E' anche colpa nostra?

“Ti diamo il benvenuto nella nostra comunità. Abbiamo scelto di vivere in maniera nonviolenta come esempio di risposta concreta e diretta a questo contesto violento in cui viviamo, e a questo Stato che, oltre a non tutelarci, cerca d'infangare la nostra dignità. Con l'attacco che abbiamo subito il 29 dicembre, dove 5 persone armate hanno cercato di assassinarci, cercando di far passare l'accaduto per un furto, è stato toccato il fondo! Ma la nostra reazione è stata un esempio per tutti, abbiamo disarmato le persone e le abbiamo consegnate al Vescovo di Apartadò e al rappresentante delle minoranze etniche del Ministero degli Interni i quali li hanno affidati al CTI della Fiscalìa, mentre le armi le abbiamo trattenute pensando di distruggerle. Purtroppo, ancora una volta la reazione delle Istituzioni è stata deludente, le due persone catturate dopo alcune ore sono state rilasciate. La nostra lotta ora si è fatta più complicata, ma è proprio in questo momento che vogliamo mandare un messaggio importante al mondo: distruggeremo davanti alle Istituzioni il coltello, la pistola, il machete e i due cellulari con cui hanno provato ad assassinarci”.

Queste sono state le parole di accoglienza di uno dei leader della Comunità di Pace di San José de Apartadò. Una comunità situata nella regione di Antioquia nella parte Nord-Ovest della Colombia, un posto immerso nel verde delle colline tra risorse naturali, alberi da frutto e coltivazioni.
Ed è proprio per rivendicare il diritto alla terra e alla vita che la comunità resiste in maniera pacifica, in questa parte di Colombia dominata da interessi economici e da gente senza scrupoli disposta a tutto se qualcuno si oppone ai loro interessi.
Una Colombia dov'è stato fatto un accordo di pace con le FARC nel 2016, e dove nel 2017 sono stati uccisi 122 difensori dei diritti umani, secondo quanto riportato nell'ultimo rapporto di Front Line Defenders.
Un Paese di contraddizioni, dove l'anno prima viene consegnato il Nobel per la Pace al Presidente Santos e l'anno dopo viene assassinato 1/3 dei difensori dei diritti umani uccisi nel mondo.

Molte delle persone che conosco, si preoccupano per me, rendendosi conto della gravità della situazione e della pericolosità del contesto in cui mi trovo in questo momento.
Ma io non sono in pericolo, questa gente è in pericolo!
Questa gente che chiede solo di poter vivere in santa pace, ed è talmente umile e rispettosa da non farmi pesare il fatto che, se sono costantemente sotto minaccia è anche colpa del mio, del nostro, stile di vita.
Delle multinazionali che abbiamo finanziato o che continuiamo a finanziare tutt'ora senza minimamente interessarci dei danni che causano alle persone che vivono in queste terre, trattati come insetti da schiacciare, scomodi e fastidiosi per i propri interessi.
Io quasi ci sto male.
Sono cresciuto bevendo caffè, mangiando banane e acquistando prodotti con olio di palma senza minimamente chiedermi da dove provengano né se chi li importa rispetti minimamente i diritti umani nel luogo in cui sono prodotti.
Detto ciò, non sto pensando che non dovremmo più mangiare banane o bere caffè, ma quanto meno informarci se acquistando quel determinato prodotto, per toglierci uno sfizio, non stiamo finanziando degli assassini legalizzati che, dall'altra parte del mondo, sterminano intere popolazioni senza riguardo.
Dopo l'attacco di dicembre la gente della comunità ha paura.
Per questo motivo da quando sono qui, insieme agli altri volontari di Operazione Colomba, siamo vigili giorno e notte nella Comunità di San Josè, per il diritto alla vita di queste persone, per stare con loro e far vedere al mondo quello che vivono quotidianamente.
Anche se sono qui da pochi giorni, ora queste persone hanno un nome e un volto e sono diventati un vero esempio per me, sento le loro voci, le loro risate e la loro voglia di resistere pacificamente, per riavere la propria libertà di vivere che a nessun essere umano dovrebbe mai essere negata.

D.