da Castel Volturno

Vite illegalizzate


E' appena finita la partita che ha qualificato il Paraguay ai quarti di finale. Siamo seduti su divani e materassi in una stanza ordinatissima, usata allo stesso tempo come salotto privato e baretto fai da te. Questo martedì ci si ritrova qui a discutere con gli immigrati del quartiere e a cercare di dare un po' di chiarimenti riguardo alla situazione legale di ciascuno. Siamo circa una quindicina di persone riunite, un concentrato di vissuti diversi e uno squarcio significativo su ciò che voglia dire oggi essere straniero in Italia. Meno della metà delle persone presenti è in possesso di un permesso di soggiorno.

Solo due hanno un lavoro fisso, anche se il contratto prevede un lavoro di tre ore al giorno e loro ne lavorano più di tre volte tanto. A. è partito dal Ghana più di sette anni fa e non è mai tornato. Ha vissuto per lo più in questa zona, sempre senza documenti. Lavora a periodi, sempre in nero. Parla con una calma attraente, ma la sua inquietudine è tangibile. Racconta che se avesse i documenti vorrebbe tornare dai genitori, ma solo per un mese. In tutti questi anni trascorsi in Italia ha perso il suo lavoro originario e anche la sua donna. Nessun rancore: come poteva aspettarlo tanto? Ha lasciato molto e non ha trovato poi un granché... Esce per fumare una sigaretta, cosa inusuale tra i ghaneani e che non aveva mai fatto nel suo Paese. Ma ormai ha più di trent'anni e a quest'età sarebbe giusto avere una famiglia di cui poter prendersi cura.

K. è qui solo da due anni e vorrebbe tornare a casa. La sua frustrazione la sfoga con parole forti. Dopo aver attraversato il deserto e il mare, si è arenato tra il non poter più andare avanti e l'impossibilità di tornare indietro. Non può andare in altri Stati europei perché non ha documenti. Non può tornare a casa perché non ha documenti. Eppure è stanco di questo “stato fottutissimo”. Ci chiede se siamo a conoscenza dei programmi di rientro volontario assistito promossi dal Ministero dell'Interno per far tornare a casa gli stranieri. Eh sì, K., li conosciamo, ma tu non puoi usufruirne: non hai i documenti. Per amara ironia può rientrare a casa con biglietto pagato solamente chi è regolare. Chi non ha questo attributo non ha nessun diritto. Ride K., ride di un riso nervoso.

A. rientra. 

Prende la parola S. Ha lavorato in nero, racconta, e il suo “patron” non lo ha pagato gli ultimi mesi . Nel 2009, con la promessa di avviare la  pratica per la sanatoria, gli ha chiesto 500 euro, che S. si è fatto prestare. Ma alla fine nessuna pratica, nessuna sanatoria, nessuna restituzione di quel denaro. Non è l'unico S. qui a non aver ricevuto la paga dovuta. Ci si accorda su come poter affrontare alcuni casi, si discute su quali modalità future si possono attuare per far pressione sulla questura e governi in merito ai permessi di soggiorno. Cercare possibilità di azione aiuta ad uscire dalla frustrazione, ridà dignità, fa intravvedere la libertà. Ci si saluta. Nel rientro troviamo un ragazzo con una ferita fresca al volto e al capo. Il giorno prima aveva chiesto al datore di lavoro i soldi che gli spettavano. In tutta risposta ha avuto una bottiglia rotta in testa. La polizia non è mai arrivata, nonostante sia stata chiamata dallo stesso ragazzo, che parla un po' l'italiano. Né lo ha richiamato. Lo accompagniamo in ospedale e contattiamo un avvocato che seguirà la vicenda.

I concetti di “legalità” e “regolarità” che abbiamo incontrato oggi mi hanno lasciata un po' frastornata. Chi sono in tutto questo i “regolari” e gli “irregolari”? Non sarà forse che siano le leggi sull'immigrazione, che non permettono l'accesso a forme di regolarizzazione, a lasciare il campo libero a sfruttamento e soprusi? O è questa legislazione che dovrebbe essere messa fuorilegge ed espulsa dal nostro ordinamento?!?

eri