Lo sgombero

Il ritorno, gli abbracci e la mia voce tremante, i sorrisi degli occhi: solo questo avevo in mente in un già caldo pomeriggio di aprile, mentre eravamo tutti seduti fuori a mangiare il gelato.
Ero appena tornata in questo posto sbagliato e indegno, a cui si tenta di coprire il sapore con la vicinanza umana e con chili di zucchero nel tè.
Ho sempre notato la strana capacità dei siriani di passare in un solo secondo da un argomento stupido e scherzoso ai discorsi seri e tristi, come le torture subite in carcere o la disperazione di vivere in quelle condizioni.
Esattamente allo stesso modo, quel pomeriggio in cui mangiavamo il gelato e fingevamo che questa vita fosse normale, due grosse jeep militari cariche di soldati hanno fatto violenta irruzione nella nostra intima e già fugace tranquillità.

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La sposa e il vestito azzurro

Ahed Homsi era un generale dell’esercito arabo siriano, vent’anni di servizio.
Gli ultimi anni della sua carriera ha insegnato alla scuola alti ufficiali, a studenti che avrebbero composto in futuro i quadri delle forze armate, tra i suoi allievi spiccava un giovane particolare, divenuto in seguito presidente della Siria.
“Oramai non conto più niente nella nuova Siria, il mio stesso figlio è scomparso durante il conflitto, e non ne so più niente da anni”.
Ahed ci accoglie nella sua piccola casa nella valle della Bekaa, a qualche chilometro dalla frontiera. Vive al secondo piano di un edificio pieno di infiltrazioni d’acqua, sulle scale è un pullulare di bambini di età varia che osservano gli avventori con occhi curiosi.
“Marhaba, Ahlen”.
Mi chiedo come possa essere per un uomo che è stato tanto importante nel suo Paese cadere in disgrazia così, uno dei suoi figli ci saluta con lo sguardo sfuggente, zoppica, e noto che gli manca una parte di gamba.

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Lettera ad Hammoudi e al futuro che verrà

Caro Hammoudi,
Mentre ti scrivo i tuoi genitori stanno cercando per l’ennesima volta di fare il tuo bene.
Correndo a destra e a sinistra, devono trovare il sangue per curare, tramite trasfusione, la malattia che ti affligge da quando sei piccolo.
Hai visto la guerra su Idlib, il tuo distretto natale; hai udito i bombardamenti e sei stato spaventato dalle divise di uomini armati ai posti di blocco.
Tu, che nei primi anni della tua esistenza hai già dovuto soffrire così tanto.
Ti scrivo questa lettera perché per me è un modo di parlare al futuro che verrà, alla fine della guerra.
La Siria, il tuo Paese, da tempo non esiste più.
Non esiste più perlomeno come luogo di convivenza generale tra le comunità, di sicurezza sociale, di incontro e scambio tra fedi diverse.
Il tallone della dittatura militare e del fondamentalismo religioso ha schiacciato da tempo i fiori del dialogo, anche se i semi rimangono, a dispetto di tutto il resto.

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Tutti hanno bisogno di speranza

Qui al campo una delle prime sensazioni e di non sentirsi mai l'ultimo arrivato.
Tutti accolgono il volontario come se avesse sempre fatto parte della loro famiglia.
E non importa se non ti conoscono bene o tu non parli bene la loro lingua.
Vogliono che si instauri subito un rapporto di fiducia, perchè tu possa essere attento ad ascoltare i loro vissuti, e ad entrare silenziosamente nella loro quotidianità.
“Si sono stato dalla polizia, volevano prendere le mie impronte digitali. Poi mi hanno picchiato, bendato e messo con la faccia contro il muro per 5 ore”.
Così ieri sera ci confida Abu Arun dopo averci offerto una buonissima cena.

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Quando si sciolgono i capelli

Ci sono momenti e attimi in cui il tempo si ferma e dentro una stanza, piena di bambini e sole donne, ci si dimentica delle sofferenze quotidiane.
Dopo una tazza di tè e un po' di semi di girasole, sorseggiando il caffè cominciano le confidenze e le chiacchiere tra donne.
Si tolgono i veli e si sciolgono i capelli.
Giovani donne con gli occhi luccicanti e sorrisi colmi di speranza raccontano i loro desideri più profondi, la volontà di studiare e dei sogni nel cassetto.
Si ascolta e seleziona la musica e si commentano le canzoni e i cantanti, ci si alza e si balla.
Scatta qualcosa e ci si muove a tempo di musica in una tenda in un campo profughi che ha smesso per qualche attimo di essere tale per diventare una sorta di luogo segreto di amiche che condividono sogni, speranze, movimenti sinuosi di danza e debke.

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