A Castel Volturno l’aria è pesante perché odora di spazzatura bruciata e l’acqua è densa perché piena di rifiuti fognari.
Ci sono donne schiacciate dalla pesantezza di questi odori e di queste rovine che ingombrano i marciapiedi. Sono quelle donne che rimangono immobili, bloccate dalla rassegnazione, in attesa di un insperato cambiamento. Sono giovanissime, giovani o adulte e parcheggiano, tutto il giorno, il proprio corpo molle sulle sedie da giardino in mezzo alla strada o su divani sfondati in stanze poco ammobiliate. Aspettano in silenzio, senza troppa convinzione, di poter fuggire da questo posto.
Aspettano guardando la vita patinata delle pop-stars di MTV e desiderando essere belle e laccate come quelle cantanti che si strusciano felici sullo schermo. Oppure aspettano guardando la vita che si muove, o non si muove, nella via davanti a casa. Rimangono ferme nel loro piccolo metro quadro, di cui conoscono ogni millimetro e di cui si impadroniscono ogni giorno di più. Diventano le regine del loro micro regno, fatto di casa e famiglia e imparano a difenderlo con le unghie. Si arroccano in difesa del loro possedimento, pronte ad attaccare ogni possibile nemico. Mentre aspettano. Ma a Castel Volturno tra le macerie, che si affacciano sulle strade dai cortili abbandonati, ogni tanto, per caso, nascono dei fiori. Sono bianchi e profumano davvero, di fiore. Sembrano mughetti, ma più probabilmente sono il frutto di qualche mutazione genetica dovuta all’inquinamento chimico della terra. Ci sono donne che scelgono di guardare questi fiori, invece che la spazzatura che li circonda, e si riempiono con fatica di speranza. Sono donne forti, con le spalle larghe e i piedi ben piantati per terra. Sono donne giovanissime, che si buttano con passione nelle relazioni con le tante nuove persone che passano da qui per aiutare: da esse cercano di cogliere il massimo, ma sono costrette a combattere la solitudine che rimane ad ogni nuova partenza, che spezza i legami e le speranze appena nati. Sono giovani madri, che lavorano tutto il giorno per cercare di garantire un futuro ai propri figli, senza dover chiedere aiuto a nessuno, a costo di essere sole ed esposte. Sono donne migranti, che hanno attraversato il deserto e il mare per venire in questo paese, e giorno dopo giorno hanno cercato di costruirsi una vita dignitosa, faticando per ottenere ogni cosa, rifiutando la violenza e il crimine.
Sono suore, che hanno scelto di consacrare la propria vita al servizio delle vittime, o volontarie che scelgono di avvicinare la desolante vita dei tossici uomini-zombie, senza la pretesa di salvare nessuno, ma col solo desiderio di riconoscerne l’esistenza. Sono persone che non si limitano a guardare la realtà da dietro una finestra o sedute su una sedia, ma vi si immergono, lasciandosi contaminare per decodificarne le strutture e le dinamiche. Vedono le ingiustizie che reggono il sistema, intuiscono gli interessi che le causano, si immaginano le conseguenze di questo meccanismo e cercano, nel loro piccolo, di inserirsi in questa realtà malata per cominciare a guarirla. Sono lucide nell’analisi dei fatti e del proprio lavoro, non sono delle illuse mosse da buonismo ingenuo. Sono delle donne forti e intelligenti, consapevoli dell’enormità dell’impresa che sola può salvare questa terra e che hanno scelto di fare la propria parte, nonostante il grosso sacrificio che tutto ciò comporta.
Cosa significano in questo contesto gli obiettivi dell’”Operazione colomba”, che sono: lottare contro l’ingiustizia, rimuoverne le cause, stare da entrambe le parti del conflitto e rifiutare la violenza? Non è semplice rispondere, perché il conflitto non è uno solo, e le ingiustizie, con rispettive cause, sono molteplici. C’è il problema della camorra, quello dell’immondizia e dell’inquinamento, quello della mafia nigeriana, della tratta delle donne, della disoccupazione, del razzismo, dell’immigrazione clandestina, della microcriminalità… e non è semplice individuare la parte dell’oppresso e quella dell’oppressore. In fondo tutti coloro che vivono a Castel Volturno sono vittime, se non altro della povertà materiale e culturale, altrimenti se ne sarebbero già andati via.
Forse intervenire in questo conflitto significa mettersi a fianco di queste donne. Camminare insieme a tutte: accanto a coloro che sono schiacciate dalla fatica e dalla bruttezza, per spronarle a combattere l’indolenza e la rassegnazione; accanto a chi ha trovato la forza di opporsi, per imparare attraverso le loro esperienze a resistere e reagire, e perché esse non perdano mai le motivazioni del loro sforzo sentendosi troppo sole e troppo piccole.
A.


