Caro A.,
ti guardo questi giorni.
Vorrei poterti dire tante cose, vorrei riuscire a esprimere a parole quel miscuglio di sentimenti provati in questi giorni dopo il tuo arresto.
Ma le parole diventano superflue quando tu sorridi.
Mi sembra quasi di non aver mai visto nulla di più meraviglioso.
Ti hanno portato via con violenza, mentre te ne stavi semplicemente seduto con tuo padre e tuo zio sulla tua terra.
Ci racconti di essere stato schiaffeggiato e picchiato più volte.
Hanno cercato di accusarti di aggressione contro un soldato.
Tu, che hai la delicatezza e la tenerezza di un bambino in un corpo che sta diventando sempre più adulto.
Hai passato una notte in una cella minuscola senza poter dormire a causa di una luce intermittente, volutamente posta per fiaccare il tuo spirito.
Ti hanno poi liberato dopo ore, gettandoti nel bel mezzo del nulla, mentre tuo padre e tuo fratello ti aspettavano invano alla stazione di polizia dove avresti dovuto essere rilasciato.
Ora, dopo un viaggio infernale che sembra essere durato settimane, sei finalmente a casa.

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Il sole è ormai calato da un po', le pance sono piene, nell'aria si sente un dolce profumo di narghilè e così inizia la notte.
Fuori picconi e pale, si lavora a mente più lucida a ritmo di una canzone che ripete "I won't give up".
"Yalla Kali scava anche tu!”.
Allora prendo il piccone e do una mano, la forza mi arriva da questi ragazzi che spostando terra e massi costruiscono il loro futuro e quello del loro villaggio.
È un momento magico, le stelle in cielo sono tantissime e si mischiano alle nostre risate.
Questo Ramadan porterà un nuovo pezzetto di resistenza, nuova forza a chi lotta per la propria terra.
Questa sera ho visto l’anima di Sarura, quell’anima che l’esercito e l’amministrazione israeliana hanno minacciato più volte, ma la vita che portano i ragazzi in queste grotte è più forte della paura dell’oppressione.
Sumud, questa parola sentita molte volte, che piano piano si è fatta un po' di spazio anche dentro di me e mi rende maledettamente difficile lasciare questa terra.
Tuwani ha un tramonto bellissimo a maggio.

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Hafez spezza una focaccia allo za’atar.
I suoi occhi brillano come quelli di un bambino. Il suo volto si rilassa, i segni del tempo fuggono. Ringiovanisce di vent’anni, per un momento.
"Vedi Mirta".
Hafez è in grado di dare potenza ad ogni parola. La pronuncia - con una voce che non si può descrivere: è la voce di H e basta - le dà vita, la soffia nel mondo donandole coraggio, forza, solidità. La accompagna, dalla sua gola alle orecchie del mondo, e in quel cammino ogni parola scopre se stessa.
"Vedi Mirta".
Eccomi, Hafez. Mi chiami per nome e io so che stai per dirmi qualcosa di importante.
Lo sento dal tono, così solenne e così limpido.
Lo vedo dai tuoi occhi: i tuoi brillano quando pregusti la focaccia, ma brillano di una luce più profonda, di una luce che viene da molto lontano quando parli di resistenza.

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Lo sai che c'è un'ombra che spaventa le persone che puoi incontrare quando sei solo...
Un'ombra?
Si un'ombra, come dire...
E che fa? Com'è?
Vuole spaventarti sai… ha la testa di un asino, il corpo di un leone e una coda da coniglio. Si chiama ‘Alak.
Davvero?
Sì, e quando ti parla lo fa con una voce familiare.
Di qualcuno che conosci?
Sì esatto. Sai l'ultimo giorno dell'anno, il 31 dicembre, stavo camminando su questa strada e l'ho incontrata. La puoi incontrare solo quando sei da solo, non con altre persone. E mi ha parlato con la voce di mio fratello prima da lì e poi dalla valle.
E che ti ha detto?

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“Hanno spezzato gli ulivi di H. in Khelly”.
Io e C. prendiamo le telecamere e ci avviamo.
Arriviamo sul posto, è appena dietro casa, e iniziamo a fare foto.
Cerchiamo di trovare il punto in cui è possibile far vedere lo scempio di questo gesto.
Facciamo tante foto, iniziamo a contare gli ulivi.
Uno, due, tre, quattro, … “Sono 18?” “Sì, 18 ulivi”.
Ci guardiamo, siamo arrabbiate e facciamo fatica a dire qualcosa ad H.
Osservo i ragazzi, gli stessi che avevano piantato gli alberi pochi giorni prima, li osservo mentre filmano e fanno foto.
Cosa si può provare dopo l’ennesima volta che ti distruggono ciò che tu pianti e costruisci con fatica?

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