Colombia

Nel Report del mese di luglio e su un nostro articolo pubblicato sul sito di Operazione Colomba lo scorso 20 agosto, avevamo approfondito il tema della contestata “Legge 975 di Giustizia e Pace”, che citava in uno dei suoi quattro punti, una forma di riparazione economica alle vittime.
A tale scopo fu presentata al Congresso, il 27 settembre 2010, dallo stesso Presidente Manuel Santos, una legge che prevedeva un fondo di 25 miliardi di dollari da destinare alle vittime.

Alla presenza di un ospite d'eccezione - il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon - lo scorso 10 giugno, tale legge è stata resa vigente a Bogotà con il nome di “Legge di riparazione alle vittime del conflitto armato e restituzione delle terre”. “È una giornata storica e di speranza nazionale. Una giornata nella quale i colombiani e il mondo intero sono testimoni della volontà di uno Stato di pagare il suo debito morale con le vittime della violenza, anche se con anni di ritardo”, così ha dichiarato il presidente colombiano Juan Manule Santos dopo aver firmato l’importante documento.
Il mondo ha applaudito a tale legge come di fronte ad un evento storico da leggersi come modello di riparazione alle vittime e conseguente ammissione dell'esistenza di un conflitto armato nel paese sud-americano, fino ad ora negato.
Ancora una volta però è impossibile non chiederci: è davvero tutto oro quello che luccica?
Non c'è dubbio che dopo due decadi di sfollamenti massivi, nei quali milioni di contadini sono stati obbligati ad abbandonare le proprie terre, con conseguenze a livello sociale, economico, politico e culturale, sia “lodabile” che il governo centrale assuma il dovere costituzionale di proteggere tutti i cittadini e come disposto nel quadro giuridico internazionale e dello sfollamento forzato, si tenga oggi nell'agenda pubblica la restituzione delle terre usurpate alle vittime. Per questo la società civile dovrebbe accompagnare questo processo come garante che effettivamente le politiche che si disegnano a tal proposito compiano con i fini sociali pretesi, con il prevalere della verità, della giustizia, della riparazione integrale e con la garanzia della non ripetizione degli atti delittuosi.
Guardando pero' al di là dell'iniziale enfasi scaturita da questa legge, non si può fare a meno di fermarci su alcuni numeri che danno una corretta visione della realtà.
Secondo le prime formulazioni, infatti, il risarcimento doveva essere destinato a tutte le persone che hanno vissuto il conflitto armato colombiano negli ultimi 50 anni, mentre nella sua versione definitiva è previsto il risarcimento solo per i circa 4 milioni di persone che sono state vittime di gruppi guerriglieri, forze paramilitari e agenti della forza pubblica a partire dal 1985.
Per quanto riguarda la restituzione di terre si parla di circa 400 mila famiglie che dal 1991 sono state costrette con la forza ad abbandonare i propri terreni. La legge rimarrà in vigore per 10 anni e la sfida più difficile sembra essere proprio quella di riuscire a restituire ai contadini sfollati 2 milioni di ettari di terra, come previsto dalla Legge, dimenticandosi che dagli anni '90 in poi sono tra i 4 e 5 milioni di ettari le terre usurpate ai contadini.
Quindi a chi e a quanti verranno restituite le terre?
Già, perché sono molti i movimenti sociali che muovono  critiche importanti, ad iniziare da quella di non aver mai consultato le comunità di provenienza delle vittime prima di formulare il testo, sino alla discriminazione di alcuni gruppi di vittime, o al fatto che la legge non contempli la restituzione di beni, né del patrimonio. Rimangono ad esempio fuori dalla definizione di vittime, quelli che hanno subito dei danni per ragioni politiche, i bambini e le bambine reclutate in maniera forzata e le vittime delle nuove strutture paramilitari considerate bande di delinquenti comuni. La legge inoltre non stabilisce criteri per la restituzione della terra in aree collettive a popolazioni indigene e afro-discendenti.
Le contraddizioni dunque sono tante. Ad iniziare dal primo articolo della legge che dichiara di “interesse sociale” la questione della restituzione della terra, nel senso che essa vuole far prevalere gli interessi dei più vulnerabili agli interessi delle strutture di potere economico e politico, per poi ostacolare il processo limitando l'universo dei beneficiari della restituzione delle terre alle persone “che siano state private delle stesse o che siano state obbligate ad abbandonarle, come conseguenza diretta di fatti accaduti per atti generalizzati di violenza armata illegale espressamente riconosciuti nel processo di giustizia e pace...”
Come già ampiamente spiegato nel report precedente, la “Legge 975”, chiamata “Legge di Giustizia e Pace”, i cui esiti sono stati a dir poco inquietanti, si fondava per garantire i diritti delle vittime, sulla verità, la giustizia e la riparazione, a partire da una versione libera dei fatti accaduti depositata alla magistratura dai gruppi armati ai margini della legge.
Così per effetto della “Legge di restituzione della terra”, i beneficiari saranno tali solo se lo sfollamento e la perdita della terra saranno stati confermati delle versioni rilasciate dei gruppi armati illegali. Per tutti gli altri casi la popolazione dovrà fare riferimento alla giustizia ordinaria.
