Manaal continua a lottare

Manaal è con noi nella stanza spoglia della sua casa color cemento, ma la sua mente è quasi sempre altrove.
I suoi bambini dormono sul materasso per terra, così addormentati sembrano bambini normali.
Stavamo bevendo il mate e chiacchierando insieme, quando lo scenario intorno a noi è cambiato.
La stanza si è riempita di macchie di sangue di colore scuro, come il caffè.
La casa è accogliente e piena di ricordi di vita vissuta, ma da quel giorno di maggio il tempo ha smesso di scorrere.
Le parole di Manaal ci hanno portati direttamente a Hula, subito dopo il massacro.
"Nessuno ha avuto il coraggio di entrare nelle case e di ripulire il sangue" - dice - " Tutto è rimasto così".
Il suo racconto era così dettagliato che sembrava davvero di essere lì.
Ma loro, dopo sette anni di guerra, di tormenti e di terrore, hanno chiuso per l'ultima volta la porta della loro casa distrutta e sono arrivati fino a qui, nella stanza in cui ora sediamo insieme, a riscoprire energie che non pensavano più di avere.

Manaal è una donna che pensa di essere stata svuotata di tutto, ma che continua a lottare anche se non ne ha più nessuna voglia.
Qui in Libano non c'è la pace che speravano di trovare, la paura e le fatiche continuano anche senza gli aerei militari sulla testa.
Piange spesso, lei, ma piange anche di commozione parlando di come gli aiuti più significativi li riceva da alcune famiglie del nostro campo.
Da Umm K. ad esempio, che invece è forte come una leonessa e nasconde bene le sue fragilità, ma che in Manaal rivede tanto se stessa quando era appena arrivata dalla Siria.
"Perché è successo tutto questo al popolo siriano?" chiede Omran, suo marito.
La più difficile delle domande, chissà quante volte gli rimbomberà nella testa.
Forse è risuonata ancora più forte quando ieri mattina alcuni libanesi di un'Associazione, affermando che in Siria non ci sia più la guerra, gli hanno chiesto perché siano venuti fino a qua.
Sono in tanti a fare questa domanda, anche in Italia, e deve proprio fare l'effetto del sale su una ferita.
A volte viene da gente che genuinamente non ne conosce la risposta, altre invece da chi ha la presunzione di saperlo e si mette dalla parte di chi bombarda, uccide e tortura.
Manaal e Omran avrebbero potuto rispondere vomitando tutta la loro rabbia ed il loro dolore, avrebbero potuto parlare delle atrocità che hanno visto durante il massacro, della paura che hanno i loro figli la notte quando sentono il rumore dei tuoni.
Forse l'hanno fatto, ne hanno tutto il diritto.
Ma la risposta più semplice è che loro vogliono ancora vivere, anche dopo essersi trovati faccia a faccia con la morte.
In ogni tenda ammaccata, garage umido o casa in costruzione, c'è un'umanità che si rifiuta di arrendersi al proprio destino, che chiede ancora vita, pace e dignità.

P.