Colombia

Il 1997 è un anno chiave per il paramilitarismo. Carlos Castaño, originario di Antioquia, riesce infatti nel progetto di riunire molti piccoli gruppi paramilitari sparsi in tutto il Paese sotto la bandiera delle AUC (Autodefensas Unidas Campesinas), una organizzazione con un comando unificato. Obiettivo delle AUC è quello di contenere l'espansione della guerriglia, sottraendo al suo controllo le zone soggette al narcotraffico, principale fonte di finanziamento.

 

Per fare questo Castaño, così come moltissimi altri capi paramilitari in tutto il paese, concorda piani di violenza congiuntamente con l'esercito e le più alte cariche statali colombiane, allo scopo di controllare militarmente il territorio a scapito del massacro di migliaia di civili.
A causa delle forti pressioni internazionali nel 2002 il governo del presidente Alvaro Uribe Vèlez è costretto ad iniziare un processo  giuridico per il quale i gruppi armati al margine della legalità, come i gruppi paramilitari della Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) e la guerriglia, avrebbero potuto consegnare  le armi e reintegrarsi nella società civile nel processo conosciuto come “de-mobilizzazione”. Nel 2003 l'AUC firma così con il governo un accordo di de-mobilizzazione nel quale 32.000 membri di questa organizzazione armata ed i suoi comandanti dichiararono la fine delle operazioni paramilitari. Il governo presentò allora un progetto di legge conosciuto come alternativa penale che addirittura dava benefici ai combattenti che si de-mobilizzavano e confessavano i proprio crimini, ma ignorava totalmente le vittime proprio perché il Presidente cercava in tal modo di tutelarsi ed evitare che la sua complicità nell'operato dei paramilitari e dell'esercito venisse alla luce. Secondo la testimonianza di molti, in realtà la de-mobilizzazione fu  una farsa attraverso la quale molti contadini in cambio di un manciata di denaro si consegnarono alle autorità facendosi passare per combattenti, consegnando vecchie armi che furono dopo poche settimane rimpiazzate dai paramilitari con quelle nuove. A causa di ciò la pressione nazionale e internazionale si fece insistente e questa legge venne ritirata. Nel luglio 2005 venne  però approvato, seppure con numerose critiche e revisioni della stessa Corte, un emendamento  conosciuto come Legge 975, o Legge di Giustizia e Pace. La pena prevista per coloro che si de-mobilizzavano andava da 5 ad un massimo di 8 anni di carcere e  paradossalmente senza la necessità di una confessione piena dei crimini commessi. In quello stesso periodo iniziarono così i lavori della Fiscalia (magistratura) che consistevano in una sorta di confronto tra le vittime e i de-mobilizzati. Le vittime non potevano incontrare però direttamente gli assassini, ma potevano comunicare con loro in videoconferenza da città diverse o in stanze vicine. Alle vittime veniva chiesto di porre la loro domanda “Mi pregunta es...”, riguardo alla morte o alla sparizione dei familiari. Molto spesso le risposte date  non erano esaustive, gli ex-combattenti si limitavano a dire che non ricordavano, non sapevano o ammettevano di aver commesso errori. Alcuni nominavano come responsabili dei crimini, militari già deceduti e alla fine solo per poche centinaia di casi la denuncia e la responsabilità dei fatti appariva chiara ed esaustiva. Per la gente, con le ferite ancora  aperte, tutto appariva un'atroce burla. Di fatto dei 32.000 che si erano de-mobilizzati, solo 3.600 si sono presentati a giudizio; di questi, 600 sono stati condannati, gli altri sono rimasti impuniti. Fino a luglio 2007 è proseguita la registrazione delle denunce e delle inchieste, ma ancora non è iniziato un vero e proprio processo. In questo periodo, dai “confronti” è emersa anche l'esistenza di fosse comuni e 80 funzionari statali iniziarono a cercarle.
