Don Joaquin si muove per il villaggio con fatica,
appoggiato a un bastone ,
un passo alla volta,
come se ogni movimento gli costasse uno sforzo,

ha il viso e i capelli ingrigiti di chi ha visto passare molte cose,
sia belle che brutte,
come può esserlo l’esistenza.

Quando parla ti fissa con lo sguardo,
pesando le parole,
osservando se lo stai ascoltando realmente.

“Me entiendes?”
“Mi capisci?”

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Era un sabato. Precisamente sabato 8 luglio del 2000 quando i paramilitari, coordinati con la Brigada XVII dell’esercito, entravano nel villaggio della Union dove decine di famiglie della Comunità di Pace avevano fatto ritorno dopo essersi rifugiate per lungo tempo a San José a causa del conflitto. Quel pomeriggio, intorno alle tre, 20 paramilitari incappucciati riunirono tutte le persone al centro del villaggio e chiesero a gran voce chi fossero i leader. Tutti in coro risposero che non vi era nessun leader, che tutti lo erano.
Gli uomini armati scelsero quindi 7 persone a caso tra la gente presente: Rigoberto Guzman, suo fratello Jaime Guzman, Elodino Rivera, Diofanor Diaz Correa, Humberto Sepulveda, Pedro Zapata e Eliecer Guzman di soli 14 anni, nipote di Rigoberto e Jaime.

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Da tre mesi accompagno la Comunità di Pace di San José de Apartadò in Colombia. E questo è ciò che per me significa "accompagnare".

Innanzitutto, accompagnare è rimanere informati.

Leggo, mentre bevo il caffè, le notizie sulle manifestazioni di protesta che in questi giorni inondano le città colombiane. Ogni mattina mi preoccupo e sconvolgo per la repressione violenta attuata contro chi chiede "Cambiamento".

39 omicidi[1] presumibilmente commessi da membri delle forze dell’ordine
379 desaparecidos[2]
16 casi di violenza sessuale[3]

Accompagnare è anche, e soprattutto, una presenza partecipata e coinvolta; in altre parole: condivisione quotidiana.

Vado a trovare Brigida nel suo patio rigoglioso di piante. Porto con me l'uncinetto, il filo di lana verde e l'astuccio che sto creando. Approfitto del suo esser guida per chiederle consiglio riguardo il mio lavoro. Ci vuole pazienza nello sciogliere le centinaia di nodi compiuti per poi ripartire, nodo dopo nodo, a causa di un singolo errore commesso alcuni strati prima. Ma la soddisfazione nel vedere la tua opera crescere, ordinata e compatta, è grande.

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La bandiera della Colombia, dove il colore giallo rappresenta la ricchezza del Paese, l’azzurro l’acqua che possiede e il rosso il sangue versato per l’indipendenza, è, dal 28 aprile scorso, esposta capovolta da parte di migliaia di colombiani, come forma di protesta pacifica per richiamare l’attenzione della comunità internazionale su quanto sta avvenendo nel Paese.
Una espressione davvero forte e inedita.
Continuano infatti le manifestazioni in Colombia e purtroppo continua anche la violenta repressione.
Le organizzazioni non governative Indepaz e Temblores hanno inviato alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani un report sulle diverse forme di violenza da parte della polizia denunciate dalla cittadinanza.
Nel loro ultimo comunicato, pubblicato lo scorso 13 maggio 2021, si registrano 2110 casi di violenza da parte della polizia che non tengono conto delle persone date per desaparecidos.

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Mi chiameranno sovversivo: e io gli dirò:” lo sono. Per il mio popolo in lotta, vivo. Con il mio popolo in marcia, cammino”. (Padre Casaldàliga)

Da diversi giorni migliaia di cittadini colombiani si sono riversati sulle strade delle principali città del Paese per marciare pacificamente ed esprimere il loro dissenso alla riforma fiscale. La riforma rappresenta una vera e propria ghigliottina per tante famiglie che già stanno pagano da un lato le conseguenze economiche della pandemia e dall’altro la violenza contro i leader sociali ed ambientali per mano delle strutture neo-paramilitari, della dissidenza delle ex FARC-EP e della guerriglia dell’ELN che controllano varie zone del Paese e non permettono di vivere in pace.
Le proteste sono apparse fin da subito come la continuità di quel grido di giustizia sociale e di diritto che era iniziato giusto qualche mese prima della pandemia in Cile come in Colombia.

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