Agosto 2015

SITUAZIONE ATTUALE

Un crescendo di scontri e episodi di violenza hanno scandito il torrido agosto palestinese.
L'episodio di fine luglio a Duma, con la brutale morte di Ali, bambino palestinese di 18 mesi, per mano di coloni è stato la miccia che ha innescato un'escalation di scontri e manifestazioni in tutta la West Bank contro gli insediamenti di colonie e avamposti che ogni giorno mangiano parte del territorio palestinese. La frustrazione e la collera sono state anche alimentate dalle vicende del prigioniero palestinese Allan, in detenzione amministrativa dal novembre 2014 e in sciopero della fame da 2 mesi che, dopo un forte deterioramento fisico, è stato sottoposto, secondo una nuova legge israeliana, all'alimentazione forzata dei prigionieri, pratica etichettabile come forma di tortura.
Scontri che hanno portato a 5 morti, tanti feriti e molti arresti.
Si percepisce da parte delle forze dell'occupazione una risposta a manifestazioni pacifiche che è sempre più sconsiderata e aggressiva: nel villaggio di Nabi Saleh le immagini della prepotenza con cui un soldato placca fin quasi al soffocamento un ragazzino di 12 anni hanno fatto il giro del mondo, così come i lacrimogeni e il cordone di Border Police che si scontra fisicamente con i dimostranti stride con la lotta nonviolenta dei cristiani e musulmani di Beit Jala contro il muro che sta portando alla confisca delle terre e al radere al suolo gli ulivi centenari e i vigneti della valle del Cremisan.

CONDIVISIONE, LAVORO E NOVITA' SUI VOLONTARI

Piene di nuove forze questo mese le Colombe hanno “volato” in lungo e in largo per le colline a sud di Hebron, portando protezione e ricevendo ospitalità e cuori aperti.
La quotidianità della pastorizia non ha ancora ripreso un ritmo serrato, colpevole il grande caldo. Questo non ha fatto sì che le forze dell'occupazione lasciassero alla loro esistenza gli abitanti di queste colline: sono stati effettuati checkpoint volanti, a volte con un elevato dispiegamento di forze, e la DCO (Amministrazione Civile Israeliana) ha perpetuato azioni di intimidazione e vere e proprie demolizioni di strutture di riparo per gli animali.
Siamo andati a Jawwaya, dove un attacco idrico è stato sradicato dalla compagnia idrica israeliana, lasciando senza acqua alcune famiglie, i loro greggi e le piantagioni.
Siamo andati a Susiya, prendendo parte a un evento di solidarietà intorno alle persone del villaggio, a cui hanno partecipato palestinesi da tutti i Territori Occupati e internazionali: non qualche ora spensierata di fuga dalla realtà della minaccia di demolizione, ma una presa di consapevolezza a ritmo di canti e dabka che siamo in tanti a credere e vivere nella resistenza nonviolenta. La condivisione passa dai nostri piedi che si muovono verso i piccoli villaggi di Tuba, Qawawis o Mufaqarah, per accompagnare fuori i pastori ma anche solo per bere un tè e sentire che aria tira.
Siamo andati a Umm al-Kheir, dove i beduini vivono costantemente nella paura che le loro abitazioni vengano abbattute da un bulldozer nella notte.
Siamo andati nella Firing Zone 918, a ritrovare facce conosciute e a conoscerne di nuove, dopo che nel cielo erano risuonati troppo spesso stordenti e forti colpi causati dalle esercitazioni militari nell'area.
Nel frattempo i coloni hanno mantenuto atteggiamenti di sfida verso i pastori e gli abitanti dei villaggi: con la pretesa di vedere la continuità di un territorio là dove le recinzioni sono il loro primo strumento di occupazione, dei coloni che attraversano il villaggio di At-Tuwani facendo jogging o uno che si avvicina in esplorazione a Qawawis, sono percepiti dai palestinesi come minaccia e possibile pericolo.
La scuola è iniziata e con questa i momenti insieme ai bambini dei villaggi di Tuba e Maghayr al-Abeed, che prendono casa nostra come punto di riferimento intorno a cui gravitare. Con loro si gioca e scherza, a casa così come nell'attesa delle jeep dell'esercito che ogni anno tutti i giorni li scortano in modo più o meno diligente verso i loro villaggi.
La gita al mare segna la fine dell'estate. Le donne della cooperativa e i loro bambini hanno raggiunto la spiaggia israeliana, momento di spensieratezza molto atteso. Al checkpoint di ingresso in Israele un bambino di 9 anni è stato rispedito indietro poiché ritenuto troppo pericoloso per oltrepassare il muro.