Sisifo e la montagna

Albania

Le montagne che ci circondano sembrano deserte, ma non è vero: non passiamo inosservati. Da qualunque punto della vallata siamo facilmente individuabili, stranieri in una terra dove si è riconosciuti anche solo dal rumore del proprio passo sulla pietra. Questi sono luoghi di cui si parla spesso, quasi mitici: inaccessibili, lontani, avvolti da un alone di mistero. Siamo arrivati a destinazione attraverso una valle incantevole, fatta di rocce e polle d’acque trasparente, camminando su un ponte di assi e seguendo i percorsi delle capre.

La vita è difficile qui – ci ripetono sempre; come le noci che assaggiamo, anche le donne che incontriamo ci offrono la loro tenerezza dopo aver aperto il guscio coriaceo. Si diffonde nell’aria l’odore di pane appena cotto, nella stanza dove il camino borbotta tra sé e sé. Tintinnano i bicchierini per il brindisi di benvenuto. Oggi si festeggia il santo, poco, ma si festeggia; certo, senza dimenticare chi è stato ucciso, senza dimenticare chi è in carcere perché si è vendicato, senza dimenticare il nero del lutto. I bambini ridono, momentaneamente spensierati, mentre una donna, affaticata come Sisifo, porta sulle sue spalle il peso di decisioni difficili e di responsabilità non volute. Deve badare alla terra, alle sorelle, alla madre, alle altre donne di casa. Deve decidere la rotta della sua famiglia: giustizia o vendetta, Stato o tradizione. Al momento tutti si muovono in un’ampia zona grigia, in cui pubblicamente si pretende una sanzione per chi ha spezzato due vite, mentre in privato si richiama il versamento del sangue. Riemergono prepotentemente i fantasmi di un codice antico, che qui, tra i covoni di fieno e i tralci di vite, pare essere l’unica legge vigente. Da queste parti, lo Stato sembra non esistere, se non fosse per una scuola minuscola che accoglie i figli della montagna.
Sisifo oggi sembra contenta: sorride, si presta agli scherzi di sua nipote, accoglie gli ospiti con orgoglio; chissà quanto si sente sola in questa vita di duro lavoro di contadina, chissà quanto è difficile rinunciare al sogno di una famiglia propria. Sisifo accompagna i suoi ospiti camminando leggera sulle pietre, sembra sfiorare appena il terreno, e intanto prova a chiedere aiuto. Si comporta da anziano capofamiglia, anche se non ha nemmeno quarant’anni. Gli avversari del suo clan sono lontani da qui, ma sempre pericolosi: non hanno concesso tregue temporanee e si teme chiuderanno in maniera definitiva la faccenda. Sisifo cerca alleati, o almeno amici fidati, poiché il rischio di essere uccisi è sempre alto. Pensa di affidare la sua storia alla saggezza di un vecchio prete straniero, e alla pressione delle istituzioni statali; magari è la volta che qualcosa di positivo accade. Intanto, sua madre mantiene accese le braci del desiderio di vendetta, mentre la sua giovanissima cognata si consuma di nostalgia attendendo il ritorno del suo sposo dal carcere, come una vedova bianca. Sisifo deve badare a tutte loro, a chi è detenuto altrove, e far fruttare terra e animali. Non ha tempo per sé, né per la leggerezza di una risata piena. Continua a trasportare il suo fardello di preoccupazioni sulla schiena, come le donne di queste parti portano le fascine di legna per affrontare il lungo e rigido inverno.
Chiediamo se sono pronti ad affrontare l’inverno; ci sono anni in cui la neve raggiunge i tre metri d’altezza. Rispondono che sono pronti, hanno formaggio e conserve di pomodori. Talvolta anche la speranza è sotto spirito, annebbiata dai litri di alcol che si bevono per dimenticare il dolore.

 

Sara