Ancora qualche giorno da vivermi qui, prima di rientrare in Italia, in quell’Italia che ora, a seguito di uno “SmartVirus” (come lo definisco io), sta impazzendo e al tempo stesso soffrendo.
Ho parlato di “vivere”, quando avrei potuto usare altri verbi come “trascorrere”, “spendere”, “rimanere”, perché qui, nelle colline a sud di Hebron e, in particolare, ad At-Tuwani si vive.
Non importa del tempo che passa, soprattutto in questa stagione in cui le giornate iniziano ad allungarsi e il tempo scorre più lentamente.
Si vive ogni secondo in maniera piena, viva, autentica, senza sprecarlo.
Si gusta la bellezza delle piccole cose, si abbraccia il dono dello stare insieme, si apprezza il valore della famiglia, degli amici, del prossimo.
Quasi, direi, si sta in pace, in spensieratezza, in libertà, in serenità.

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Una chiamata e via alla corsa.
Tu corri e continua a farlo finché una voce non ti dice: “basta, siamo arrivati”.
È iniziata così la mia giornata, nel villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.
Fuori fa tanto caldo, c’è un sole che spacca le pietre, quando all’improvviso squilla il teamphone ed io e A. siamo tenuti a correre verso Ar-Rakeez, un altro villaggio distante dal nostro circa venti minuti a piedi, per la presenza dell’esercito israeliano.
In realtà, faccio un po’ di fatica ad arrivare, centrando piede dopo piede il pezzo di terra giusto per non cadere ma, soprattutto, avvertendo per tutto il tempo un dolore al fianco lancinante.
Eppure, non demordo e corro, devo correre: vedo A. più avanti di me, io continuo ad avere difficoltà ma gli urlo: “tu corri, io ti sto dietro ma arrivo”.
E così è stato.

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E niente. Dopo un anno dalla mia partenza è come se il cuore battesse a un ritmo diverso.
Come se questo instancabile velo di nostalgia non avesse alcuna intenzione di spostarsi.
Sono tornata, vado avanti con la mia vita, raggiungo traguardi, faccio progetti, inizio cose, eppure niente.
Il velo resta lì.
Che legga tutti i giorni notizie sulla Palestina o che non le guardi per settimane, il velo è lì.
Che pensi ad ogni momento che ho vissuto o che non ci pensi, il velo è lì.
A volte basta pochissimo perché quel velo mi solletichi l'anima, può essere un pastore, può essere una pecora, può essere un sasso che assomiglia a una pecora sopra una collina.
Può essere il pane che non è mai tabun, può essere il timo che non è zathar, può essere il tè che non è dolce.

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"Shalom?" - il primo.
"Shalom?" - il secondo.
"Shalom?" - il terzo.
Qualcuno mi bussa alla porta.
Tre volte.
Che faccio!?
Apro?
Non apro?
Resto in silenzio e mi nascondo?
O rispondo semplicemente?
So che lì fuori stanno facendo così, i soldati stanno entrando in qualche negozio o bussando a qualche porta.
Cercano qualcuno, qualcosa.
Tre tocchi ed ecco che vado in panico, prima di scoprire che è solo uno stupido scherzo di A.!
Uno scherzo che però rispecchia appieno quanto sta succedendo fuori.

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Il panorama di fronte si estendeva immenso e maestoso. Un verde ipnotico a perdita d'occhio. 
Le colline, oltre la strada da lontano, sembravano enormi elefanti pronti a sollevarsi, a risvegliarsi, pronti alla resistenza quotidiana.
I stupendi paesaggi di Al-Ouja scatenano la mia fantasia, mentre da lontano facciamo vedetta a Mahmud e alle sue pecore.
Nei giorni precedenti ho imparato ad apprezzare l'entusiasmo di Marta per la Jordan Valley che quel giorno era palese. Bello vederla così. Mi appassiono anche io.

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