B. è una delle nuove anime del campo.
A volte nel silenzio delle tende al mattino la sua voce tuona potente, a volte passando accanto alla nostra tenda fa risuonare uno dei nostri nomi, trascinandone la fine, come un coro.
Inspiegabilmente usa parole molto diverse da tutti gli altri per dire le cose più banali, mandando in difficoltà noi volontari, e al tempo stesso con lui ci capiamo veramente molto, grazie all’universalità delle risate e della bellezza di passare del tempo insieme, in questo luogo dove ieri e domani sono indistinguibili dall’oggi.
A volte ridiamo così tanto da non riuscire più a parlare.

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Sono in tenda, si sentono le gocce sbattere sul tetto, rimbombano in questo cubo che tutto sente.
Oggi è stata una di quelle giornate in cui mi son sentito affidato.
Una di quelle in cui scivoli verso un materasso, senza alcuna paura né della caduta né della discesa.
Una di quelle dove la vita ti prende a braccetto e ti chiede di seguirla.
Mi son sentito fortunato.
Ahmed il bambino cieco è come una cisterna di insegnamenti, in primis quello della vulnerabilità.
Le sue richieste mi arrivano così necessarie da lasciarmi meravigliato.
Vorrei quasi non smettesse mai di chiedere.
Strano.

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Khadija è un nome che mi è sempre piaciuto, è un nome preislamico.
La prima volta in cui mi sono imbattuta in questo nome è stato parecchi anni fa, sui libri dell'università.
Khadija, infatti, è la prima moglie del profeta, nonché la prima credente, tant'è che è riconosciuta la 'Madre di tutti i credenti'.
Questa figura mi ha sempre affascinato anche perché questa donna è stato il primo supporto non indifferente e la prima credente di colui che avrebbe cambiato, con le sue parole e fatti, l'assetto religioso del Medio Oriente.
Quest'estate abbiamo conosciuto Khadija una donna forte e determinata che mi ha colpito per la sua risolutezza.
É arrivata una mattina in tenda e ci ha chiesto di accompagnarla, non verso un luogo, ma lungo il percorso di suo figlio Hamjad. Lui, a soli diciannove anni, ha lasciato questa terra.

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Dal bagno di cemento e lamiera sento la voce rotta di una signora, il volontario con cui sta parlando prova a dirle di attendere, ci siamo appena svegliati e non siamo ancora pronti.
La signora insiste, piange, il volontario mi chiama perché non capisce la lingua.
Non serve l'arabo per capire il pianto disperato di questa donna, il suo dolore penetra il nylon di ogni tenda, sfonda la mia pelle e trapassa la mia cassa toracica.
Sento tutto, lo riconosco, è il richiamo all'umanità e il dolore che risveglia il senso della mia esistenza.
(19 anni, ti guardiamo morire tra un ospedale e l'altro tra i debiti di tua madre, una frontiera e cavilli burocratici).

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Una bilancia, simbolo della giustizia, è incisa in un riquadro di legno, su una parete di marmo del tribunale di Tripoli.

E’ grande e maestosa, si trova al centro del muro e ne occupa quasi l’intero spazio.

Esattamente sotto di essa sono accovacciati sulle ginocchia decine di ragazzini: tutti in fila, sguardo basso verso il pavimento.

Sono tutti siriani, li si riconosce dai vestiti umili che stonano con le tonache degli avvocati e con i completi eleganti degli addetti ai lavori, ma soprattutto dai volti stanchi e impauriti.

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