Il diritto all’ultimo saluto

Stamattina mi sono alzata con il chiasso dei bambini che giocavano accanto alla tenda.
Esco fuori e inizio a giocare un po’ con Rayan, ad un certo punto Ire si affaccia dalla porta e mi chiede di entrare un attimo in tenda.
Ancora confusa dalla sveglia incasinata entro, c’è una coppia in ginocchio davanti al tavolino, Ire mi dice che non ha capito bene cosa stiano dicendo, parlano di un ospedale e un bambino, ma sia io che lei l’arabo lo mastichiamo poco.
Dico alla coppia che non sappiamo bene la lingua, la mamma ha gli occhi rossi.
Con l’aiuto di un amico arabo iniziamo a parlare con loro: il figlio, di 42 giorni, è morto ieri all’ospedale governativo di Halba, la mamma parla di problemi alla testa, troppo ossigeno.

Mi sento sveglia di botto, un altro caso di morti così piccole, un altro carico di sofferenza.
La famiglia adesso vorrebbe riavere il corpo del loro bimbo, Ossam, ma l’ospedale vuole che gli paghi il ricovero di 1.100.000 Lire (circa 650 €) e sono soldi che loro non hanno e non sanno come recuperare.
Inizio a dirmi che non è giusto, inizio a sentire rabbia, ma so che non serve e lo so che qui è così, che qui ci sono tante cose ingiuste, e mi dico che appunto stare fermi ad arrabbiarsi non servirebbe a nulla.
Io e Ire ci guardiamo, l’amico che ci ha aiutato con la traduzione finisce di parlare e sta zitto, la madre e il padre restano in attesa.
Adesso parleremo con le altre volontarie, poi chiameremo l’ONU e forse andremo in ospedale a capire cosa possiamo fare, se è possibile far dimettere intanto il corpo, per concedere alla famiglia almeno il diritto all’ultimo saluto, e faremo mille chiamate ad Associazioni e donatori per capire se qualcuno può aiutare a pagare.
Solo che è faticoso, nelle ultime settimane abbiamo avuto decine di casi di ospedale, storie di bambini che non possono essere operati perché le famiglie non possono permettersi le cure (qui in Libano la sanità è privata), di malati che proprio non vengono ammessi, anche se gravi, finché non mostrano i soldi, di persone che in ospedale ci muoiono, perché se non paghi l’operazione non si fa.
E ad aiutare sono rimasti in pochi, pochissime Associazioni e pochi donatori.
La mamma si alza, ci stringe la mano e ci ringrazia, e poi lì, prima di andare via, a bassa voce, ci dice Inshallah.
Inshallah.