Ma come si può pensare che la giustizia ordinaria, che già  in condizioni normali opera con  processi che hanno una durata eccessiva, possa, in circostanze tanto irregolari e massive, rispondere concretamente con la  restituzione delle terre? Esso significherebbe contemplare un nuovo sistema di giustizia  capace di ristabilire i diritti usurpati dalla violenza facendo affidamento a norme eccezionali ed  eliminando la condizione per cui lo sfollamento e la privazione della terra sia solo per coloro che sono stati riconosciuti nel procedimento di Giustizia e Pace,  lasciando così le vittime in una situazione di dipendenza difronte alla volontà di coloro che hanno perpetuato i fatti criminali, per beneficiare di tale restituzione. Un esempio di ciò, è quello che è accaduto in Antioquia, dove le vittime hanno denunciato non più di 10 casi di usurpazione delle terre su circa 7500 casi di sfollamento forzato denunciati  dalla Fiscalia fino al dicembre 2009.
La verità dei fatti non si può circoscrivere a ciò che è detto o accettato da chi racconta la sua versione nei procedimenti di Giustizia e Pace, inoltre gli operatori giudiziari hanno come imperativo  “la verità” e la loro missione è chiarirla per il dovere di memoria che impone la riconciliazione e la garanzia di non ripetizione. In tal modo, per essere beneficiari della Legge di Restituzione della terra, dovrebbe essere sufficiente che le vittime possano provare che furono sfollate e private delle propria terra. Un altro elemento fondante per la restituzione è anche la possibilità delle vittime di dimostrare legalmente la proprietà delle terre da cui sono stati sfollati, senza considerare però la speciale situazione di vulnerabilità delle vittime in relazione alla loro capacità di provare la loro relazione giuridica con le proprietà in disputa. Chi infatti ha usurpato i contadini dalle proprietà  è ricorso a tutti i tipi di strategie per ottenere i titoli che accreditano le “sue proprietà”, approfittando della precarietà che caratterizza la proprietà rurale dei contadini che solitamente è informale, o mediante e attraverso la coercizione dei contadini e dei funzionari per legalizzare la proprietà della terra usurpata. In altre parole, non solo molti contadini sono stati scacciati, ma le loro proprietà risultano a nome di paramilitari o prestanome, o sono state vendute a terzi a loro insaputa.
L'articolo 4 della “Legge di restituzione della terra”  dispone inoltre che il Governo Nazionale dichiari le zone colpite dalla violenza generalizzata, determinandone con precisione i  limiti geografici, così come il periodo durante il quale si praticò un'influenza armata illegale sulle rispettive zone. In considerazione a questo provvedimento, è quindi meno giustificabile che si richieda che i fatti della privazione e dello sfollamento forzato siano riconosciuti nella “Legge di Giustizia e Pace”, perché nella definizione di “zone colpite dalla violenza”, c'è  già  un tacito riconoscimento dei fatti lì accaduti,  documentato dalle autorità competenti e dalla  voce delle vittime per la ricostruzione dei fatti e il chiarimento della verità. È necessario che il compito di precisare i limiti della zona colpita abbia la partecipazione delle organizzazioni delle vittime, inoltre si sa che la violenza, lo sfollamento forzato e la privazione delle terre, ha colpito quasi tutto il territorio nazionale.
Un altro punto riguarda la relazione con il trattamento che il progetto di legge dà ai terzi di “buona fede”, cioè a coloro che hanno comprato le terre sfollate senza in teoria esserne a conoscenza. È molto difficile presumere un buona fede nelle circostanze che hanno prevalso nelle ragioni dello sfollamento. Risulta contrario al principio di buona fede comprare terre molto a buon mercato a una popolazione che è fuggita a causa del terrore inflitto dai suoi usurpatori.
Addolora che se  la “buona fede” nel fenomeno dell'usurpazione è dubbiosa, nell'articolo del progetto di “Legge di restituzione della terra” non ci sia nessuna considerazione che tenga conto di questo assunto. Al contrario in questi casi si contempla una compensazione decretata dal giudice “ai terzi di buona fede” che hanno presentato opposizione nel processo giuridico e dispone inoltre che, secondo le circostanze, il giudice possa rimandare la concessione dei beni dovuti.
In aggiunta a questo trattamento, nel progetto di Legge si presenta un altro fattore che chiaramente sfavorisce le vittime beneficiarie della legge di Restituzione. Nel caso dei “terzi di buona fede” infatti, le compensazioni terranno conto del prezzo commerciale della proprietà, mentre per le vittime, la compensazione, nel caso in cui non possa avvenire la restituzione, si baseranno su mappe catastali, che in Colombia hanno un ritardo approssimato a 60 anni, rispetto al catasto rurale. Anche in questo punto, il progetto di Legge presenta una zona di penombra nella quale non è chiaro come si valuteranno le compensazioni per l'una e l'altra parte.
Infine rimane aperta la questione delle terre site nei Parchi, nell'area della diga di Urrà 1 e nelle aree minerarie che sono numerosissime in Antioquia e Cordoba e che già sono state vendute o comprate dai paramilitari o date in concessione dal Governo alle multinazionali straniere per l'estrazione delle risorse e dalle quali i contadini saranno di nuovo sfollati.
Gli aspetti più cupi di questa legge stanno già mostrando forti conseguenze. Secondo l'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, infatti, ora è necessario vigilare affinché non si verifichino azioni di violenza contro gli sfollati dato che da quando il Presidente Santos ha reso pubblica la sua intenzione di restituire le terre agli sfollati, sono già stati assassinati 10 dirigenti campesinos. Ultimo della lista il caso della leader comunitaria Ana Fabricia Cordoba, assassinata a Medellin pochi giorni prima della visita di Ban Ki-moon.