprende che l’unico accusato, Kastriot Gjuzi, è stato prosciolto dal tribunale per insufficienza di prove. Il 10 aprile 2018 il 28enne Mario Majollari, rimpatriato dalla Svezia dove la sua richiesta di protezione internazionale era stata rigettata, è stato ucciso a Tirana per sospetti motivi di vendetta di sangue, poiché suo padre nel 2000 aveva ucciso Ilir Gjuzi, fratello di Kastriot Gjuzi. A questo punto, ci si chiede chi abbia ucciso Mario Majollari e perché.

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Il 22 marzo 2019 i volontari di Operazione Colomba hanno realizzato una manifestazione nel centro pedonale di Scutari, per continuare a promuovere la Campagna di sensibilizzazione "Kundёr Gjakmarrjes", lanciata il 10 dicembre scorso.
I volontari hanno coinvolto i passanti spiegando l'obiettivo dell'iniziativa e chiedendo loro una foto con l'adesivo contenente il logo della campagna.
Per attirare le persone, era stata allestita una postazione con una cornice che ricalcava quella dei social network. A coronare l'evento sono stati distribuiti palloncini colorati con il simbolo della campagna, che hanno attirato anche molti bambini.
Alcuni passanti si sono fermati per condividere con i volontari la loro storia personale di vendetta.
 Speriamo che anche questa attività possa contribuire allo sviluppo di una pressione sociale che sostenga scelte di perdono e riconciliazione.

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