Da Castel Volturno a Rosarno
Avevamo ascoltato le voci di migranti raccontare della terribile situazione a Rosarno. Avevamo letto delle difficili condizioni di vita degli Africani in questa zona della Calabria, ma mai avremmo potuto immaginare tanto. Come volontari di Operazione Colomba presenti a Castel Volturno abbiamo creduto che per capire meglio le vite delle persone che vivono accanto a noi e comprendere quali effetti pratici avessero le leggi italiane in materia di immigrazione, fosse importante visitare i luoghi fulcro di questo fenomeno. Volevamo addentrarci ulteriormente nelle loro storie e capire la realtà che si trovano costretti ad affrontare molti di coloro che sono diventati i nostri vicini di casa. Ci sono dei parallelismi tra Castel Volturno e Rosarno: sono entrambe cittadine dove coesistono varie forme di povertà; in entrambi sono presenti molti immigrati senza permesso di soggiorno; entrambe sono zone dove la criminalità organizzata è radicata. In questi due centri le mafie hanno messo in atto attacchi contro i migranti ai quali pero' sono state date sempre risposte compatte, le uniche sollevazioni contro la camorra e la 'ndrangheta che si sono viste in Italia in questi ultimi anni. Ma ci sono anche profonde differenze che saltano immediatamente agli occhi.
Prima tra tutte la questione abitativa e i bisogni minimi della persona. Se a Castel Volturno la presenza di un numero significativo di abitazioni sfitte permette agli immigrati di affittare casa, a Rosarno le persone sono costrette a vivere in baraccopoli, fabbriche dismesse, rifugi di fortuna. Prima i migranti vivevano ammassati in una cartiera, poi è stata fatta sgomberare e chiusa (c'era l'amianto nel tetto) ma senza trovare nessuna sistemazione per coloro che ci vivevano che si sono spostati in un ex oleificio mai entrato in funzione e in altri accampamenti.
In ogni insediamento sono presenti centinaia di migranti (anche 700 in un unico campo), provenienti da diversi stati africani, senza luce e acqua, senza modo per riscaldarsi. Alcuni hanno cercato di costruire rifugi con cartoni e teli in plastica, altri hanno sistemato delle tende su pneumatici, altri ancora si sono accampati in silos in disuso. C'è persino chi è costretto a dormire su un nudo pezzo di cartone. Lavorano da mattina a sera raccogliendo arance, per 25 euro, cioè meno di tre euro all'ora. Lavoro nero, nessuna assicurazione e nessuna certezza di un guadagno per il giorno seguente. C'è chi poi non viene pagato e si trova impossibilitato a denunciare lo sfruttatore, data la propria condizione di irregolarità. A causa di tutto ciò, non tutti i giorni c'è cibo e non c'è per tutti.
Raccontano di ostilità da parte di alcuni abitanti della zona; il disinteresse delle autorità locali non c'è bisogno di raccontarlo. Basta guardarsi attorno. Dal 20 giugno di quest'anno però si è costituita una rete di associazioni che si stanno occupando dei bisogni primari di queste persone, distribuendo cibo e coperte, facendo pressione sulle autorità perché forniscano almeno gli insediamenti principali di servizi igienici (hanno ottenuto l'affitto di alcuni bagni chimici) e si impegnino per la disinfezione di alcune strutture. Cercano soprattutto di indirizzarsi verso una soluzione che non sia solo un tamponare l'emergenza, (...sono quindici anni che esiste questa situazione) ma che sia una risposta umana a una condizione che sembra far perdere, a chi la sopporta e non a chi la vive, tale caratteristica.
Venire a conoscenza che anche in Italia sono presenti dei “pezzi” di baraccopoli e poter entrare in queste specie di mini favelas è stato a dir poco sconvolgente. Quello che abbiamo visto a Rosarno è una condizione al di là di ogni immaginazione, un'emergenza abitativa, sanitaria, umanitaria, all'interno di un Paese conteggiato tra gli stati ricchi e considerato una democrazia. No, per favore, non diteci che da qualche anno questa è la normalità; non può essere!
Ci ha particolarmente colpito un posto: una strada trafficata dove transitano numerose macchine e, a pochi metri, un grande edificio abbandonato. In mezzo al fango ci vivono trecento persone, nella situazione descritta sopra, sotto gli occhi delle tante persone che ogni giorno passano di là. A parte un bel gruppo di gente che attraverso una rete sta cercando di cambiar la situazione, si respira un sentimento di assurda indifferenza, in alcuni momenti tramutata in odio.
Sappiamo, per averlo provato sulla nostra pelle e per la sua storia, che la Calabria, così come d'altro canto l'Italia, è terra di un popolo ospitale: perché fare differenze? Perché essere gentili e accoglienti solo verso determinate categorie e non con tutti?
E.


