7 luglio 2009 // Castel Volturno, Provincia di Caserta, a circa 20 km da Casal di Principe, Italia
Perché tentare di aprire una presenza in questa zona, in Italia? Le motivazioni che ci spingono qua sono varie: a partire da alcune provocazioni di cittadini Israeliani, che chiedevano perché non andavamo anche nel sud Italia, visto le continue uccisioni da parte della criminalità organizzata; per “guardarci dentro” e prendere a cuore un territorio bellissimo del nostro paese, traboccante di difficoltà e conflitti; per continuare la sensibilizzazione e la denuncia di leggi ingiuste sull'immigrazione, conoscere quindi le persone che arrivano qua in cerca di lavoro, fortuna e condizioni migliori, condividendo la vita con loro e cercando di mettere in pratica proposte concrete che diminuiscano le varie tipologie di violenza a cui sono esposte. Tutto questo ci ha portati a Castel Volturno.
Come descrivervi questa cittadina? Immaginatevi una strada lunga 27 chilometri, su un lato case, la pineta e il mare, dall'altro ancora case e poi campi (sfruttati per la coltivazione di pomodori o il pascolo delle bufale) a perdita d'occhio. Castel Volturno è un comune della provincia di Caserta che sorge lungo la Domitiana, antica strada romana che collegava Roma e Napoli, ora centro di attività della vita del paese, di tutti i traffici, leciti ed illeciti. Conta oltre 23.000 abitanti; a questi vanno aggiunti circa 9.000 immigrati, di cui “solo” 2.000 in possesso di regolari documenti. Come se avessero staccato un pezzo d'Africa e l'avessero trapiantato a 30 chilometri da Napoli. La prima cosa che cattura l'attenzione, infatti, oltre ai numerosi caseifici per la produzione della mozzarella di bufala, è la grande presenza di persone immigrate. La maggior parte appunto dall'Africa (Nigeria, Ghana, Tanzania, Liberia e Burkina Faso), ma anche qualcuno dall'est Europa (Polonia e Ucraina). Perché tanti immigrati a Castel Volturno? Anche qui, ridurre la questione ad un'unica risposta sarebbe sbagliato.
Le ragioni sono molteplici: prima di tutto siamo in un posto dove la presenza dello Stato è pressoché nulla, per cui non c'è un controllo sistematico delle persone senza documenti; gli immigrati hanno possibilità di trovare lavoro, a caporalato, stagionalmente nell'agricoltura, praticamente tutto l'anno nell'edilizia, ovviamente in nero e a condizioni non dignitose che ledono i diritti della persona (parte dell'economia della zona, le cui redini sono in mano alla camorra, è sorretta da loro); perché ci sono delle grosse comunità africane che, attraverso il passaparola chiamano qui i propri connazionali; e poi perché c'è un grande numero di strutture dove abitare.
Una cosa che non manca qua sono le case. Lo diciamo con i numeri: circa 7.000 nuclei famigliari, 28.000 abitazioni. No, non è un errore, niente confusione di cifre. Castel Volturno doveva diventare un polo turistico di massa. Il territorio ha visto proliferare l'abusivismo edilizio, lo sfruttamento del territorio. A partire dagli anni sessanta, è stato realizzato il più grande abuso edilizio d'Italia: il “Villaggio Coppola-Pineta Mare”. Sono stati edificati ristoranti, bar, villette, palazzi, palazzine, palazzoni e grattacieli, alberghi, tabaccherie, una chiesa, una scuola, un ambulatorio, un cinema, un centro congressi, un silos per parcheggi, una caserma dei carabinieri.Più della metà del villaggio è stato abusivamente edificato su terreni del demanio statale o di quello comunale; il resto su suoli privati, ma comunque senza concessioni o con concessioni illegali. Anche la camorra si è interessata a questo proliferare di attività edilizia, fornendo cemento, ferro, legno e manodopera: Castel Volturno è infatti assoggettato al potere dei clan camorristici. Come avrete capito il posto dove ci troviamo è complesso per la presenza di numerose problematiche: camorra, indigeni, immigrati, ambiente, inquinamento; molteplici conflitti fra queste realtà e all'interno di ciascuna realtà. Una grossa difficoltà che incontriamo è quella, infatti, di “leggere il territorio”. Per praticità, verrebbe da dividere tutto in bianco e nero, buoni e cattivi, persone che subiscono e persone che opprimono. Purtroppo la realtà è molto più complessa di ciò che sembra: per esempio quando parliamo di persone che subiscono la violenza del territorio, ci vengono in mente subito gli immigrati, senza pensare che anche la vita di molti italiani (per esempio i nostri padroni di casa) è influenzata negativamente dai vari problemi che presenta il contesto.