La creazione di fosse comuni e le sparizioni furono ordinate dai capi paramilitari in accordo con  la forza pubblica, la quale non poteva permettersi così tanti omicidi nei diversi distretti e nessun arresto o intervento per essi.  I  paramilitari creavano inoltre “falsi positivi” (uccisioni di innocenti fatti passare per guerriglieri) a favore dello stesso esercito. Nel 2008, in seguito alle insistenti investigazioni e ai processi, le famiglie dei paramilitari coinvolti, gli avvocati, i difensori dei diritti umani e le vittime ricevettero diverse minacce. Vennero assassinati accusatori e difensori dei paramilitari, 1200 membri già de-mobilizzati furono uccisi perché non rilasciassero informazioni  che avrebbero compromesso politici o uomini di potere. Nel frattempo il governo dichiarò la fine del paramilitarismo e l'inizio delle BACRIM (banda criminale), falsando quella che era ed è la realtà: le BACRIM altro non sono, infatti, che gli stessi paramilitari, tra cui anche quelli de-mobilizzati, che impuniti continuano a minacciare, uccidere e a collaborare in molte aree con la forza pubblica. Ad oggi sono attivi più di 70 gruppi paramilitari.
Nonostante gli sforzi del Governo di occultare la verità  scoppia lo scandalo della para-politica. Nell'aprile 2008 un terzo dei parlamentari fu indagato e 28 furono arrestati, il cerchio si chiuse intorno alla Presidenza. Venne indagato il cugino di Uribe il quale, anziché presentarsi alla magistratura, chiese asilo politico in Costa Rica. Le implicazioni del governo erano sempre più chiare; le testimonianze di alcuni capi paramilitari confermavano che l'obiettivo delle loro azioni non era solo la lotta alla guerriglia, ma l'adempimento degli interessi di impresari, politici e della forza pubblica. Nella zona di Urabà, nota per la produzione di banane, era ormai consolidata la pratica che le multinazionali, la Chiquita e la Dole, facessero accordi con i paramilitari perché questi difendessero i loro interessi. Grazie al finanziamento del narcotraffico il  controllo dei paramilitari  arrivava  ai  comuni  fino ad estendersi al governo stesso. Lo stesso Hace Hace, un capo paramilitare della zona di Urabà, dichiarò che ogni giorno arrivavano politici ed impresari che si riunivano con Castaño per pianificare le loro strategie. Uribe è alle strette, i grandi capi paramilitari potrebbero da un momento all'altro far emergere tutta la verità. Il Governo mette così in atto una strategia vincente per Uribe ed un colpo mortale per le migliaia di vittime che stavano ancora aspettando giustizia. Il 13 maggio del 2008 infatti, quattordici capi dell'AUC de-mobilizzati (tra i quali Mancuso e Berna) furono estradati negli Stati Uniti per rispondere ai crimini relativi al solo narcotraffico. La decisione del governo di permettere la loro estradizione si basava sull'argomentazione che non cooperavano a sufficienza e che continuavano a delinquere anche dopo l'ingresso nel programma di Giustizia e Pace. Quelli che non furono estradati continuarono a negarsi ai processi, o a non dare informazioni sino, alcuni, a darsi malati. Alla fine di luglio 2008 rimase quindi, come testimone chiave, solo Hace Hace il quale ha confermato l'attuazione di 11.000 delitti. Anche in questo caso, il governo intimorito dalle dichiarazioni del comandante paramilitare che coinvolgono sempre più da vicino la cupola governativa, estrada Hace Hace. Le organizzazioni delle vittime protestano duramente perché nessuno dei quattro punti della Legge Giustizia e Pace (verità, giustizia, riparazione e non ripetizione) è stato rispettato e perché l'estradizione di tutti questi assassini ha definitivamente tolto la speranza  di conoscere tutta la verità su migliaia di uccisioni rimaste impunite.  Nel 2010 le cose non appaiono diverse, le minacce, alle famiglie dei paramilitari, ai giornalisti continuano e continuano a morire difensori dei diritti umani, magistrati e leader di organizzazioni per le vittime. Alla fine del processo-farsa si sono avute 2 condanne parziali per 11 omicidi, è stata riconosciuta la responsabilità per lo sfollamento di sole 300 famiglie, a 973 famiglie è stato riconsegnato il corpo del famigliare ucciso, mentre 48.000 risultano ancora scomparsi.

