Dalla C.d.P.: appoggio incondizionato ad una Zona Umanitaria per i profughi siriani

Dalla nostra dolorosa esperienza di sfollati, ritornati e perseguitati da parte del nostro stesso governo e Stato, solidarizziamo in modo radicale con la Proposta realizzata dai rifugiati siriani che cerca di stabilire una Zona Umanitaria in Siria, vicino alla frontiera con il Libano, per permettere ai rifugiati siriani in Libano il ritorno nella propria Patria accompagnati da Organizzazioni Umanitarie Internazionali.

La nostra Comunità di Pace di San José de Apartadò, in Colombia, è stata fondata per la necessità di dare una risposta alla grave crisi umanitaria e di sfollamento forzato di cui è stata vittima la popolazione negli anni precedenti al 1997.

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Affrontare la paura

“Imparare ad affrontare la paura. E’ questa una azione unica in Colombia.
La maggior parte della popolazione cede, è sottomessa. Il modo più efficace con il quale si sta cercando di distruggere questo “proceso” di Comunità di Pace è mettere paura, minacciare, mostrare le armi [...]” commenta durante una delle stazioni della Via Crucis padre Javier.
Durante la Settimana Santa la Comunità di Pace ha la consuetudine di ricordare la passione di Gesù confrontando la sua sofferenza con quella vissuta dalla Comunità negli ultimi 21 anni.
Anche quest’anno il giovedì Santo, nonostante la delicatissima situazione nella zona, nonostante le ultime minacce di morte, nonostante la paura, un gruppo di circa 40 contadini si è messo in cammino.

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21 febbraio

Fa caldo e sono solo le 8 del mattino.
Ci aspettano almeno sei ore di viaggio.
Siamo alla bottega della Comunità di Pace, c’è allegra confusione, muli e cavalli con i loro carichi di cibo e zaini, altri con selle lucenti per l’occasione, pronti a trasportare donne, uomini e bambini verso Mulatos.
Non ci sono parole per descrivere l’emozione delle persone, soprattutto di alcune del consiglio della Comunità di Pace, nel vedere la partenza di così tanta gente fiera e decisa di ciò che è, di ciò che vive.
Levis ha quasi le lacrime agli occhi, il cuore accelera, le grida di incitamento sono il segno che non si può più attendere.
Stranamente sono tutti puntuali, una rarità in questo Paese dove il tempo non lo scandisce l’orologio ma la vita stessa.

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21 febbraio 2005

Il 21 febbraio del 2005 veniva massacrato Luis Eduardo Guerra assieme alla compagna Bellanira e al figlio Deiner di soli 11 anni, quest'ultimo decapitato.
Altre 5 persone tra le quali 2 bambini di 5 anni e 11 mesi, venivano anch'essi barbaramente uccisi, lo stesso giorno, nel villaggio di Resbalosa.
Paramilitari membri del blocco Héroes de Tolová e militari dell'esercito nazionale avevano fatto incursione nel villaggio di Mulatos e Resbalosa.
Il giorno 20 febbraio del 2005 Lucho (così era chiamato da tutti) non volle andare a raccogliere il cacao perché c'erano stati dei bombardamenti ed esplosioni nella zona.
Il giorno dopo però aveva deciso di affrontare il rischio della propria vita con la speranza che venisse rispettata l'integrità dell'essere umano.
Il fratello di Lucho quel giorno aveva insistito perché tornasse a casa ma lui non lo volle ascoltare.
In una intervista realizzata da alcuni deputati spagnoli 37 giorni prima del suo assassinio, Lucho pronunciava queste parole: “oggi stiamo parlando, domani possiamo essere morti".

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E' anche colpa nostra?

“Ti diamo il benvenuto nella nostra comunità. Abbiamo scelto di vivere in maniera nonviolenta come esempio di risposta concreta e diretta a questo contesto violento in cui viviamo, e a questo Stato che, oltre a non tutelarci, cerca d'infangare la nostra dignità. Con l'attacco che abbiamo subito il 29 dicembre, dove 5 persone armate hanno cercato di assassinarci, cercando di far passare l'accaduto per un furto, è stato toccato il fondo! Ma la nostra reazione è stata un esempio per tutti, abbiamo disarmato le persone e le abbiamo consegnate al Vescovo di Apartadò e al rappresentante delle minoranze etniche del Ministero degli Interni i quali li hanno affidati al CTI della Fiscalìa, mentre le armi le abbiamo trattenute pensando di distruggerle. Purtroppo, ancora una volta la reazione delle Istituzioni è stata deludente, le due persone catturate dopo alcune ore sono state rilasciate. La nostra lotta ora si è fatta più complicata, ma è proprio in questo momento che vogliamo mandare un messaggio importante al mondo: distruggeremo davanti alle Istituzioni il coltello, la pistola, il machete e i due cellulari con cui hanno provato ad assassinarci”.

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