“Ho vissuto perché l’avevo promesso”

La motivazione a vivere può diventare un’arma più potente del nucleare, perché è qualcosa di imprevedibile, stabilizzante, a volte irrazionale, che sfida ciò che viene considerato come scontato. Rabia è tutto, fuorché una persona banale.
Rabia vive a Damasco, insieme alla sua famiglia, che lo avvolge di amore e di protezione.
Il suo quartiere originale era nella Ghouta orientale, dove i suoi genitori avevano acquistato una casa bellissima, in quel giardino pieno di colori che era la parte nord-est della capitale, ora ridotta, a causa della guerra, a un cumulo di edifici scheletrici.
Il papà di Rabia all’inizio delle turbolenze, prima politiche e a breve termine anche militari, non voleva prendere parte alle sollevazioni, e per questo aveva ricevuto anche insulti e provocazioni, ma il papà di Rabia non amava le situazioni di tensione, sapeva il rischio che correva la sua famiglia e, prima che si cingesse la chiusura sulla Ghouta, è fuggito come sfollato, insieme ai suoi cari, nei quartieri governativi di Damasco dove, provando a sopravvivere alla quotidianità, ha aperto un negozio di riparazioni/officina a pochi chilometri dal centro città.

Il destino tuttavia a volte si accanisce ingiustamente e, un anno fa, un colpo di mortaio partito proprio dalla Ghouta orientale da cui erano fuggiti, è caduto davanti al suo negozio, ferendo gravemente lui e Rabia, il quale, preoccupato per l’incolumità del padre, non voleva lasciarlo da solo sul luogo di lavoro.
L’esplosione ha portato via le gambe a Rabia e poco prima di perdere conoscenza il padre lo ha trascinato a sé è gli ha sussurrato: “Rabia tu non devi morire, hai capito? Non morire!”.
Il papà di Rabia si è spento in ospedale poco dopo, mentre il cuore di Rabia per tre volte ha smesso di battere in sala operatoria, e per tre volte è ripartito. Rabia ripete spesso che: “Sono vissuto perché mio padre mi ha detto di non morire”, quanto può essere potente una parola in punto di morte, racchiude dentro tutto.
Oggi Rabia vive in un quartiere povero e marginalizzato, insieme ad altri sfollati interni alla Siria. Ha gli occhi timidi ma espressivi, dice di vergognarsi ad uscire in strada e che non vuole sentire su di sé gli sguardi impietositi degli altri cittadini.
Mi rimbombano nelle orecchie le parole di un assistente sociale con cui ci accompagniamo in questa visita domiciliare: “Non ascoltare mai le parole della gente, è la tua la vita, non la loro. Se qualcuno ti dicesse ancora qualcosa, tu digli che loro sono molto più sfortunati di te, perché giudicano, mentre tu sei Rabia, e sei sopravvissuto a una violenza devastante”.
Per muoversi Rabia usa un paio di protesi, ma la maggioranza della giornata la passa ancora in casa, insieme a sua madre vedova e ai suoi fratelli, in salotto è esposto un quadro del padre, che con lo sguardo fisso osserva. “È un martire”.
Un martire che fino all’ultimo momento ha desiderato la vita del figlio.
Una gabbia di canarini gialli troneggia, Rabia sorride a guardarli, si commuove, se ne prende sempre cura, sono il suo modo di amare la vita.
Penso che dovremmo imparare dal cuore di Rabia, a rispondere alle difficoltà, che nonostante fosse ferito e indebolito, si è ripreso sempre e ha lottato per battere.
Oggi Rabia vive.

Ale