Avrei voluto dedicarti un brindisi, questa sera, ma non ne ho avuto il coraggio.
Sai, come sempre spesso capita, la vita prosegue, e qui c’era un amico che se ne andava, mentre tu, compagno, tu te ne sei andato per sempre.
Non sono stato in grado di mischiare gli arrivederci con gli addii.
E inoltre avrei voluto dedicarti uno di quei brindisi felici, che augurasse un buon viaggio anche a te, ovunque ti porti; ma non tutti, tra quelli che ora mi circondano, avrebbero capito il senso di un augurio, e la storia tua sarebbe stata lunga da raccontare.
Che dirti, compagno Anibal?
Mi sento un po’ in colpa per questo brindisi mancato, e ho una gran voglia di raccontare la tua storia – o quello che so della tua storia – a qualche orecchio amico.

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Sei stato parte integrante della nostra quotidianità.
Quasi sempre la prima persona ad entrare nella nostra casa la mattina.
Quasi sempre l’ultima persona a lasciarla dopo le serate passate a giocare a domino.
E le tue innumerevoli visite durante il corso della giornata.
Ti vedevamo arrivare con il tuo passo incerto… quante volte ho pensato: “speriamo non cada”.
Quante volte ho cercato di convincerti ad utilizzare un bastone, ma niente, la tua testardaggine vinceva sempre.
Ed in effetti non  ti ho mai visto inciampare o cadere.
Conoscevi a memoria ogni singolo sassolino del cammino tra la tua e la nostra casa.
O meglio, tra le tue case.
Perché questa casa, casa di approdo di tantissimi volontari, visitanti, amici, è stata anche casa tua.
Eri l’unica persona ad avere una copia delle chiavi.

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Era l’8 luglio del 2000 quando, verso le tre del pomeriggio, un gruppo armato incappucciato entrò nel villaggio de La Uniòn esigendo dalla popolazione civile di sapere chi fossero i leaders della Comunità di Pace.
La gente, unita e decisa, rispose che tutti loro erano dei leaders.
Il gruppo armato, paramilitari ascritti delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) presero quindi sei di loro: Rigoberto Guzman, il fratello Jaime Guzman, Elodino Rivera, Diofanor Correa, Humberto Sepulveda e Pedro Zapata.
Li misero in fila obbligandoli a inginocchiarsi ma loro rifiutarono.
Furono fucilati in piedi, uno di fianco all’altro.
Un dolore immenso, per noi incomprensibile, avvolse la vita delle famiglie delle sei vittime e di tutta la Comunità di Pace.
Nel mentre, un elicottero dell’esercito sorvolava lo scenario del crimine.

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“Chiamati per nome e come popolo camminiamo insieme attenti agli ultimi della storia, alle parti più sanguinanti del creato”

Insieme ad un altra volontaria, oggi abbiamo accompagnato un uomo a svolgere il suo lavoro nel campo: raccogliere delle cabosse, il frutto dell'albero di cacao.
Una volta aperte le cabosse, l'uomo ne ha estratto i semi, che ha poi conservato per poterli seminare, dando così vita a delle nuove piantine di cacao, che nel giro di tre anni daranno nuovi frutti. Quest'uomo è un umile contadino.
Quello che lui desidera è semplicemente essere libero di lavorare la propria terra e vivere felicemente la propria vita nel suo Paese, la Colombia.
Quest'uomo è stato più volte minacciato di morte.

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Lo scorso 12 maggio la Corte Suprema de Justicia de Colombia ha condannato sei membri dell’esercito colombiano a pagare 34 anni di carcere per la partecipazione al massacro di 8 persone della Comunità di Pace di San Josè de Apartadò, municipio di Apartadò, regione di Antioquia, avvenuto il 21 febbraio del 2005.
Una sentenza storica come l’hanno definita vari giornalisti sulla stampa colombiana. “Il verdetto prova l’azionare premeditato, permanente e coordinato di militari e “paras” contro la Comunità di Pace” afferma Romero, avvocato delle vittime, al quotidiano El tiempo.
Perché una sentenza storica? E perché è un passo verso la giustizia?

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