Affrontare la paura

“Imparare ad affrontare la paura. E’ questa una azione unica in Colombia.
La maggior parte della popolazione cede, è sottomessa. Il modo più efficace con il quale si sta cercando di distruggere questo “proceso” di Comunità di Pace è mettere paura, minacciare, mostrare le armi [...]” commenta durante una delle stazioni della Via Crucis padre Javier.
Durante la Settimana Santa la Comunità di Pace ha la consuetudine di ricordare la passione di Gesù confrontando la sua sofferenza con quella vissuta dalla Comunità negli ultimi 21 anni.
Anche quest’anno il giovedì Santo, nonostante la delicatissima situazione nella zona, nonostante le ultime minacce di morte, nonostante la paura, un gruppo di circa 40 contadini si è messo in cammino.

La profonda esperienza spirituale della sofferenza di Cristo e dell’umanità intera, si è vissuta percorrendo, per due lunghi giorni, faticosi sentieri. Non solo sofferenza. Ognuno dei partecipanti, contadini, internazionali e visitanti, ha potuto vivere e condividere questa azione unica in Colombia di affrontare e resistere alla paura, non soccombere.
“La paura è tanta, cammineremo su sentieri macchiati di sangue, sosteremo in villaggi dove è certa la presenza di gruppi armati che vogliono vedermi morto, che vogliono eliminare la Comunità. Ma voglio esserci, siamo in molti”.
Alle 6 del mattino German conferma la sua presenza, tra la gioia nel sapere che potrà rivedere e calpestare la sua terra natale e la consapevolezza della morte. Si respira la tensione, una tensione che non abbandonerà il gruppo per l’intera camminata. Una lunga fila di muli e cavalli e lui a piedi nel mezzo, con altri contadini e due di noi. Nessuno si allontanerà mai dal gruppo, nemmeno quei giovani costretti a stringere con forza le redini dei propri cavalli che vorrebbero invece galoppare via come sono soliti fare. Fortunatamente il sole va e viene e la salita fino alla prima cima risulta meno dura del previsto. Ma questa è solo la prima, altre scalate molto più faticose toccheranno più avanti. Lì ci si ferma per la prima stazione della Via Crucis in memoria di Samir Graciano, assassinato dai gruppi paramilitari il 3 maggio del 2002. Samir è il fratello maggiore di German e proprio quest’ultimo, al quale è toccato l’agonia della ricerca e del successivo rinvenimento del cadavere, racconta nei dettagli quanto accaduto. Immersi nella selva colombiana ascoltiamo le sue parole cariche di emozione, mai di rabbia o di odio.
E’ agghiacciante la ferocia con la quale venne ammazzato il fratello. Per giorni legato e lasciato senza cibo né acqua. Per giorni minacciato, torturato. Per poi sparargli un colpo secco in fronte, gettarlo nella selva e lasciarlo in balia degli animali selvatici. “Non ho mai sofferto di crampi alle gambe, ma ricordo che quel giorno, giunti in questo punto in cui siamo ora, dopo una intera giornata a correre tra i vari villaggi per cercare mio fratello, sono arrivato sfinito. Le ultime mie forze le ho usate per sollevare il corpo, portarlo a mezz’ora da qui per poterlo seppellire. Ho dovuto resistere all’odore del corpo già in via di decomposizione. Questa è la guerra, questo è ciò che non possiamo dimenticare, questo è ciò che le generazioni future devono conoscere, la violenza, la sofferenza. Questa è una parte della mia vita che non avevo mai raccontato”. In molti sappiamo dei tanti famigliari di German uccisi, ma quasi nessuno aveva mai sentito narrare nei dettagli gli orrori di questo assassino.
