Storie

Quando ti trovi a vivere in un campo profughi, e ci vivi nel senso che condividi con queste persone momenti di vita quotidiana, sguardi, sorrisi, bicchieri di tè, lacrime... ciò che ti entra più dentro sono inevitabilmente le loro storie.
Storie di persone come potrei essere io, come potresti essere tu, e di come la guerra ha stravolto le loro vite.
Storie mutilate, di fughe, notti insonni e braccia infreddolite.
Sono storie come quella di Abu H. e la sua famiglia che, fuggiti dalle bombe di Aleppo, come altre migliaia di siriani, si sono affidati al traffico di esseri umani per raggiungere il Libano, la “terra promessa”, dove hanno poi trovato solo sfruttamento e la fredda solitudine della strada.
Storie che nascondono una tristezza infinita, raccontate da labbra tremolanti, le quali portano ancora sulla pelle i segni e l'indelebile sapore della sofferenza.

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L’ultima strada

Caro dottor Nasser,
Questa volta mi hai preso davvero in contropiede.
Hai fatto tanta strada, dal conflitto in Siria, passando anni nel Libano dei campi profughi umilianti, per riuscire ad arrivare finalmente in Francia la scorsa estate, anche grazie al lavoro fatto insieme.
I corridoi umanitari avevano acceso una nuova speranza: a te che negli ultimi tempi avevi collezionato tanti dolori e perdite a causa della guerra e della violenza ad essa connessa: fine del tuo lavoro come veterinario, della tua casa, della vita di uno dei tuoi figli ad Al Qusayr, vostro villaggio di origine in Siria.
Hai patito sulla tua pelle la tortura nelle carceri del regime di Assad, ma nei tuoi occhi non ho mai scorto un vero rancore nei confronti dei carnefici, hai sempre cercato di impegnarti per la vita di coloro che ti circondavano.

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Spingendo la notte più in là

Il vento soffia forte e sbatte i teli che coprono le tende, si incrina il legno come un violino.
I tuoni in lontananza spezzano il silenzio della sera a Tel Abbas, siamo vicini alla stufa, mentre fuori sembra diluviare l’impossibile.
Ogni tanto la nostra quiete viene interrotta dal suono di pugni che bussano alla porta, per chiedere aiuto, per implorare un ascolto.
Entrano, stanno alcuni minuti e chiedono supporto: per farsi ascoltare dalle Nazioni Unite, per ottenere le tessere dell’aiuto alimentare, per essere inseriti nelle liste dei Corridoi Umanitari.
Abu Zahra viene da Hama, ed è uno di loro, una delle migliaia di anime in pena che risiedono in questo limbo di Paese che è diventato il Libano... che brutta fine per quella che era considerata la Parigi del medio oriente.

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La speranza di Ola

La stanza ha poche finestre, quella che porta al balcone sembra inesistente fino a quando si sceglie di aprirla, i muri sono incrostati per la troppa umidità e nell’aria aleggia un pesante odore di tensione e sigarette consumate.
Si presenta così la casa di Hassan, che poi potrebbe chiamarsi anche Anwar, Mohamad, Rami, Fatima.
La vita dei profughi siriani in Libano ha sempre un qualcosa di ripetuto, meccanico, prevedibile. Innumerevoli volte vieni fermato, innumerevoli volte riconosci nello sguardo quella richiesta impotente di soccorso.
“Non abbiamo nessun altro se non Dio e voi”.
Un paragone importante, spesso mi mette a disagio ma so quanta sincera disperazione ci sia dietro queste nove parole messe in fila.
Casa, garage, tende.

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Senza lasciarsi cadere mai del tutto

Ci sono alcuni momenti in cui l'aria si fa pesante, qui.
In cui l'impatto con le mille sofferenze affatica, riduce le energie.
In questo pezzettino di mondo, in una delle regioni più povere di un Paese minuscolo e controverso, milioni di siriani conducono esistenze a dir poco precarie, con quasi nessuna certezza se non quella di essere in qualche modo sopravvissuti all'inferno e di dover lottare con le unghie e con i denti tutti i giorni, per tenersi stretta la dignità.
Persone che hanno difficoltà e bisogni dai più essenziali ai più rari, persone che con la loro esistenza ci ricordano che il loro dramma non può essere ignorato e che ancora vivono, amano e spesso provano paura.

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