- Ore 7:32 rapporto dalle vedette: “In sella”. È il segnale, bisogna terminare i preparativi e tenersi pronti ad entrare in azione.

- Ore 7:38 nuova comunicazione: “Sono all'allevamento di polli; no Army”. Equipaggiamento in spalla e si parte verso il punto d’ingaggio.

- Ore 7:41 ultimo messaggio, come secondo i piani: “Fuori vista”. Le vedette mantengono la posizione, pronte ad intervenire ma ora sta a noi, fra poco avremo l’obiettivo in vista.

- Ore 7:49 dovremmo già vedere l’obiettivo da alcuni minuti, invece sul fianco della collina non si muove una foglia. Con la tensione che increspa la voce, parte la chiamata “Hallo ***, fi jesh?” (Ciao ***, c’è l’esercito?) - “Na’am ehna mniji” (Sì, stiamo arrivando).

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“Faddalu, faddalu!” gracchia T. con la sua voce roca, graffiante e graffiata.
Ci sediamo ed io, ringraziandolo, lo guardo in volto: la keffiah e la lunga barba incorniciano il suo viso, sul quale vedo una rappresentazione del paesaggio alle sue spalle, quasi fosse una mappa.
Le colline della Massafer Yatta si accavallano le une sulle altre in maniera caotica, disorganizzata, selvaggia, mentre le valli si insinuano fra le alture, ricamandosi una via di uscita, disperdendosi in tutto lo spazio.
Il volto di T. imbrunito dal sole e dalla polvere non lascia alcun dubbio, lui È parte di questa terra: le rughe che ricoprono il suo volto sono indistinguibili dalle valli che si ramificano sullo sfondo dietro di lui e solo il grigio della barba spezza una continuità altrimenti perfetta.

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- Entra! - mi fa S.

Me lo dice un po’ ridendo, come a chiedersi cosa ci faccio ancora lì in piedi sull’uscio.
Non so neanch’io che cosa sto aspettando.
È in momenti come questo che il nostro modo di pensare mi sembra così lontano dal loro.

Per un palestinese la casa è sempre aperta per te, sarai benvenuto in qualsiasi momento, anche se non vi siete mai visti prima.
In Italia guai se suona anche solo il telefono ad ora di pranzo.
Nelle case palestinesi veniamo invitati ad entrare e sentirci a casa, che stiano mangiando, dormendo, lavandosi o facendo qualsiasi altra cosa, anche importante.

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H. sostiene che camminare scalzo per un'ora al giorno lo aiuti a pensare e che dovrebbero farlo tutti. E così è arrivato davanti all'uscio di casa nostra l'altra sera: scalzo e con mille pensieri che gli frullavano in testa.
"H. biddak gaua?" (H. vuoi del caffè?)
"Fi?" (C'è?)
"Fi, fi" (c'è, c'è - ...per te sempre).
Dopo 10 minuti di silenzio ed una sigaretta H. ha iniziato a parlare, guardandomi dritto negli occhi; in mano un bicchierino di carta ricolmo di caffè.
Ha parlato dei sacrifici fatti per portare avanti un progetto in cui crede fino al midollo.

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