La Palestina mi ha dato un nome nuovo, come nessuno l’ha pronunciato mai.
La Palestina mi ha accolta come nessuno ha fatto mai.
Mi ha accolta con tè zuccherati, davanti a un ventilatore o intorno a una stufa.
Mi ha accolta con l’odore acre del taboon e del suo strano tabacco, con la polvere sempre sulle scarpe e con fiocchi di lana di pecora portati dal vento.
La Palestina mi ha accolta nelle notti su materassi a terra con coperte pesantissime, mi ha accolta con colazioni a base di pane caldo, olio e bandura o con infiniti vassoi di riso.

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Così vicini e così lontani

Arriviamo al Community Center di Umm Al-Khair, e se non fosse circondato dai coloni, troppi e troppo vicini, sarebbe un posto bellissimo. Quel vecchio autobus colorato all'ingresso mi porta per un instante all'autobus di Into the wild.
Arriviamo al Community Center, dove hanno ammazzato Ode a luglio. Un morto, è capitato, e mi faccio paura perché questa morte non mi divora come dovrebbe.
Come trovare l'equilibrio tra il rimanere umana, il farmi toccare, il farmi ferire, e il riuscire a rimanere qua?

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Le notti d’autunno sono lunghissime in Masafer Yatta: i cani abbaiano tutta notte e ogni rumore diventa spaventoso, quando bisogna stare in vedetta per controllare che non escano i coloni dagli avamposti.
Il sabato sera spesso festeggiano così lo shabbat, armati e incappucciati vanno a caccia di palestinesi, pronti a distruggere case, devastare campi, sgozzare pecore, e talvolta perfino prendere a bastonate famiglie intere.

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Giugno 2025.
Un mese difficile da raccontare di persona, tantomeno descriverlo in due righe, ma ci provo.
Mai avrei pensato di dire cose tipo “è una situazione in cui ci devi essere”, ma ora so che è vero; l’occupazione devi viverla per provare a capirla.

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H è passato da casa nostra per fare due chiacchiere e concedersi uno sfogo su Khallet Athaba’.
Provo a trascriverlo, iniziando con la conclusione del discorso, che era positiva: la resistenza palestinese si sta ricompattando e la paura e il senso d'abbandono stanno soccombendo.
H è partito dal momento della demolizione: dopo che praticamente l'80% del villaggio è stato demolito, l’esercito di occupazione non ha permesso agli attivisti e ai giornalisti di fare luce e supportare Khallet Athaba’, tentando di isolare sempre di più la comunità palestinese.

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