Vite ingiuste

Una bilancia, simbolo della giustizia, è incisa in un riquadro di legno, su una parete di marmo del tribunale di Tripoli.

E’ grande e maestosa, si trova al centro del muro e ne occupa quasi l’intero spazio.

Esattamente sotto di essa sono accovacciati sulle ginocchia decine di ragazzini: tutti in fila, sguardo basso verso il pavimento.

Sono tutti siriani, li si riconosce dai vestiti umili che stonano con le tonache degli avvocati e con i completi eleganti degli addetti ai lavori, ma soprattutto dai volti stanchi e impauriti.

Aspettano ammassati per terra il loro turno davanti al giudice, proprio come Hammudi, l’amico che stiamo accompagnando.

Lui ha ventuno anni passati tra guerra e campo profughi, un mese fa è stato arrestato ad un check point perché i suoi documenti sono scaduti, e come quasi tutti i siriani qui in Libano è illegale.

La sveglia oggi è suonata presto, ma dopo un’ora dall’appuntamento siamo ancora fuori ad aspettare.

Quando finalmente si aprono le porte l’ansia di Hammudi, sua madre e tutti gli altri ragazzini diventa ancora più palpabile: sudano, si mangiano le unghie.

Hanno commesso tutti lo stesso grave reato, essere illegali in questo Paese.

L’udienza è collettiva, la presenza dell’avvocato non è prevista.

Li chiamano uno per uno, poche domande con tono severo.

Poi la stanza si riempie di soldati armati ed entra un ragazzo ammanettato, lo mettono a sedere su una panchina di fianco al banco del tribunale.

E’ molto giovane, la sua faccia dimostra ostentata sicurezza e trasmette quasi aria di sfida verso coloro che lo tengono in prigionia, nel vano tentativo di nascondere angoscia e paura.

I soldati lo riprendono, lo richiamano all’ordine e al silenzio.

Intanto la lista degli imputati scorre veloce ed il giudice rivolge poche domande anche a lui, il suo crimine è lo stesso: essere illegale in questo Paese.

Rimandato a giudizio, come la maggior parte dei presenti.

Gli rimettono le manette ed abbandona la stanza scortato dai soldati, sprezzante della decisione e con l’aria quasi spavalda di uno che non ha intenzione di elemosinare la giustizia che gli spetta. Forse era semplicemente abituato ad essere arrestato ai posti di blocco, forse semplicemente non gli importava, pensava di avere troppo poco da perdere, oppure era solo stanco di dover sottostare alle restrizioni di un Paese non suo, in cui la sua esistenza è considerata illegale.

Hammudi continua ad alzarsi dalla panca dov’è seduto per raggiungere la madre seduta di fianco a me, lei gli da consigli ed anche se non ha idea di cosa succederà di lì a poco gli fa le sue raccomandazioni.

Poi arriva finalmente il suo turno e tutta questa trepidazione finisce in poche domande.

Rimandato a gennaio, per qualche mese è ancora libero e non ha da preoccuparsi.

Di nuovo libero... di avere paura di un altro arresto ogni volta che esce da solo dal campo, libero di non potersi difendere dai soprusi che subisce.

Ma almeno per oggi il peggio è passato, e ce ne andiamo a pranzo dove l’hummus è il più buono di Tripoli, regalandoci un’ora di normalità.

Sulla via del ritorno Hammudi non ha paura del check point perché insieme a lui ci siamo noi, che con il nostro passaporto europeo possiamo evitare il suo arresto, che possiamo usare un privilegio per evitare un’ingiustizia, la quale è invece perfettamente legale per la legge libanese.

Nessuna vita umana è illegale, dall’Italia al Libano passando per tutto il resto del mondo, soprattutto oggi che anche nel mio Paese la solidarietà sta diventando un reato, oggi che più che mai dovrebbe essere chiaro quanto il concetto di legalità sia slegato da quello di giustizia e che non tutto ciò che è legale è giusto.

Nella mia mente tutto questo è sintetizzato da un’immagine impressa come una fotografia: una grande bilancia con sotto una fila di ragazzini siriani che vogliono giustizia, e che noi abbiamo il dovere di ascoltare, sostenere e supportare, perché non la troveranno mai in nessun tribunale.

P.