Sono le tre del mattino di una calda giornata di Giugno quando atterro sul suolo israeliano.
E’ la seconda volta che mi trovo qui, con quelle speranze e paure che ora si sono fatte concrete, e non sono solo più un’idea.
Non è stato difficile decidere di tornare, decidere di vivere ancora una volta un piccolo pezzo della mia vita lì, in quella terra di ulivi ed ingiustizie.
Sarà tranquillo, mi dico, alla fine sono quattro mesi che sei a casa, andrà tutto bene.
Sono le tre del mattino quando un agente dell’immigrazione mi dice che no, qualcosa nella mia storia non torna, e che devo aspettare.
C’è qualcosa di strano in quel mio ritorno, ed aspetto, davanti alla porta di quell’ufficio che deciderà, ancora una volta, del mio futuro qui.
Ed è stato così che, nel giro di poche ore, ho ricordato cosa fosse l’occupazione.
“Sei già espulsa, credi che non sappiamo cosa tu abbia fatto in quei tre mesi?”.

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C’è un momento particolarmente bello.
Un ritorno all’infanzia nel villaggio di Tuba.
Arrivo con M. dopo mezz’ora di sentiero a piedi, passo veloce per essere più sicure. Imparo i nomi delle colline, delle valli.
La sella.
E poi il villaggio.
Un vento fresco ci accarezza lì in cima e ci introduce in quelle famiglie, in quelle case.
Quattro famiglie per l’esattezza.
Un villaggio isolato, ma bucolico.
Senza tempo sembra.
Ci accoglie una donna.
Capisco ben poco, ma c’è qualcosa che va oltre le parole.
C’è una luce nel suo volto che sa di casa, di felicità, di apertura.

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Caro A.,
ti guardo questi giorni.
Vorrei poterti dire tante cose, vorrei riuscire a esprimere a parole quel miscuglio di sentimenti provati in questi giorni dopo il tuo arresto.
Ma le parole diventano superflue quando tu sorridi.
Mi sembra quasi di non aver mai visto nulla di più meraviglioso.
Ti hanno portato via con violenza, mentre te ne stavi semplicemente seduto con tuo padre e tuo zio sulla tua terra.
Ci racconti di essere stato schiaffeggiato e picchiato più volte.
Hanno cercato di accusarti di aggressione contro un soldato.
Tu, che hai la delicatezza e la tenerezza di un bambino in un corpo che sta diventando sempre più adulto.
Hai passato una notte in una cella minuscola senza poter dormire a causa di una luce intermittente, volutamente posta per fiaccare il tuo spirito.
Ti hanno poi liberato dopo ore, gettandoti nel bel mezzo del nulla, mentre tuo padre e tuo fratello ti aspettavano invano alla stazione di polizia dove avresti dovuto essere rilasciato.
Ora, dopo un viaggio infernale che sembra essere durato settimane, sei finalmente a casa.

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Il sole è ormai calato da un po', le pance sono piene, nell'aria si sente un dolce profumo di narghilè e così inizia la notte.
Fuori picconi e pale, si lavora a mente più lucida a ritmo di una canzone che ripete "I won't give up".
"Yalla Kali scava anche tu!”.
Allora prendo il piccone e do una mano, la forza mi arriva da questi ragazzi che spostando terra e massi costruiscono il loro futuro e quello del loro villaggio.
È un momento magico, le stelle in cielo sono tantissime e si mischiano alle nostre risate.
Questo Ramadan porterà un nuovo pezzetto di resistenza, nuova forza a chi lotta per la propria terra.
Questa sera ho visto l’anima di Sarura, quell’anima che l’esercito e l’amministrazione israeliana hanno minacciato più volte, ma la vita che portano i ragazzi in queste grotte è più forte della paura dell’oppressione.
Sumud, questa parola sentita molte volte, che piano piano si è fatta un po' di spazio anche dentro di me e mi rende maledettamente difficile lasciare questa terra.
Tuwani ha un tramonto bellissimo a maggio.

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Hafez spezza una focaccia allo za’atar.
I suoi occhi brillano come quelli di un bambino. Il suo volto si rilassa, i segni del tempo fuggono. Ringiovanisce di vent’anni, per un momento.
"Vedi Mirta".
Hafez è in grado di dare potenza ad ogni parola. La pronuncia - con una voce che non si può descrivere: è la voce di H e basta - le dà vita, la soffia nel mondo donandole coraggio, forza, solidità. La accompagna, dalla sua gola alle orecchie del mondo, e in quel cammino ogni parola scopre se stessa.
"Vedi Mirta".
Eccomi, Hafez. Mi chiami per nome e io so che stai per dirmi qualcosa di importante.
Lo sento dal tono, così solenne e così limpido.
Lo vedo dai tuoi occhi: i tuoi brillano quando pregusti la focaccia, ma brillano di una luce più profonda, di una luce che viene da molto lontano quando parli di resistenza.

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