La simmetria della condivisione

Albania

Durante la formazione, in compagnia degli altri aspiranti volontari, dei volontari più navigati e degli ormai veterani responsabili di progetto, pensavo: caspita, seminare è un modo gentile per dire esportare!

Esportare, che brutta parola... per secoli ci siamo ostinati a esportare la nostra cultura, indubbiamente ritenuta la più evoluta, la più alta, la più complessa; abbiamo esportato i nostri credi e le nostre pratiche, le nostre ideologie e buone maniere, recitando costantemente la parte del buon civilizzatore, corso in aiuto del buon selvaggio, mentre subdoli puntavamo dritti al dominio e alla depredazione.

Seminare è un modo gentile per dire esportare: per secoli abbiamo recitato così diligentemente la nostra parte e declamato così meccanicamente le nostre battute, tutti intenti a costruire la nostra forza sulla soggiogazione altrui, che oggi quasi abbiamo iniziato a mentire anche a noi stessi, credendo davvero di agire per rincorrere il bene.
Seminare è esportare, seminare è esportare, seminare è esportare: che scoglio mi ero costruita! Uno scoglio duro e tagliente sul quale, per molti giorni in Albania, inevitabilmente sbattevo. Più iniziavo a sentirmi a casa, più mi scoprivo a sentirmi come una pericolosa traditrice, un’infiltrata resa tale da quello scoglio che provocandomi tagli e ferite piano piano erodeva il senso del mio essere lì, e con esso il mio entusiasmo all’azione rivolta verso l’esterno. Come potevo osare sentirmi parte di un gruppo se non ne condividevo l’obiettivo ultimo? Devo ragionare, pensai. E decisi di rubare all’antropologia qualche spunto di riflessione, quasi esigessi da essa una riparazione per la trasformazione in chiave grottesca della metafora sulla semina, dalla quale aveva strappato ogni valenza positiva recandomi tante pene.
Il mio ragionamento andò all’incirca così: premesso che seminare vuol dire esportare, cos’è che seminiamo-esportiamo? Noi cerchiamo di esportare semi: il seme della nonviolenza, il seme del perdono, il seme del superamento del dolore, il seme del rapportarsi criticamente, tenacemente e pacificamente con le istituzioni. Sul fatto che le nostre intenzioni siano buone non ci piove, pensai. Direi che anche i “prodotti” esportati siano senza dubbio di grande valore e di immenso pregio, da questo punto di vista siamo in una botte di ferro. Però continuava a non tornarmi qualcosa, non ero convinta. E capii che la mia fatica nasceva non tanto dal dubbio sul cosa esportare, quanto piuttosto all’azione stessa. Grazie a proficue chiacchierate si è accesa in me una lampadina (o meglio, me l’hanno accesa!): pensa all’effetto Martina, pensa al possibile effetto della nostra esportazione. Qualche anno fa studiai di un certo antropologo, il cui nome ora mi sfugge, che può essere esemplificativo al riguardo: spinto dalle più nobili intenzioni, sconsolato per ciò che credeva essere l’imminente estinzione della cultura nativa americana, dedicò parte della sua vita a trascrivere l’intero sistema cosmologico di una piccola etnia accerchiata dalle pressioni assimilazioniste e usurpatrici dei bianchi. Del tutto indifferenti al detto verba volant, scripta manent, per secoli e secoli questo pugno di esseri umani si era tramandato oralmente, in modo diligente, disciplinato e sorprendentemente democratico, miti d’origine, leggende e norme di coesione sociale. Quando, preso da un impeto etico di restituzione del prodotto etnografico finito, il nostro amico antropologo decise di elargire copie della sua opera ai protagonisti, ecco che l’opera stessa, sottraendosi al controllo dello studioso, innescò un suo utilizzo del tutto inaspettato: essendo stata percepita dai suoi protagonisti come attestazione di autenticità e prova del diritto originario che l’etnia avrebbe dovuto detenere sulle proprie terra, questa etnografia rinvigorì la resistenza culturale e la ribellione nei confronti dei piani di espropriazione perpetrati