La tenda è logora, come tante in questo campo dimenticato nell’Akkar.
Le famiglie vivono una in fila all’altra, in questo cunicolo di esistenze schiacciate ma non sconfitte dalla guerra.
Questo insediamento è diverso da altri, qui c’è un finanziamento di uno sceicco saudita che da anni fornisce la possibilità a 350 persone divise in una cinquantina di famiglie di vivere senza pagare l’affitto della terra, a differenza della maggior parte dei profughi.
L’altro rovescio della medaglia consiste nel fatto che nel campo ci sono regole ferree, incluso l’obbligo della preghiera cinque volte al giorno nella moschea, pena l’esclusione dalla “comunità”; non si parla di politica e non sono ammesse critiche all’opera di chi gestisce; ogni nucleo deve fondamentalmente farsi gli affari propri se non vuole avere problemi.

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“Non c’è più niente, non potevamo rimanere, tutti gli uomini e i ragazzi sono stati arruolati o sono andati a Idlib come sfollati”.
In questi ultimi giorni sono arrivate numerose famiglie da Homs rif shamali, una delle ultime enclavi in Siria che erano ancora in mano alle milizie ribelli, con la conquista da parte del regime e dei suoi alleati, molti civili, musulmani sunniti, sono stati costretti alla fuga per non subire persecuzione o violenza.
Sono arrivati nella nostra tenda, tre donne e sei bambini, con sguardi che non si dimenticano, occhi scavati, persi, di chi ancora non si rende conto del luogo in cui è finito.
Sento tutta l’assurdità della guerra, uno di loro è un neonato, non vedono un medico da tempo, hanno passato la frontiera passando dalle montagne della valle della Bekaa, in tutto hanno pagato 2.000 dollari ai contrabbandieri.
Hanno viaggiato un giorno consecutivo, arrivando alle tre di notte a Tripoli.
Questa gente, questi bambini sono un miracolo vivente, finché vivranno la follia del conflitto e dell’odio non avrà vinto definitivamente.

Ale

Seduto dentro la scuola, mi guardo intorno, non ci sono i bambini in questo momento e regna un silenzio strano, non si sente spesso nel campo profughi.
Ieri notte molti tra i piccoli sono rimasti chiusi nelle tende, cittadini libanesi armati sparavano per celebrare le elezioni e nel buio surreale rimbombavano i rumori di kalashnikov ed esplosioni inquietanti.
Nel cielo scuro si proiettavano le pallottole infiammabili, prima comparendo con le scie rosse e successivamente facendo sentire il suono della mitragliata.
Basta un piccolo incidente per causare un dramma e molti uomini sono stati in piedi irrequieti a girare, nessuno si è sognato di uscire.
Um Mohammed di Aleppo tremava per la tensione, nel piccolo garage insieme ai suoi numerosi figli.
Oggi la vita sembra gradualmente riprendere nella norma, dopo la settimana di coprifuoco pre-elettorale in cui i profughi siriani e palestinesi sono rimasti blindati nei loro luoghi, pena l’arresto in fragranza.

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È strano dire ad un amico che in questo momento non può tornare a casa, perché è distrutta, e che il villaggio in cui ha mosso i primi passi ed è cresciuto ora è ridotto a un cumulo di macerie che si estende per chilometri.
Quando entri in un Paese in guerra ti senti investito di tutta la responsabilità del mondo, verso la tua famiglia, verso te stesso, e verso i profughi che in quello Stato vorrebbero poterci ritornare, se non fossero stati banditi dalla violenza e dalla sopraffazione.
Vorresti dirgli che ti dispiace, e che il cammino nel Paese martoriato lo hai fatto anche e soprattutto per loro, coloro ai quali il conflitto ha chiuso le porte del futuro.

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Il ritorno, gli abbracci e la mia voce tremante, i sorrisi degli occhi: solo questo avevo in mente in un già caldo pomeriggio di aprile, mentre eravamo tutti seduti fuori a mangiare il gelato.
Ero appena tornata in questo posto sbagliato e indegno, a cui si tenta di coprire il sapore con la vicinanza umana e con chili di zucchero nel tè.
Ho sempre notato la strana capacità dei siriani di passare in un solo secondo da un argomento stupido e scherzoso ai discorsi seri e tristi, come le torture subite in carcere o la disperazione di vivere in quelle condizioni.
Esattamente allo stesso modo, quel pomeriggio in cui mangiavamo il gelato e fingevamo che questa vita fosse normale, due grosse jeep militari cariche di soldati hanno fatto violenta irruzione nella nostra intima e già fugace tranquillità.

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