Nonostante le critiche, l'ingiustizia prevale...

Durante la sua redazione e messa in pratica, questa legge fu criticata dai gruppi dei diritti umani e dalle Nazioni Unite. Le loro critiche consideravano che potesse essere troppo generoso offrire pene dai 5 agli 8 anni per i delitti tanto gravi che gli stessi confessavano o che lo stato poteva provare in seguito alle indagini. Un'altra critica riguardava il fatto che il tempo per le investigazioni o per i processi di accusa che aiutassero a generare materiale probatorio, fosse molto limitato.
Le Nazione Unite mediante il loro portavoce, Michael Frühling, hanno criticato il fatto che la realizzazione di una totale confessione non fosse considerata un requisito del processo, ma che si esigesse piuttosto una sorta di versione libera relativamente alle attività criminali dei de-mobilizzati. Questo, secondo le Nazioni Unite, avrebbe costituito un ostacolo per il piano di desmantellamento del paramilitarismo e della riparazione delle vittime.  La Corte emise così un  verdetto dove dichiarò che chiunque si appellava alla legge doveva ottemperare giustamente alle risoluzioni della legge, come la confessione totale dei delitti, la riparazione e la verità ed il non tornare a delinquere;   dichiarò inoltre che le vittime potevano intervenire e dovevano essere informate di tutto il processo legale. Alle persone direttamente colpite, i coniugi e anche i familiari, veniva riconosciuto lo status di vittime. Lo stesso Michael Frühling, in un rapporto dell'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riguardo il paese sudamericano nel 2005,  denunciò i costanti abusi contro la popolazione civile da parte di guerriglieri, paramilitari e forza pubblica, che pesavano sul costante aumento della violenza nel conflitto. Il rapporto segnalava che  si perpetuavano gli omicidi, gli attacchi e le minacce contro i civili da parte del paramilitari, i quali si trovavano nella fase finale del processo di de-mobilizzazione sotto il governo del Presidente Alvaro Uribe Velez.
I gruppi guerriglieri delle FARC e dell'ELN, da parte loro, proseguirono con l'uso di mine antiuomo, il reclutamento di minori, il dislocamento forzato e i sequestri, mentre alcune Forze dello Stato, in nome della chiamata politica per la sicurezza democratica, realizzarono attacchi  aerei indiscriminati, utilizzarono bambini come informatori, bloccarono il trasporto di persone, alimenti e beni comuni e addirittura si resero responsabili di violenza contro le donne. Frühling affermò che “in Colombia continuano ad esserci circa 20 milioni di poveri”, un paese che ha più di 40 milioni di abitanti. Annotò inoltre: “continua tristemente ad esserci una situazione di mancato rispetto del Diritto Internazionale Umanitario perpetuata da molti anni da questi gruppi armati illegali”. Il rapporto mette in risalto il fatto che la disuguaglianza sociale continua ad aumentare, in  particolare nei gruppi di donne, indigeni e bambini, impedisce o limita l'accesso all'educazione, alla salute e al mondo del lavoro. In una delle sue parti il rapporto afferma che:
“La nuova legge include nel suo testo i diritti alla verità, alla giustizia e al risarcimento delle vittime, in risposta alle osservazioni formulate dall'ufficio. Nonostante ciò, queste disposizioni non sono compatibili con altre della legge. Mancano anche meccanismi adeguati per rendere effettivi i diritti alla verità, alla giustizia e al risarcimento. In particolare, la legge non esige la piena collaborazione del de-mobilizzato con la giustizia. La legge non esige il suo contributo effettivo per il chiarimento degli atti. Non è possibile fare giustizia né garantire il risarcimento senza chiarire la verità”.
L'ONU esigette dallo Stato colombiano che, oltre a riformare la legge menzionata, ponesse fine ai legami tra le forze statali ed i paramilitari, adottando un piano di azione riguardante i diritti umani, aprisse le investigazioni sulle scomparse e sulle esecuzioni extra-giudiziarie e, affrontasse la povertà e lottasse contro l'impunità. Ai gruppi armati illegali impose la fine dei sequestri, delle estorsioni, degli attacchi alla popolazione civile e l'uso di mine antiuomo.
Purtroppo a nulla sono servite tutte le critiche; la gente ha dovuto assistere impotente alla falsa de-mobilizzazione, ai processi farsa, alle minacce continue. Solo una piccola parte di politici, militari e paramilitari stanno scontando la pena in carcere. I maggiori responsabili sono liberi o stanno scontando irrisorie pene mantenendo nascosti luoghi, omicidi, responsabilità di cui sanno e di cui  forse non parleranno mai. Certamente molte associazioni, molte donne e uomini, vittime e cercatori di verità non si sono ancora arresi e continuano la loro ricerca consapevoli che senza Giustizia non ci sarà mai Pace.

Il materiale dal quale abbiamo preso spunto per il report viene da Caracol Noticias tramite Wikipedia, dal sito www.nuovacolombia.net  e dal video “Impunity” di Juan Josè Lozano e Hollman Morris.