Lo scorso 12 maggio la Corte Suprema de Justicia de Colombia ha condannato sei membri dell’esercito colombiano a pagare 34 anni di carcere per la partecipazione al massacro di 8 persone della Comunità di Pace di San Josè de Apartadò, municipio di Apartadò, regione di Antioquia, avvenuto il 21 febbraio del 2005.
Una sentenza storica come l’hanno definita vari giornalisti sulla stampa colombiana. “Il verdetto prova l’azionare premeditato, permanente e coordinato di militari e “paras” contro la Comunità di Pace” afferma Romero, avvocato delle vittime, al quotidiano El tiempo.
Perché una sentenza storica? E perché è un passo verso la giustizia?

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Il 28 marzo 2019 varie organizzazioni sociali e di difesa dei Diritti Umani hanno lanciato un SOS esigendo dal presidente della Colombia di passare da azioni belliche contro la Minga a manifestazioni di rispetto, volontà politica e attuazione degli accordi firmati dallo stato.
Cosa sta succedendo da circa un mese in Colombia con i popoli indigeni?
Al sudoccidente del paese, nel Corregimento di Pital, regione del Cauca, da circa un mese la popolazione indigena, organizzazioni sociali e processi popolari hanno convocato la  “Minga per la difesa della vita, il territorio, la giustizia e la pace”. “La Minga”, che ha come slogan “Camminare la parola”, è una pratica ancestrale, uno sforzo collettivo convocato con il proposito di raggiungere un obiettivo comune. Le espressioni simboliche più rilevanti della Minga furono le marce pacifiche e silenziose che i popoli indigeni colombiani fecero dal Cauca fino a Cali e da lì a Bogotà. La Minga è una iniziativa in difesa della dignità dei popoli indigeni che decidono di mobilitarsi per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale sulla grave crisi dei Diritti Umani sofferta. Dal 10 marzo più di 15000 persone tra  indigeni e contadini hanno invaso la superstrada Panamericana in attesa che il presidente Duque confermi la sua presenza per incontrarsi con la Minga.

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Martedì 5 marzo, al Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, si terrà l'evento parallelo alla 40esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani dal titolo “Difensori dei diritti Umani e accompagnamento internazionale in Colombia”. Rappresentanti della Comunità di Pace di San José de Apartadò, della Comision Colombiana de Juristas, di Operazione Colomba, PBI, Rete In Difesa Di e RIDH interverranno nel dibattito a cui parteciperà anche il Relatore Speciale delle Nazioni Unite Michel Forst.


Sarà possibile seguire l'evento in diretta streaming (14:00-15:00) sul canale Facebook @RIDHGLOBAL

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Ogni anno la Comunità di Pace di San José de Apartadò commemora il massacro del 21 febbraio 2005 (VIDEO).
Quel giorno venne ucciso Luis Eduardo Guerra, tra i fondatori e leader della Comunità, assieme alla compagna Bellanira, al figlio Deiner di soli 11 anni e ad altre 5 persone tra le quali 2 bambini, Natalia di 5 anni e Santiago di 11 mesi. Fu un colpo durissimo per tutta la Comunità.
Dopo 14 anni da quel barbaro massacro, dopo la firma degli Accordi di Pace con le FARC, la situazione non è per niente migliorata.
Il 29 dicembre del 2017 alcuni paramilitari hanno provato ad uccidere, senza riuscirvi, German e Roviro, che da allora, assieme ad altri leader/membri della Comunità, sono costantemente minacciati di morte e costretti a vivere senza potersi muovere liberamente, ma solo programmando i loro (pochi) spostamenti nei minimi particolari e sempre “scortati” dai volontari internazionali, tra i quali, quelli di Operazione Colomba.

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La memoria di Luis Eduardo Guerra, di Deiner, di Bellanira, di Alfonso, di Sandra, di Natalia, di Santiago e di Alejandro è viva.
Il 21 febbraio del 2005 queste 8 persone vennero barbaramente massacrate nella vereda Mulatos e Resbalosa di San Josè de Apartadò per mano dell’esercito e dei paramilitari delle AUC.
Nel villaggio principale della Comunità di Pace i volontari di Operazione Colomba condividono le giornate con la famiglia di Luis Eduardo e di Deiner.
I figli, la sorella, i nipoti che rappresentano la famiglia di sangue, l’intera comunità che rappresenta quella famiglia per la quale è stato disposto a donare la sua vita: la famiglia della lotta nonviolenta, della giustizia, del rispetto ma sopratutto dell’amore.

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