In Piazza Martiri della libertà, la piazza più famosa di Beirut, hanno costruito delle tende.
Al centro della piazza dei giovani chiacchierano bevendo tè e fumando narghilé.
Vicino a loro, delle famiglie giocano con i bambini, un ragazzo con il suo mp3 collegato alla cassa diffonde la musica in tutta la piazza.
Attorno ci sono scritte, striscioni, murales.
Il messaggio è semplice e chiaro: il Libano ai libanesi.
«Questa rivoluzione ha come fine la riappropriazione degli spazi» ci racconta un manifestante.
«Beirut è una città così grande e varia eppure non dà molte possibilità di incontro, è composta da tanti quartieri e gruppi sociali che tra loro non comunicano molto. Noi invece sentiamo il bisogno di parlarci e di confrontarci, di riunirci, per questo siamo qui, in uno spazio che crediamo ci appartenga».

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Ogni volta che condivido pezzi della mia vita quaggiù mi sento fortunata.
Ho visto la morte ma ho anche visto la vita!
Il Libano è un luogo sempre meno ospitale per i rifugiati, le condizioni nei campi sono peggiorate, gli aiuti ai profughi tagliati.
Una grave crisi economica ha messo in ginocchio il Paese, spesso non ci sono soldi nella banche, e i poveri sono sempre di più anche tra i Libanesi.
Il prezzo di qualsiasi cosa è raddoppiato, lo zucchero costa troppo e spesso beviamo dei tè poco zuccherati.
Questo esempio può sembrare banale, ma chi conosce questa cultura sa quanto è importante offrire del cibo, poter almeno offrire una bevanda calda zuccherata.
La sanità rimane privata, i costi aumentano e i salari dei pochi fortunati che potevano ancora lavorare sono ora dimezzati.

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"Non si può soffrire così per far ammettere il proprio figlio neonato in ospedale", pensavo mentre sprofondavo sulla sedia di ferro gelido della sala d'attesa.
Poi una donna inizia a tossire in modo sempre più forte, sembrava potesse soffocare da un momento all'altro: tossiva e piangeva.
Un po' me ne vergogno, ma devo ammettere che per un secondo ho avuto paura che avesse qualcosa di contagioso, prima di avvicinarmi per chiederle cosa avesse.
Minimizzava, aveva uno sguardo molto dolce, eppure la tosse non si fermava e chiaramente non riusciva a parlare.

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In questi giorni stiamo assistendo all'ennesima e più grave crisi della guerra siriana nella provincia del nord di Idlib. Siamo in contatto con persone, attivisti e rappresentanti della società civile che vivono là in situazione disperata. Riceviamo da loro questo appello che vi invitiamo a scaricare e a far conoscere, lo abbiamo già consegnato al Governo tedesco alla fine di febbraio.
Vi chiediamo di presentarlo ai gruppi e alle Associazioni che conoscete e a farci avere notizie di eventuali adesioni e mobilitazioni alla e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Teniamo nel cuore queste persone e pensiamo insieme come agire.

Noi civili della provincia di Idlib chiediamo di essere ascoltati!
Chiediamo che ci aiutiate a fermare questa guerra che si sta abbattendo su di noi!
Chiediamo che ci aiutiate a rimanere nelle nostre case!

Proprio in questi giorni decine di famiglie hanno lasciato la propria casa dopo gli attacchi diretti ai civili da parte dei russi e delle forze del regime sostenuti dalle milizie iraniane.

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Abbudi è nel prato e corre avanti e indietro da oltre un’ora.
E ride continuamente.
Si fa spingere un po’ dalla sorella con il triciclo, poi corre dietro il pallone, poi si lancia verso lo scivolo.
La sorella ogni tanto si ferma a riprendere il fiato, poi si gira e chiede alla mamma: ma perché non si stanca mai?
Io sono seduta a guardarlo e la sua serenità mi contagia.

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