Di giorno sorridono, o perlomeno si sforzano di sorridere, di essere quelli di sempre.
Di notte hanno gli incubi.
“Questa notte ho sognato che arrivavano i para. Mi cercavano. Saltavo un fosso e scappavo nella foresta” mi racconta sorridendo, al risveglio, durante un accompagnamento, un membro del consiglio della Comunità di Pace.
Poi qualche giorno dopo un'altra persona: “Ho fatto un incubo questa notte. Ho sognato la mia bara che galleggiava su un iceberg”.
E questo era prima.

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Una chiamata, corta ma chiara. Fin troppo.
È stato il tono di quelle cinque parole “vieni veloce alla bottega" a trasmettere inmediatamente la gravità della situazione.
Ho iniziato a correre, non prima di aver gridato alle mie compagne di seguirmi.
Un minuto, quello che ci separava da German, che si è fatto eterno.
Ero pronta, pronta a qualsiasi cosa, seppur orribile.
Da mesi infatti si erano fatte sempre più frequenti e concrete le minacce di morte nei suoi confronti.
Un piano annunciato e denunciato da tempo che questa volta, non ha funzionato.
Le armi che avrebbero dovuto togliere la vita a German, sono state sconfitte da una forza ancora più potente con la quale gli aggressori non avevano fatto i conti.

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Mi stringe forte L.
Ha paura e non lo nasconde.
Si aggrappa per sentirsi potretta come se davvero il mio corpo potesse essere uno scudo.
E credo che si, in fondo è proprio questo che cerchiamo di essere, protezione e conforto.
A soli 10 anni lei e i fratelli hanno ricevuto un ordine ben preciso dalla madre: non dire mai a nessuno dov’è papà.
Alcune settimane fa L. era lì in casa e ha visto arrivare alcuni uomini armati, ha ascoltato le loro parole, visto le loro armi e udito la domanda fatidica: “dove è lui?”.
Noi non eravamo lì purtroppo.

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