Diario di Agnese - 2

Oggi a Damasco ho visto una Siria che prova a rialzare la testa e a dire quanto è bella e quanto è ancora viva.
T. ha 30 anni e mi racconta di essere rientrato dopo tanti anni all’estero.
Anni di diaspora per stare al sicuro.
Mi dice che non va tutto bene, che non è tutto a posto e che i suoi amici si lamentano di tante cose.

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Diario di Agnese - 1

La prima cosa grande è questa: è tanto che non parto, ma ora posso farlo.
Sto partendo per la Siria.
E posso farlo perché il mio passaporto, a differenza di quello di altri, apre le porte di più di 180 Paesi.
Un privilegio che non vale per tutti, e certamente non per i siriani.
Me ne accorgo anche da questo: “partire” è qualcosa di speciale.

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S. è una mia amica.
Ci siamo conosciute in Italia in una città che inizialmente non apparteneva a nessuna delle due: per lei perché ci si è ritrovata catapultata con i Corridoi Umanitari, per me perché la vivevo solo di passaggio.
R. è sua sorella.
L’ho incontrata in Siria, in un paesino dove entrambe ci sentivamo a casa, nonostante lei fosse appena tornata dopo 13 anni di vita in Libano e io erano pochi giorni che ci abitavo.
R. e S. sono figlie della stessa famiglia, eppure hanno vissuto vite molto diverse, e continueranno a farlo.

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Questa sera guardo le stelle da Quseyr, dal tetto della casa che abbiamo preso in affitto in questo piccolo paese siriano a sud-est di Homs.
Non è una vacanza, sicuramente non è turismo, non siamo propriamente cooperanti, non abbiamo un ufficio - e non ne vogliamo uno - ci spostiamo con i mezzi pubblici e parliamo dialetto levantino senza aver mai studiato l’arabo standard, quello ufficiale.

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Nella storia di Operazione Colomba molte volte ci siamo trovati ad accompagnare persone che si sentivano in pericolo a spostarsi da un posto all’altro.
Tutt’ora, i volontari e le volontarie portano avanti questa azione di accompagnamento nei vari Paesi in cui operano: non abbiamo armi ma con la nostra presenza internazionale, riusciamo a creare protezione per queste persone che viaggiano più sicure e tranquille sapendoci al loro fianco.
In Libano molti siriani, qui profughi da diversi anni, hanno deciso di ritornare in Siria, ma altri preferiscono aspettare, molte case sono distrutte, quelle ancora in piedi sono state completamente svuotate, non hanno porte, né finestre.
Per quanto precaria, la vita in Libano per molti è considerata ancora un’opzione obbligata.
B. ad esempio vive da quasi 10 anni in questo Paese, così vicino eppure così estraneo dal suo; vive, riesce a sopravvivere con gli aiuti dell’UNHCR e il lavoro saltuario.

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