Oppure guardando unicamente gli immigrati: in un primo momento viene da giudicarli tutti come vittime, per poi accorgersi che anche dentro a questa “categoria” c'è gente che sfrutta o tratta come non persona il suo simile. Per non parlare poi di Stato e camorra: è complicato individuare dove finisce il primo, dove inizia la criminalità organizzata e dove invece convivono intrecciate. Tentare di aprire una presenza di Operazione Colomba in un contesto così complicato non è una cosa semplice. Ci vuole un' attenzione particolare e un ascolto non superficiale per fare una corretta analisi del territorio e individuare gli spazi in cui Operazione Colomba potrebbe agire. Siamo quindi in un momento delicato di esplorazione e comprensione. Ci stiamo muovendo in due direzioni: conoscere le varie associazioni che lavorano già in zona e conoscere personalmente alcuni immigrati per dare inizio alla condivisione. Da rilevante abbiamo poi partecipato ad un incontro di coordinamento tenutosi a Caserta, sede del centro sociale “ex canapificio”, fra alcune associazioni che lavorano insieme ai migranti; è in cantiere una manifestazione nazionale per ottobre. Oltre ai missionari comboniani, che ci hanno introdotto nel territorio e ci hanno dato una grossa mano a cercare casa, abbiamo incontrato: Renato Natale (medico, è stato per undici mesi sindaco a Casal di Principe, dove tutt'ora vive, schierato contro la camorra, ora è presidente dell'associazione Jerry Masslo), la Caritas di Caserta, i ragazzi del centro sociale “ex canapificio” e le suore nigeriane del Sacro Cuore di Gesù.
Il primo è un medico, che fu per undici mesi sindaco a Casal di Principe, dove tutt'ora vive, schierato contro la camorra ed ora è presidente dell'associazione Jerry Masslo. Natale ci fa un interessante excursus storico sull'immigrazione (che racconteremo nei prossimi report) spiegandoci che la prima regolamentazione riguardo i migranti nasce da queste terre, soprattutto a causa della morte di un cittadino sud africano chiamato Jerry Masslo. Sta chiedendo rifugio in Italia, perché sta scappando dall'apartheid e trova lavoro come raccoglitore agricolo nei pressi di Villa Literno. Qui viene ucciso durante una rapina da alcuni ragazzi italiani che volevano rubargli i pochi soldi che aveva guadagnato. Il caso diventa nazionale, ai suoi funerali sono presenti moltissime autorità istituzionali. Segue una grandissima manifestazione a Roma e in seguito a questa viene promulgata la legge Martelli, prima a legiferare in tema di stranieri. Parliamo anche di ambiente. Ci dice che per i Romani qui era la “Campania felix” per via della fertilità della terra, che addirittura sotto i Borboni, il prezzo del grano veniva deciso a Casal di Principe, per l'importanza agricola che ricoprivano questi posti. Ora invece li stanno uccidendo. Stanno uccidendo le persone che qui vivono. E' la zona con il più alto tasso in Italia per morti di tumore e di malformazioni del feto.
Hanno provato a battersi anche per questo. Per la chiusura definitiva della discarica Ferrandelle: un terreno confiscato alla camorra, dichiarato presto zona militare per versare segretamente, senza isolare il terreno, 750.000 tonnellate di rifiuti. Per nasconderla l'hanno addirittura oscurata dal satellite. Che conseguenze ha avuto questa lotta? Che a poca distanza costruiranno un'altra discarica (e altre sono già presenti) ancora più grande, si stima con un bacino di raccolta di 1.000.000 di tonnellate di rifiuti.
Siamo andati a visitare il centro di accoglienza della Caritas: tutt'ora sono accolti una quarantina di migranti (un piccolissimo gruppo anche dall'est Europa). Al centro viene offerto loro vitto e alloggio, assistenza legale, corsi di alfabetizzazione e di italiano; c'è infatti una buona presenza di volontari che presta servizio là. Le persone assunte, invece, a parte una, sono tutte africane. Di solito gli immigrati si fermano nel centro finché non hanno i documenti in regola, poi si trasferiscono in altri luoghi. Finché sono là, la maggior parte lavora a caporalato, sia nel settore edilizio, dove c'è richiesta tutto l'anno, sia nel settore agricolo, dove la richiesta è principalmente stagionale. Davvero interessante è stato sentir parlare G., una persona che ha scelto, oltre al suo orario lavorativo, di vivere totalmente immerso insieme agli immigrati. Ci ha spiegato che da due anni è sorto il movimento migranti rifugiati, nato da un piccolo numero di persone, ma che oggi conta circa 12.000 persone. E questo movimento inizia ad assumere un buon peso. Insieme all'aiuto di G. infatti sta ottenendo grossi risultati: il primo fra tutti il numero di richieste di permesso di soggiorno esaminate dalla questura di Caserta, la prima questura in Italia per permessi di soggiorno rilasciati e appuntamenti che dà in media a settimana (circa cento). Questo soprattutto grazie alla pressione del movimento migranti rifugiati. Questo è un tema centrale, perché il problema e la preoccupazione principale per chi, straniero, arriva in Italia consistono nel mettersi in regola. Il movimento si riunisce ogni Mercoledì all'ex canapificio.
