Manaal è con noi nella stanza spoglia della sua casa color cemento, ma la sua mente è quasi sempre altrove.
I suoi bambini dormono sul materasso per terra, così addormentati sembrano bambini normali.
Stavamo bevendo il mate e chiacchierando insieme, quando lo scenario intorno a noi è cambiato.
La stanza si è riempita di macchie di sangue di colore scuro, come il caffè.
La casa è accogliente e piena di ricordi di vita vissuta, ma da quel giorno di maggio il tempo ha smesso di scorrere.
Le parole di Manaal ci hanno portati direttamente a Hula, subito dopo il massacro.
"Nessuno ha avuto il coraggio di entrare nelle case e di ripulire il sangue" - dice - " Tutto è rimasto così".
Il suo racconto era così dettagliato che sembrava davvero di essere lì.
Ma loro, dopo sette anni di guerra, di tormenti e di terrore, hanno chiuso per l'ultima volta la porta della loro casa distrutta e sono arrivati fino a qui, nella stanza in cui ora sediamo insieme, a riscoprire energie che non pensavano più di avere.

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La situazione generale riguardante la sicurezza dei profughi siriani in Libano degenera di mese in mese.
Secondo testimonianze locali, lo scorso 3 ottobre mattina le forze di sicurezza Libanesi (LAF) hanno fatto irruzione in un quartiere popolare di Beirut, Burj Hammoud, senza un mandato preciso, arrestando un centinaio di persone.
Nelle fasi più concitate del raid sono state riportate colluttazioni, insulti verbali e umiliazioni.
Le condizioni attuali degli arrestati non sono chiare.
Esprimiamo preoccupazione riguardo al clima di crescente ostilità che si osserva in Libano nei confronti della presenza di rifugiati sul territorio.

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Hammoud e Khaled sono due bambini di sei e otto anni, vengono da un villaggio del distretto di Houla, in Siria, che ha vissuto l’assedio dell’esercito siriano, e delle milizie alleate, per sette anni. Hanno vissuto tanti inverni.
Hanno lo sguardo che parla tanto, vispo, in certi casi quasi ostentano sicurezza.
Passano da fasi di spregiudicatezza nel racconto dei dettagli a momenti di silenzio e timidezza, in cui ritornano piano nel loro mondo fatto di ricordi e di incubi.
Quanto spazio può esserci nella testa di un bambino, l’immaginazione è uno strumento potente che riesce a costruire un senso e una narrazione anche dove nessun adulto riuscirebbe a trovarne. Raccontano quasi correndo, del rumore degli aerei, del mondo in cui si inclinano prima di colpire, delle pale degli elicotteri.

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A. viene da Idlib e ci guarda con gli occhi commossi mentre racconta gli avvenimenti nella sua terra.
“Io ho ancora laggiù mia mamma, i miei fratelli e mia sorella, sono sposati e hanno a loro volta dei bambini. Da settimane non possono uscire dal loro villaggio nella zona di Maarat Numaan; gruppi jihadisti legati a Hayat Tahir al Sham gli impediscono di uscire, la zona è piena di posti di blocco e c’è il coprifuoco.
Hanno ucciso un uomo e arrestato venti membri della sua famiglia perché rifiutava di adeguarsi ai signori della guerra.
Dio protegga Idlib e la gente che vi abita, sono stretti tra due fuochi e non hanno la possibilità di uscirne senza rischiare la vita.
Il confine con la Turchia è chiuso, la strada per Afrin è bloccata e serve un permesso per entrare in quella Provincia.
Il regime siriano di Assad tiene sotto assedio la via verso sud e che porta al Libano.

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Oggi siamo andati a trovare la mamma di 2 bambini bellissimi: Y. e M.
Il primo, di 9 anni, è malato di una malattia rara del sangue e necessita di trasfusioni di plasma settimanalmente.
I dottori hanno consigliato alla famiglia di vivere in montagna perché l'aria fresca fa bene al bambino e rallenta leggermente il bisogno delle trasfusioni.
Dalle montagne libanesi si sente un'aria fresca mista al profumo della speranza, la speranza che la famiglia possa al più presto viaggiare per allontanarsi dall'elevato costo della sanità libanese.
Y. ci osserva timido, sta seduto sul divano vicino ai materassi sul pavimento dove io e le altre volontarie siamo sistemate.
Mentre si chiacchiera con la mamma sento costantemente il suo sguardo che mi cerca e piano piano si avvicina
Dopo poco il fratello, un po' più coraggioso, si fa avanti e mi chiede di fare un gioco con le mani. Così dopo pochi secondi mi trovo vicino i 2 fratelli, che con un dolce sorriso provano ad insegnarmi un gioco.
Un po' con uno e un po' con l'altro...
Ogni tanto sbaglio, e loro ridono, ridono.
Lasciano andare via tutta quella timidezza trattenuta fino a quel momento per regalarmi risate sincere.

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