Fantasia e realtà

La frase che più sentiamo dalle persone adulte del campo è “non lo facciamo per noi, ma per i nostri figli”.
Una frase semplice di primo impatto, ma che racchiude una profonda consapevolezza del dramma che la guerra in Siria sta causando e causerà non solo ai ‘grandi’ ma anche e soprattutto alle generazioni future.
La cosiddetta ‘generation lost’ tanto decantata da grandi organizzazioni internazionali e non governative.
Un mondo, di fatto, lontano da quello degli adulti che però man mano matura e cambia portando con sé un disagio, spesso inespresso, ma evidente di generazioni lasciate al proprio destino come una bussola impazzita.
Il mondo dei bambini è diverso da quello dei grandi.
Loro guardano, osservano e ancora ritrovano la meraviglia nelle piccole cose.

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Acqua stagnante o mare in tempesta

Voci che incessantemente chiedono aiuto, sguardi tristi ti urlano addosso la speranza rimasta: la affidano a noi.
A volte scagliandocela addosso, con l'impeto di chi si agita fortemente nell'intento di restare a galla per sopravvivere.
Capita di sentirmi sommersa anche io dalla marea degli affanni quotidiani di queste persone, di percepire ogni richiesta come una responsabilità davanti alla quale siamo piccoli, quasi minuscoli, a differenza degli ostacoli e delle aspettative

Quando abbiamo conosciuto Hassan il suo mare era burrascoso, la vita di sua figlia appesa ad un filo.
Eppure ora lei è in Italia, si sta curando ed oggi mi sorrideva felice da un parco giochi, dall'altro lato dello schermo del telefono.

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Un breve attimo perfetto

Un sorriso brillante le illumina il volto mentre saltella in preda all'euforia da una parte all'altra della stanza, ora rincorrendo giocosamente una palla, ora fingendosi una maestra severa e noi alunni poco diligenti.
Come se questa stanza si trasformasse e potesse assumere qualsiasi forma nella sua fantasia da bambina.
Un corpicino esile, avvolto da un pigiama giallo acceso, cela in realtà un'energia e una vivacità inesauribili, che si mostrano in maniera particolare per l'emozione della nostra presenza.
Ad un tratto prende il mio quaderno, ci scherza, poi, con fare deciso, abbozza qualche disegno, un cuore, una ragazza, e il suo nome in arabo: “Liubaba Walid Al-Almadi”.
Liubaba è la più piccola della famiglia e della Siria non si ricorda un granché.

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Mancavano i fiori

“E i fiori mi mancavano mi mancavano
con quel loro sbirciare dal punto
d’oltretomba.”
(Mariangela Gualtieri,
Senza polvere senza peso)


Nel furgone Abu Suleyman siede davanti, in seconda fila segue il figlio, e poi ci siamo noi sparsi tra i sedili.
Parla poco, stiamo andando a trovare sua moglie, è un momento difficile.
Sua moglie è mancata qualche mese fa, in Libano, dove i siriani che fuggono dalla guerra raramente vengono accolti.
Abu Suleyman porta i segni della vita dura di chi vive in esilio e di una solitudine che gli è crollata addosso da qualche mese, lasciandolo inaspettatamente vedovo troppo presto.

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Ritornano le fiamme

Ci sono giorni in cui la vita qui scorre quasi tranquilla, avanzando al ritmo della quotidianità. Sempre interrotto da emergenze varie ed eventuali, dalla gente che viene a chiederci le cose più varie e disparate.
La peculiarità del nostro progetto è proprio il vivere qui, il condividere le giornate e, per quanto possibile, le gioie ed i dolori.
Non abbiamo grandi risorse né grandi poteri, ma mettiamo un pezzettino della nostra esistenza in condivisione con quella di altre persone, sperando che questo riesca a fare un poco di differenza in un mondo così ingiusto da far pesare un passaporto come un macigno.
Vediamo ogni giorno le mille difficoltà in cui vivono i siriani, ci appare evidente e chiara la mancanza delle condizioni minime di dignità.

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