Vandalismo dei coloni ai danni di proprietà palestinesi

Jaber è accanto al suo trattore in cima alla collina.
È da poco sorto il sole ma a differenza delle altre mattine Jaber non sta apprezzando l’alba.
Davanti a lui si estende il suo uliveto, appartenuto alla sua famiglia da generazioni, una terra che fino a ieri era viva, piena di vita e resistenza e che adesso è solo un campo devastato: la gran parte degli alberi sono rotti, i tronchi centenari tagliati, i rami spezzati.
Il dolore che prova è quasi fisico tanto da percepire il cuore spezzato.
Quest’anno non potrà raccogliere nulla, non potrà riunire la sua famiglia durante la raccolta, non potrà portare le olive al frantoio, non potrà festeggiare la fine della raccolta e gustare insieme ai suoi cari il suo olio, non lo potrà vendere.

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Demolizioni - ordine militare 1797

Ra-ta-ta-ta-tà.
Rumore assordante di trivella.
Il primo muro viene giù.
Il macchinario si scaglia contro la parete successiva.
Ra-ta-ta-ta-tà.
Boom.
Il cemento si abbatte a terrà con un tonfo.
Ora un letto è chiaramente visibile tra le macerie.
Ci sono dei panni che sventolano sul terrazzino ancora in piedi.
Un ammasso di vestiti e utensili a qualche metro dalla casa.
Soldati.
Soldati ovunque che fanno da cordone, allontanando i proprietari.
Volti impassibili di giovani con il fucile.

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Ogni anno, centinaia di minori palestinesi sono vittima dello stesso scenario.
Irruzioni in casa, anche nel cuore della notte, arresti, intimidazioni. Bendati e ammanettati, vengono trasferiti alla stazione di polizia per l’interrogatorio, spesso sottoposti a violenza lungo il percorso. Interrogati – alcuni dopo ore in transito, altri senza cibo o acqua per ore, altri privati del sonno. Soli, senza un adulto di cui si fidino al loro fianco, e senza la possibilità di consultare un avvocato. Spesso i bambini rilasciano confessioni dopo abusi verbali, minacce, violenza fisica e psicologica.

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Beit Ijza – Vivere in gabbia

Suleiman è in silenzio, mentre beve il suo caffè, seduto sui gradini davanti alla porta di casa.
Osserva le telecamere che monitorano ogni centimetro della sua casa.
Sono puntate sul piccolo corridoio che collega la casa al cancello di metallo, e sulla recinzione, sul muro alto sei metri che delimita i pochi dunum che gli sono stati lasciati.
Osserva le telecamere, che puntano su quei due metri che distanziano la recinzione dalle mura dell’insediamento: quei due metri, che Israele voleva che fossero solo 60 centimetri, e che Suleiman ha conquistato, giorno dopo giorno.
Osserva le case dell’insediamento.
Sono cresciute ancora, sono sempre più grandi, o forse lui le vede così: opprimenti, soffocanti, tutte attorno a quella che lui continua a chiamare casa, ma che sembra una prigione.

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Ein Hajla – Storie di resistenza

Mahmoud si siede sulla sdraio.
Hafez prepara il baba ganush e la cena con i pochi strumenti che hanno portato con sé.
Con il sopraggiungere della sera, si alza un po’ di brezza.
Mahmoud guarda il fuoco, immerso nei suoi pensieri.
Quel luogo disabitato è lo scrigno di una storia di resistenza.
“I fumogeni, la violenza, i soldati schierati, le urla, gli sfratti. Ti ricordi Hafez?
Ma che giorni sono stati.
Lo sentivi nell’aria che la gente era stanca, si era pronti per qualcosa di grosso.
In quanti eravamo, e che sogni avevamo.
Intere famiglie si erano stabilite qui, da tutta la Cisgiordania.
Tutte qui.

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