Una forza vitale

Dal bagno di cemento e lamiera sento la voce rotta di una signora, il volontario con cui sta parlando prova a dirle di attendere, ci siamo appena svegliati e non siamo ancora pronti.
La signora insiste, piange, il volontario mi chiama perché non capisce la lingua.
Non serve l'arabo per capire il pianto disperato di questa donna, il suo dolore penetra il nylon di ogni tenda, sfonda la mia pelle e trapassa la mia cassa toracica.
Sento tutto, lo riconosco, è il richiamo all'umanità e il dolore che risveglia il senso della mia esistenza.
(19 anni, ti guardiamo morire tra un ospedale e l'altro tra i debiti di tua madre, una frontiera e cavilli burocratici).

Ed io avrei voluto esserci, avrei voluto stringerti la mano e farti sentire il calore del mio sangue ribollire. Non è caldo per la rabbia, ma ribolle per l'amore.
Un amore incondizionato che per istinto naturale mi ha fatto sentire che tu sei parte di me, che appartieni al popolo per cui io combatto, che tu combatti.
Hai combattuto fino alla fine per tuo figlio, era parte della nostra squadra, la più potente e sincera umanità che si spinge fino all'abisso per salvare anche solo una persona, un piccolo corpo ormai magro e sfinito ma che possiede la più potente arma: la vita.
Ci siamo spinti fino all'abisso, e hai ragione non avrebbe dovuto morire. Ma questo dolore non sarà altro che un nuovo stimolo per combattere.
Ecco mi piace pensare che ogni vita persa entra dentro quel motore che ci spinge a fare di più, a farci sentire più forti. Ed è giusto che ora piangi, e vorrei esserci per farti vedere quanto questa vita persa sia ora carburante per questo motore, che non è fatto di metallo ed è fatto di carne, la nostra carne.
Allora ora prenditi il tempo e lascia che questo dolore diventi la nostra forza vitale.
Avrei voluto dirti questo.

Giulia