Younes viene dalla campagna di Hama, in Siria, è un bambino sveglio dagli occhi scuri, che vive con sua mamma e suo padre in un piccolo villaggio tra le montagne del Libano centrale.
Negli ultimi anni gli hanno diagnosticato il fattore 7, una malattia ematologica che gli causa frequenti emorragie.
Va avanti a fare la terapia al plasma, che tuttavia nel giro di pochi anni si rivelerà insostenibile dall'organismo, avrebbe in realtà bisogno di una iniezione costosissima per sopravvivere, e avere la possibilità di diventare adulto.
Ad oggi il prezzo della vita di questo bambino in Libano è di 3.750 $ ogni settimana, un costo insostenibile per un nucleo familiare vulnerabile, anche nella moderna Europa.
Gli abbiamo offerto la possibilità di viaggiare con i Corridoi Umanitari verso l'Italia o la Francia, dove l'iniezione di cui necessità verrebbe erogata dal Sistema Sanitario Nazionale.

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"È per colpa delle torture in carcere.
Hanno usato elettricità e gli hanno fatto diverse punture non meglio conosciute".
Così il dottore pone fine ai dubbi sull'origine della malattia di Sami, che è sempre meno lucido e da una settimana soffre di forti crisi epilettiche.
Lo abbiamo accompagnato a Tripoli e lui girava per la città con la moglie, facendo molta fatica a muovere ogni passo.
Soli trentacinque anni alle spalle e la prospettiva di un futuro normale negata a colpi di scariche elettriche, nella cella di una prigione.
Tornando indietro sul service c'è anche Aiman, un altro ragazzo giovane che vive da solo, lavorava come interprete ed ora sembra arrabbiato con la vita.
Non parla molto, ma da quello che dice e dal modo che ha di esprimersi nel suo inglese impeccabile, ha l'aspetto di chi pretende un'altra possibilità, con fermezza e con vigore.

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La tenda è logora, come tante in questo campo dimenticato nell’Akkar.
Le famiglie vivono una in fila all’altra, in questo cunicolo di esistenze schiacciate ma non sconfitte dalla guerra.
Questo insediamento è diverso da altri, qui c’è un finanziamento di uno sceicco saudita che da anni fornisce la possibilità a 350 persone divise in una cinquantina di famiglie di vivere senza pagare l’affitto della terra, a differenza della maggior parte dei profughi.
L’altro rovescio della medaglia consiste nel fatto che nel campo ci sono regole ferree, incluso l’obbligo della preghiera cinque volte al giorno nella moschea, pena l’esclusione dalla “comunità”; non si parla di politica e non sono ammesse critiche all’opera di chi gestisce; ogni nucleo deve fondamentalmente farsi gli affari propri se non vuole avere problemi.

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“Non c’è più niente, non potevamo rimanere, tutti gli uomini e i ragazzi sono stati arruolati o sono andati a Idlib come sfollati”.
In questi ultimi giorni sono arrivate numerose famiglie da Homs rif shamali, una delle ultime enclavi in Siria che erano ancora in mano alle milizie ribelli, con la conquista da parte del regime e dei suoi alleati, molti civili, musulmani sunniti, sono stati costretti alla fuga per non subire persecuzione o violenza.
Sono arrivati nella nostra tenda, tre donne e sei bambini, con sguardi che non si dimenticano, occhi scavati, persi, di chi ancora non si rende conto del luogo in cui è finito.
Sento tutta l’assurdità della guerra, uno di loro è un neonato, non vedono un medico da tempo, hanno passato la frontiera passando dalle montagne della valle della Bekaa, in tutto hanno pagato 2.000 dollari ai contrabbandieri.
Hanno viaggiato un giorno consecutivo, arrivando alle tre di notte a Tripoli.
Questa gente, questi bambini sono un miracolo vivente, finché vivranno la follia del conflitto e dell’odio non avrà vinto definitivamente.

Ale

Seduto dentro la scuola, mi guardo intorno, non ci sono i bambini in questo momento e regna un silenzio strano, non si sente spesso nel campo profughi.
Ieri notte molti tra i piccoli sono rimasti chiusi nelle tende, cittadini libanesi armati sparavano per celebrare le elezioni e nel buio surreale rimbombavano i rumori di kalashnikov ed esplosioni inquietanti.
Nel cielo scuro si proiettavano le pallottole infiammabili, prima comparendo con le scie rosse e successivamente facendo sentire il suono della mitragliata.
Basta un piccolo incidente per causare un dramma e molti uomini sono stati in piedi irrequieti a girare, nessuno si è sognato di uscire.
Um Mohammed di Aleppo tremava per la tensione, nel piccolo garage insieme ai suoi numerosi figli.
Oggi la vita sembra gradualmente riprendere nella norma, dopo la settimana di coprifuoco pre-elettorale in cui i profughi siriani e palestinesi sono rimasti blindati nei loro luoghi, pena l’arresto in fragranza.

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