E’ sera, l’aria umida rinfresca le ossa, è piovuto per tutto il giorno e ora sembra aver finalmente smesso.
Sul ciglio della strada, davanti al vecchio bar di T., un ragazzo all’apparenza nigeriano è steso per terra, sulla terra bagnata. Un manipolo di gente preoccupata gli si agita intorno anche se nessuno lo conosce. Ci avviciniamo, avrà si e no venticinque anni: essere gli unici due italiani a varcare questo scorcio d’Africa mi fa sentire da subito un intruso.
Il ragazzo non si alza, non ci riesce; “probabilmente è ubriaco” dice T.
Ero andato lì per chiedergli una testimonianza sulla sua significativa esperienza di immigrazione: T. vive a Castelvolturno da vent’anni, “Guarda -mi dice amareggiato- vedi questo è quello che produce la legge italiana, avrà solo venticinque anni…tanti ragazzi non ce la fanno, si buttano sull’alcol…Questa è la frustrazione”. Mentre lo dice prende dalla tasca il cellulare e chiama il 118. Non è la prima volta che succede, è una scena già vista che intristisce il cuore.
Dall’altra parte della cornetta l’operatrice del 118 si mostra tutt’altro che gentile, forse ha sentito il suo italiano stentato, forse avrà pensato…l’ennesimo nigeriano ubriaco… T. mi passa il telefono perché la sua lunga esperienza qui gli ha insegnato che se non sei un italiano, tante porte sono chiuse.
“Buonasera -rispondo- chiedo di poter avere un ambulanza; il ragazzo sta male -dico- è per terra gelido e a dire il vero non so se sia ubriaco o in overdose”. L’operatrice lo chiede più volte ma io non sono un medico, le dico che non posso saperlo, che serve un' ambulanza ma lei insiste, mi dice che poi il servizio non lo paga nessuno, di provare a chiamare qualcuno dal centro di accoglienza lì vicino, il centro Fernandez. Alle sue parole mi arrabbio, risponde dicendo che manderà l’ambulanza e riaggancia in malo modo. Mi viene da pensare se l’essere straniero debba per forza coincidere con il non pagare le tasse, non per i dati forniti dall’Inps almeno, il suo “poi il servizio non lo paga nessuno” mi rimbomba nella testa mentre guardo il ragazzo contorcersi a terra come un epilettico.
Lo copriamo con una giacca, nel frattempo passano venti minuti e dell’ambulanza ancora non se ne vede traccia, peccato che la sede del servizio sia solo a un paio di chilometri di distanza. “Geova…Geova”, il ragazzo con grido rabbioso alterna momenti di immobilità totale a momenti convulsi in cui sbatte le sue mani callose contro la terra umida e inospitale e ripete “Geova…Geova…”. Dov’è il suo Dio? Quello che gli avevano raccontato prendersi cura dei suoi figli, sono in molti quelli che non ce la fanno, loro che credevano alla favola dell’Europa. Oramai i presenti sono tutti convinti del fatto che l’ambulanza non arriverà, non è la prima volta che succede, addirittura c’è chi vorrebbe chiamare i carabinieri con chi sa quale conseguenza....
Un giovane, deluso dal vedere il suo fratello africano in quello stato, dice: “se fossimo stati nel deserto l’avremmo dovuto lasciare li” e forse qualcuno è davvero stato costretto a farlo, ma non adesso, tutti si agitano, chi con parole di collera, chi cercando di strappargli qualche parola e chi invece dall’altra parte dello sparti traffico cercando di scorgere i soccorsi in lontananza. Chiamo ancora il 118, “dov’è l’ambulanza?” chiedo. Il corpo del giovane ragazzo è gelido, è passata quasi mezzora, i suoi vestiti sono tutti intrisi di acqua e di fango, fa freddo, il suo sguardo è perso. Ancora 5 minuti, giusto il tempo necessario per arrivare e in lontananza, sulla Domiziana, finalmente le luci blu dell’ambulanza.
G.