dai colonizzatori. Gli scontri che seguirono portarono alla morte di molti giovani indiani, e tra il doppio tessuto dei vestiti indossati in battaglia si trovò cucita la famosa etnografia in questione. Senza soffermarmi su un giudizio di valore circa la positività o meno degli effetti innescati dall’esportazione del modello etnografico nella nostra drammatica vicenda, esportazione che, in questo caso, origina dall’elaborazione in forma scritta attuata da un bianco a partire da fonti orali indiane, ciò che mi chiedo è: sarebbe onorevole, per quegli eroici indiani, essere considerati povere vittime in balia di un destino determinato dagli scritti di un bianco ignaro? Questa domanda mi è servita a fare chiarezza su ciò che davvero m’indigna quando ho a che fare con l’esportazione di modelli nostri in contesti altri: m’indigna, e certo questo già lo sapevo, l’arrogante pretesa di voler dare (esportare) senza voler ricevere, come se ricevere significasse abbassarsi, ammettere una falla nel proprio sistema che invece si presuppone perfetto e autosufficiente. Tale relazione che presuppone la forza del dare senza il bisogno di ricevere è una relazione asimmetrica, e l’asimmetria è sempre segnale di dominio e prevaricazione.
Ma c’è anche un’altra cosa che m’indigna, e questa nuova indignazione è una scoperta per la quale devo ringraziare il dannato scoglio, il progetto, la metafora della semina e l’Albania: m’indigna chi riesce a scorgere, e io per molto tempo per prima l’ho fatto, solo sopruso, dominazione, colonizzazione, contaminazione culturale e invasione di campo negli effetti dell’esportazione.
Perché così facendo è come se ogni giorno si negasse un po’ l’eroismo di quegli indiani, relegandoli a oggetti passivi, e quindi a vittime, a scarti dell’Occidente, a organi geneticamente modificati della globalizzazione. Gli effetti possono essere anche sempre innescati da una nostra esportazione, ma per esportare occorre sempre che ci sia un ricevente, un importatore che per quanto sia vulnerabile, indigente, impotente, sofferente, solo o emarginato, detiene sempre una propria capacità d’azione che lo porta a declinare a suo modo le nostre imposizioni buone o cattive che siano, spesso stupendoci e a volte, per fortuna, fregandoci.
Ed ecco che finalmente comprendo la metafora della semina: noi esportiamo semi, non kaki, né melograni. Se in Albania germoglieranno i frutti, non sarà soltanto perché noi abbiamo piantato semi esportati, ma soprattutto perché qualcun altro se ne sarà preso amorevolmente cura secondo le sue tradizioni agricole, le sue tecniche d’irrigazione e fertilizzazione. L’effetto del seme esportato e piantato, infatti, non è per niente scontato: tra il seminare e il raccogliere c’è sempre il coltivare, ed è in questo processo che, se tutto andrà bene, l’importazione si trasformerà in creativa appropriazione, in dinamismo culturale. Così però mi manca ancora un pezzetto, dico tra me e me: la relazione resta asimmetrica perché noi continuiamo a dare e a innescare effetti, ma non prendendo niente permaniamo presuntuosi. Lo scoglio ora si è disintegrato, ora è un piccolo sassolino: ridicolo ma fastidioso. Poi il giorno dei santi io e Giacomo andiamo al cimitero. Osserviamo, partecipiamo, sentiamo, condividiamo. E mi colgo a pensare: cosa porterò al cimitero quando tornerò in Italia? Ora i fiori mi sembrano tristi e inadeguati, un po’ sterili e poco significativi. Semplicemente non mi bastano più, non sono più abbastanza. Però i dolcetti, la frutta e la rakia forse sono un po’ troppo, sembrerei un po’ svitata. Allora si: ho trovato, potrei portare…
E ora il quadro è completo: l’Albania esporta in me dei semi, io amorevolmente li coltivo a mio piacimento, seguendo le mie attitudini e i miei bisogni, le mie tradizioni e le mie idee, i frutti che ne verranno fuori saranno il risultato della mia elaborazione e dell’esportazione degli altri.
La simmetria è ripristinata. Il sassolino non c’è più.