Alcuni minuti di silenzio interrotti quando alcuni ragazzi della Comunità prendono una delle 14 croci di legno e con un pennarello indelebile marcano la storia: “Samir Graciano – 3 mayo 2002”. Gildardo, pronto con martello e chiodi, chiede a German dove appenderla. Lui gli indica l’albero esatto vicino al quale ha ritrovato il fratello. Mentre ascoltavo German, era impossibile non pensare a quanto sta avvenendo oggi, dopo 16 anni. German minacciato, uscito indenne da un attentato. La storia non è cambiata, anche se in molti stanno cercando di scriverne un’altra. German riprende la croce, quella più grande e pesante che non cederà mai per tutta la Via Crucis. Di nuovo in cammino. Nelle successive stazioni della Via Crucis, lì nel villaggio del Porvenir, si sono ricordati altri assassini e il dramma di questo popolo, la condanna a morte, la sofferenza, le torture e infine la crocifissione.
Prima di lasciare il villaggio per proseguire verso la meta della giornata, la mamma accarezza il volto di German. Una scena dolce e straziante.
Durante la quinta stazione del giovedì Santo, risuonano forti le parole della canzone che ha concluso la prima parte della Via Crucis : “Voglio vivere e non marcire tra sciacalli umani, tra sporchi negozianti e raffinati ladroni. Io voglio vivere, fratello. Io voglio vivere, fratello”.
Giungiamo alla casa dove andremo a pernottare. Stendiamo le amache, si cena.
Un ultimo intenso momento prima del riposo avviene durante la celebrazione della messa del giovedì Santo. Dopo l’omelia, riuniti attorno al ceppo di legno trasformato in altare, c’è chi resiste ancora in piedi, chi appoggiato ad un tronco, chi è seduto.
Suor Clara prende la parola e racconta come ha vissuto la giornata. Invita i presenti a raccontare il vissuto, le sensazioni, un pensiero. Uno alla volta, in mezzo all’oscurità ma sotto un cielo fittamente stellato, alcuni contadini e internazionali condividono le emozioni vissute in quella intensa camminata. Anche chi solitamente fatica, più per vergogna, a raccontarsi, in quel momento prende la parola.
E’ stato come se ci fossimo stretti tutti in un grande abbraccio, un abbraccio solidario, un volersi bene e un sentirsi un unico grande corpo a portare la croce di tante sofferenze vissute da questa Comunità ma allo stesso tempo uniti nell'innalzare il grido che il male non avrà l’ultima parola sull’uomo, che la paura non smorzerà la voglia di resistere, che la speranza non avrà fine finché si continuerà a costruire comunità.
Guardo questi eroi senza nome e penso alla grande fortuna di essere li in quel momento a respirare umanità.
Il giorno seguente il gruppo si rimette in cammino. Momenti di alta tensione sono susseguiti da momenti di sorrisi, momenti di riflessione e silenzio.
Verso mezzogiorno arriviamo alla undicesima stazione.
Un gran caldo accompagna i racconti di chi è stato testimone del massacro e delle sparizioni forzate avvenuta tra il 12 e il 19 luglio del 1977.
I 41 anni trascorsi non hanno cancellato dalla memoria le barbarie commesse. Gli orrori rimangono nell’immagine collettiva di questa Comunità. Anche qui per la prima volta è stata affissa una croce in ricordo delle vittime.
Un’altra giornata di fatiche fisiche e di profonda esperienza spirituale.
Si arriva all'ultima stazione della Via Crucis.
Nuovamente risuonano forti le parole di un’altra canzone:
“Non c’è amore più grande che dare la vita, non c’è amore più grande, non c’è amore più grande”.
Si arriva verso sera alla “Aldea de Paz” di Mulatos.
Attorno al sito dove sono stati ritrovati i corpi del massacro del 2005, il gruppo si riunisce per un’ultima meditazione: credere nella Resurrezione è credere che non è la morte, la distruzione o la tortura ad avere l’ultima parola sull’uomo. Credere nella Resurrezione è credere che Dio ha risposto agli assassini innalzando la morte del crocifisso, di colui che è stato torturato, assassinato.
Credere nella Resurrezione è credere che la vita trionferà sulla morte.
Dopo 21 anni di resistenza e più di 300 morti, la vita di questi contadini continua a trionfare sulla morte e sulla paura.

Silvia