Che giorno grigio per ricordare
il fruscio irabondo
di un'anima che in un attimo scompare,
e a essere incazzata
ha mille volte ragione.
Fra chi segna la tomba con le croci, forse
non coverà il vuoto nel cuore
Zemer i babit,
mentre egli si ostina ad asciugare le notturne lacrime.
Un corpo così sottile non può sostenere
la caduta della protettrice
ma avrà occhi vispi ad aspettare
e guardare
il perdono che sarà di sua madre.

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Siamo in macchina che riportiamo i “nostri” ragazzi a casa dopo una bellissima serata a base di calcetto, pizza e risate.
In sottofondo Elisa:
“E così, sorridere
a quello che non sai comprendere
perché il mondo può anche illuderci
che non siamo dei miracoli
e se ci sentiamo fragili
è per cercare un’altra via nell’anima,
strada che si illumina,
e la paura che si sgretola,
perché adesso sai la verità:
questa vita tu vuoi viverla
vuoi viverla
E vivi sempre
Ogni istante...”

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Poiché la vita in questo scorcio d'Albania si basa sull'onore, mi chiedo: ma cos'è l'onore?
Secondo il dizionario: "La considerazione sul piano morale e sociale di un individuo o di una comunità."
Questa parola giustifica qualsiasi atto, anche il più crudele.
Il diritto alla vita, sacro per i Paesi occidentali, in questo luogo viene dopo l'onore.
In nome di questo “prestigio sociale” vengono uccise persone, spezzate vite, si semina sofferenza e si distribuisce odio.
Si innesca una catena infinita, un circolo vizioso che costringe intere famiglie a isolarsi, chiudersi in casa, per generazioni.
Da quando mi trovo in Albania, ogni giorno mi imbatto in persone che sono carnefici e vittime di una tradizione difficile da estirpare.
Negli occhi delle vittime leggo desolazione, rassegnazione, paura e attesa.

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Spesso mi capita di chiedermi il senso dello stare qui, il perché di questo lavoro.
Perché andiamo a visitare le famiglie? Alcune volte sembra inutile, sembra che si sia fermi in un limbo, che nulla mai cambierà.
Mi sembra ci sia solo fumo qui, a volte.
E mi domando se sia giusto, dopotutto, venire qui a ficcare il naso negli affari altrui.
Che autorità ho io per farlo?
Non ho morti in famiglia, io.
Non ho mai dovuto perdonare nessuno, io.
E poi, ecco.
Prima di mettermi a letto, per caso, scorgo un lembo di una foto. La prendo, la osservo. C’è Arben sorridente in mezzo a tre volontarie.
E capisco.

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Una volta al mese, per almeno una settimana, l'attività dei volontari di #OperazioneColomba si trasferisce da Scutari alla regione montagnosa di Tropoja.

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