Il Mercoledì seguente anche noi andiamo al centro sociale di Caserta. Rimaniamo subito colpiti dalla gran folla che aspetta nel cortile: saranno più di duecento immigrati. Mercoledì infatti è giorno di sportello: i ragazzi del centro cercano di dare qualsiasi tipo di assistenza (soprattutto legale), a chiunque lo chieda. Inoltre, come ogni settimana, oggi si riunisce il movimento migranti rifugiati. Salutiamo e ci affianchiamo ad un volontario, vale a dire che ci sediamo al suo fianco dietro una scrivania, in una piccola stanzetta senza finestre; un caldo impressionante. Fuori, in una sala più grande, tantissima gente aspetta il proprio turno, in maniera ordinata, con in mano il proprio numero; lo sportello chiuderà solo quando verrà sentito l'ultimo della fila. Ci rendiamo conto che siamo in un posto in cui possiamo finalmente ascoltare gli immigrati e sentire in particolar modo quali sono i loro problemi o le loro maggiori preoccupazioni. La cosa che via via ci sorprende è vedere che a Caserta arrivano da tutta Italia: Pordenone, Brescia o dalla più vicina Napoli. La voce si sparge in fretta. Addirittura alcuni, prima di affrontare il viaggio che li porterà nel nostro paese, sanno già che devono puntare su Caserta. Ritorniamo tutti i Mercoledì successivi per il meeting del movimento migranti rifugiati: si cerca di dare più informazioni possibili sulla sanatoria di settembre per colf e badanti, tutti vorrebbero rientrare nella sanatoria, tutti vorrebbero essere messi in regola.
Viene chiesto a chi lavora, anche se non è in regola, di dire al proprio datore di lavoro di contattare il centro sociale. La strategia di azione infatti è quella di mandare al Presidente della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato, ai Ministri dell'Interno, del Lavoro e a tutti i parlamentari una petizione firmata dai datori di lavoro in cui si chiede di estendere la regolarizzazione a tutte le categorie di lavoratori immigrati, facendo emergere i rapporti di lavoro già in atto e diminuendo perciò il lavoro nero. Visitiamo anche le suore del Sacro Cuore di Gesù al Centro Fernandes. Sono tre suore nigeriane e si occupano di ragazze che vogliono uscire dalla tratta. Attualmente in casa accolgono cinque ragazze nigeriane, tre delle quali hanno figli. Per quanto concerne invece la condivisione con persone immigrate, abbiamo visto che il quartiere dove abitiamo non offre molte possibilità in questo. Dobbiamo andare a cercare gli incontri. Così abbiamo più volte fatto delle visite all'American Palace, palazzo dove vivono esclusivamente africani, simbolo dell'immigrazione. Abbiamo conosciuto una signora, che ha un “negozio” all'interno del condominio e il suo bambino; ora siamo amici.
Anche le nostre visite al centro sociale “ex canapificio” e la partecipazione ai gruppi di lettura della Bibbia organizzati dai missionari comboniani, si sono rivelate via preferenziali per la conoscenza e l'ascolto. Un incontro in particolare ci ha toccato: quando abbiamo assistito al film-documentario “come un uomo sulla terra”. Noi l'avevamo già visto, ma è tutta un'altra cosa vederlo insieme a persone che hanno percorso lo stesso viaggio e le stesse esperienze: i camion nel deserto, le prigioni in Libia, il viaggio in mare. C'è chi resta zitto e impassibile, chi scuote la testa, chi ha gli occhi gonfi e sembra stia per mettersi a piangere. Un ragazzo continua a dire “è così, è proprio così” e riconosce persino due persone nel video. Finita la visione lo stesso ragazzo racconta la sua esperienza terribile: è stato lasciato a piedi nel deserto, abbandonato, per fortuna si è salvato camminando tre giorni nel deserto. In Libia l'hanno preso, l'hanno picchiato ed è stato quasi due mesi in prigione, in condizione disumane. Erano in celle così affollate, che non potevano neanche distendersi per dormire, riposavano uno appoggiato all'altro. Tante persone davano segno di cedimento, di problemi mentali, parlavano da sole. Poi, una volta liberato, si è fatto mandare altri soldi ed è riuscito ad imbarcarsi e a raggiungere l'Italia. Ora è qua ed è quasi peggio della Libia, dice. “Almeno in Libia ti davano da mangiare, qui non abbiamo neanche quello, sono preoccupato perché non ho lavoro, non ho soldi, devo pagare l'affitto e in più sono senza documenti; la notte non riesco a dormire!”.
MD