“Faddalu, faddalu!” gracchia T. con la sua voce roca, graffiante e graffiata.
Ci sediamo ed io, ringraziandolo, lo guardo in volto: la keffiah e la lunga barba incorniciano il suo viso, sul quale vedo una rappresentazione del paesaggio alle sue spalle, quasi fosse una mappa.
Le colline della Massafer Yatta si accavallano le une sulle altre in maniera caotica, disorganizzata, selvaggia, mentre le valli si insinuano fra le alture, ricamandosi una via di uscita, disperdendosi in tutto lo spazio.
Il volto di T. imbrunito dal sole e dalla polvere non lascia alcun dubbio, lui È parte di questa terra: le rughe che ricoprono il suo volto sono indistinguibili dalle valli che si ramificano sullo sfondo dietro di lui e solo il grigio della barba spezza una continuità altrimenti perfetta.

Leggi tutto...

- Entra! - mi fa S.

Me lo dice un po’ ridendo, come a chiedersi cosa ci faccio ancora lì in piedi sull’uscio.
Non so neanch’io che cosa sto aspettando.
È in momenti come questo che il nostro modo di pensare mi sembra così lontano dal loro.

Per un palestinese la casa è sempre aperta per te, sarai benvenuto in qualsiasi momento, anche se non vi siete mai visti prima.
In Italia guai se suona anche solo il telefono ad ora di pranzo.
Nelle case palestinesi veniamo invitati ad entrare e sentirci a casa, che stiano mangiando, dormendo, lavandosi o facendo qualsiasi altra cosa, anche importante.

Leggi tutto...

H. sostiene che camminare scalzo per un'ora al giorno lo aiuti a pensare e che dovrebbero farlo tutti. E così è arrivato davanti all'uscio di casa nostra l'altra sera: scalzo e con mille pensieri che gli frullavano in testa.
"H. biddak gaua?" (H. vuoi del caffè?)
"Fi?" (C'è?)
"Fi, fi" (c'è, c'è - ...per te sempre).
Dopo 10 minuti di silenzio ed una sigaretta H. ha iniziato a parlare, guardandomi dritto negli occhi; in mano un bicchierino di carta ricolmo di caffè.
Ha parlato dei sacrifici fatti per portare avanti un progetto in cui crede fino al midollo.

Leggi tutto...

In questi giorni ho assistito al mio primo matrimonio palestinese ed è un evento che difficilmente dimenticherò.
Qui i matrimoni durano 3 giorni e sono caratterizzati da musica, balli e tanto cibo; in una parola, festa!
È solo alla fine dei tre giorni di festeggiamenti che gli sposi vengono riconosciuti come tali.
Il passaggio in moschea per la firma dei documenti viene fatto anche un paio di settimane prima, alla sola presenza degli sposi e dei loro genitori, senza venire particolarmente valorizzato.
Qui il matrimonio viene visto come un’unione tra persone, senza l’elemento religioso tipico del matrimonio cristiano, celebrato in chiesa.
Le famiglie degli sposi festeggiano separatamente: noi siamo stati invitati come parte della famiglia “allargata” dello sposo, che festeggia in quella che poi sarà la casa della coppia.

Leggi tutto...

Le olive cadono sul telone verde brillante.
Piccoli tonfi come quando si sta in tenda, e fuori piove.
La terra intorno agli ulivi è piena di erbacce e cespugli: si può venire qui solo un giorno all'anno quindi la terra rimane incolta. Gli altri giorni, senza il coordinamento con l'esercito, è troppo pericoloso.

Leggi tutto...