La notizia del grande campo profughi situato in località Al Minyeh e composto da 100 tende, che in data 27 dicembre è stato interamente dato alle fiamme, ha fatto il giro dei media mondiali.
Proviamo qui a riportare i fatti che ci sono stati riferiti da fonti in loco, aggiungendo alcune considerazioni che derivano dal clima generale in cui vivono i profughi siriani in Libano, in questo momento.
Innanzitutto, il campo in questione non è solo uno dei tanti insediamenti informali costruiti dai profughi che hanno superato il confine a causa della guerra, ma esisteva già molto prima del 2011 ed era abitato da lavoratori stagionali siriani che già da diversi anni lo abitavano nei periodi di lavoro.
Dopo l’inizio della guerra, questi vi hanno portato anche le loro famiglie e vi si sono trasferiti in pianta stabile.
Inoltre, a differenza di altri posti del Libano particolarmente ostili, la zona di Al Minyeh non è quasi mai stata teatro di episodi di violenze contro i siriani di tale portata, pur essendosi verificati episodi minori.
Il fatto che questo campo, presente da tanto tempo, sia stato coinvolto in un fatto tanto grave, fa riflettere su quanto il livello di intolleranza stia salendo notevolmente nel Paese. 

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Crescendo ho imparato che i viaggi migliori sono quelli in cui vado a trovare qualcuno.
Anche l’incontro con il Libano è stato così, la prima volta a trovare parenti di amici siriani conosciuti in Italia, e poi dalla seconda è stato un continuo salutare dicendosi “a presto, inshallah”, andarsene con le lacrime sul viso per la nostalgia di chi stavo salutando e tornare ogni volta con un gran sorriso a riabbracciare chi avevo lasciato.
Ogni volta, sempre di più e sempre più spesso da quattro anni.
Stavolta è diverso.
Ogni volta lo è stato un po’, ma stavolta l’ho sentito dentro di me negli ultimi giorni prima di partire.
Lo scorrere del tempo in questi anni mi ha mostrato come le vite delle persone vadano avanti, per quanto io tenga più o meno aperta una finestra sulla loro quotidianità a seconda del periodo.

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Prima di andare via, 3 novembre 2020, 00:15

Non è stato vano.
Questa presenza.
Bilal che dopo un anno racconta la ragione per cui non è voluto partire per l’Italia quando mancavano ormai pochi giorni al viaggio, così dal nulla la racconta, senza dovergli fare alcuna domanda e volendo da solo entrare nei particolari.
“Pesca”, sua figlia, è bellissima, parla, ride, corre e scalcia come uno spirito libero.
Il suo sorriso è lo stesso di un anno fa ed è contagioso, ha solo perso la voglia di fare le bizze e la timidezza.
Jihad dentro si sente un uomo nuovo, e dice “questa è la vita mia, e devo farcela”.

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Finalmente potevamo permetterci di vivere nella casa dei nostri sogni.
Si trovava fuori dal centro di Homs, la casa di famiglia, grande e spaziosa.
Dopo anni di duro lavoro come professore, mio marito aveva risparmiato abbastanza soldi per poterla ristrutturare.
Ero felice, finalmente i nostri figli avrebbero avuto spazio abbastanza per crescere felici.
Passavo interi giorni insieme alle mie sorelle a pensare all'arredamento e alle feste che avremmo potuto organizzare in quella casa.
Tutta la famiglia riunita, ci stavamo tutti.
Ricordo ancora il ripiano di marmo della cucina, era nuovo, brillava.
Avrei potuto impastare il pane e cucinare tutto il cibo che volevo in quella bella cucina.
Tutto era pronto, mancavano gli elettrodomestici, i letti e la tappezzeria.
Ricordo quella lunga discussione con mio marito.
Quel mese voleva spendere i soldi dedicati all'arredamento per comprare una piccola macchina, improvvisamente la nostra si era rotta.
Insisteva per spendere quei soldi, io arrabbiata volevo la lavatrice, i letti e i tappeti.
Volevo trasferirmi il prima possibile.
Dopo una lunga discussione aveva vinto lui.
Aveva comprato una macchina, piccola e brutta.
Ogni giorno la guardavo e mi faceva rabbia, quella maledetta automobile aveva ritardato la vita che sognavo in quella casa.
Qualche settimana dopo quella maledetta macchina è diventata la nostra casa e la nostra unica via di salvezza.

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