La motivazione a vivere può diventare un’arma più potente del nucleare, perché è qualcosa di imprevedibile, stabilizzante, a volte irrazionale, che sfida ciò che viene considerato come scontato. Rabia è tutto, fuorché una persona banale.
Rabia vive a Damasco, insieme alla sua famiglia, che lo avvolge di amore e di protezione.
Il suo quartiere originale era nella Ghouta orientale, dove i suoi genitori avevano acquistato una casa bellissima, in quel giardino pieno di colori che era la parte nord-est della capitale, ora ridotta, a causa della guerra, a un cumulo di edifici scheletrici.
Il papà di Rabia all’inizio delle turbolenze, prima politiche e a breve termine anche militari, non voleva prendere parte alle sollevazioni, e per questo aveva ricevuto anche insulti e provocazioni, ma il papà di Rabia non amava le situazioni di tensione, sapeva il rischio che correva la sua famiglia e, prima che si cingesse la chiusura sulla Ghouta, è fuggito come sfollato, insieme ai suoi cari, nei quartieri governativi di Damasco dove, provando a sopravvivere alla quotidianità, ha aperto un negozio di riparazioni/officina a pochi chilometri dal centro città.

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Sorridente e spensierata come sempre, vai incontro alla tua nuova vita.
Ti chiediamo dove andrai oggi piccolina, ma tu sai solo che salirai su un aereo.
Hai gli occhi come quelli di papà, che oggi erano anche tristi perché non rivedrà il resto della famiglia per un po', perché davanti a voi ora è tutto completamente inesplorato.
Papà è giovane, minuto e tanto forte, spesso ci diceva che era stanco e che voleva prendere i barconi, voleva viaggiare per te e per il tuo fratellino.
Papà che oggi baciava dolcemente le mani del nonno e poi le porgeva sulla sua fronte, come gesto di grande devozione per quell'uomo che vi ama così tanto.
Hai il sorriso come quello della mamma, che spesso è stanca ma che sorride sempre a tutti.

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Stamattina abbiamo accompagnato Abu Suleyman a trovare Umm Suleyman al cimitero.
Abu Suleiman è un signore di Qusayr, una città vicino al confine siro-libanese che da quanto dicono i suoi abitanti era una città pacifica in cui comunità musulmane sunnite, sciite e cristiane convivevano serenamente, senza discriminazioni, distinzioni e divisioni.
Guardandolo pare di vedere Qusayr proprio così, come è lui: buono di quella bontà piena e sorridente che spesso ho già incontrato in giorni felici e più spesso ho incontrato qui, come per esempio il suo compaesano Sheykh Abdu.
Ho l'impressione che loro due abbiano accumulato dentro il proprio passato pacifico e lo portino con sé come uno zaino di cui non puoi vedere l'interno ma solo provare a immaginare.

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Younes viene dalla campagna di Hama, in Siria, è un bambino sveglio dagli occhi scuri, che vive con sua mamma e suo padre in un piccolo villaggio tra le montagne del Libano centrale.
Negli ultimi anni gli hanno diagnosticato il fattore 7, una malattia ematologica che gli causa frequenti emorragie.
Va avanti a fare la terapia al plasma, che tuttavia nel giro di pochi anni si rivelerà insostenibile dall'organismo, avrebbe in realtà bisogno di una iniezione costosissima per sopravvivere, e avere la possibilità di diventare adulto.
Ad oggi il prezzo della vita di questo bambino in Libano è di 3.750 $ ogni settimana, un costo insostenibile per un nucleo familiare vulnerabile, anche nella moderna Europa.
Gli abbiamo offerto la possibilità di viaggiare con i Corridoi Umanitari verso l'Italia o la Francia, dove l'iniezione di cui necessità verrebbe erogata dal Sistema Sanitario Nazionale.

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"È per colpa delle torture in carcere.
Hanno usato elettricità e gli hanno fatto diverse punture non meglio conosciute".
Così il dottore pone fine ai dubbi sull'origine della malattia di Sami, che è sempre meno lucido e da una settimana soffre di forti crisi epilettiche.
Lo abbiamo accompagnato a Tripoli e lui girava per la città con la moglie, facendo molta fatica a muovere ogni passo.
Soli trentacinque anni alle spalle e la prospettiva di un futuro normale negata a colpi di scariche elettriche, nella cella di una prigione.
Tornando indietro sul service c'è anche Aiman, un altro ragazzo giovane che vive da solo, lavorava come interprete ed ora sembra arrabbiato con la vita.
Non parla molto, ma da quello che dice e dal modo che ha di esprimersi nel suo inglese impeccabile, ha l'aspetto di chi pretende un'altra possibilità, con fermezza e con vigore.

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