Castel Volturno è Italia
Dietro il sipario
Anche questa domenica, un fotografo presente alla messa con gli immigrati. Un articolo in una rivista, un servizio alla TV. Castel Volturno, provincia di Caserta, da un anno abbondante, è sotto i riflettori dei media. Era il 18 settembre 2008 quando un manipolo di killer dei Casalesi uccideva sei ragazzi africani, tutti lavoratori in queste terre. Il giorno seguente gli immigrati misero a ferro e fuoco la Domiziana, dopo che un telegiornale nazionale aveva “infangato” i nomi delle vittime, etichettandole come appartenenti ad un cartello della droga, cosa peraltro mai provata, nemmeno dagli atti del processo.
Castel Volturno oggi è al centro dell'attenzione e viene spesso identificato come un “caso particolare”, “un'altra Italia”. Per noi che viviamo qui, questo posto rappresenta uno specchio con cui osservare il nostro Paese, come se ci mettessimo a guardare l'Italia da dietro il sipario, posizione privilegiata per vedere tutta la polvere che finisce sotto il tappeto di casa nostra. Trovatemi infatti una città di medie/grandi dimensioni in cui non si senta la mancanza di lavoro, che non sia toccata dal fenomeno dell'immigrazione, violentata dall'inquinamento o dall'abusivismo, senza alcuna infiltrazione della criminalità organizzata, con i relativi traffici di spaccio e di tratta delle donne.
Castel Volturno non è un caso particolare; è la città che racchiude tutte le problematiche e le difficoltà presenti in Italia, qui amplificate però all'ennesima potenza. Se da altre parti viene rivelato un calo occupazionale, la disoccupazione giovanile in zona arriva ben oltre l'80% e si registra la più alta concentrazione di stranieri irregolari in Italia. Di inquinamento si muore. Già qualche hanno fa, secondo la rivista medica The Lancet Oncology, l'aumento dei decessi per cancro superava il 20%. Passeggiando si nota la distruzione dell'ambiente, l'immondizia sparsa dovunque, la puzza di cloaca dei Regi Lagni (un antico sistema idrico in cui sversano tutte le fogne e scarti delle industrie), il mare in cui è meglio non fare il bagno; per non parlare di tutti i rifiuti (molti dei quali pericolosi) nascosti nella pineta o in qualche buca o discarica illegale. Ci colpisce non un edificio, ma un intero villaggio abusivo, ormai denominato popolarmente col nome della famiglia che lo ha costruito, i Coppola (oggi ai vertici di Confindustria): 863 mila metri quadrati di colate di cemento. Ma, nonostante questo, un altro motivo che non ci fa credere alla tesi del “caso particolare”, del “quelle cose ci sono solo là”, è il fatto che Castel Volturno è il centro di una circonferenza immaginaria, i cui raggi toccano città, regioni e persino stati esteri. Un esempio? Le infiltrazioni camorristiche a Parma e nell'Emilia in generale, con tentativi di passare per Milano, i rifiuti provenienti dal Veneto e dalla Toscana, senza tralasciare la strada colombiana e nigeriana per la droga, il cemento dell'Abruzzo, fino ad arrivare alle recenti cronache, ovvero al caso delle dimissioni del governatore della regione Lazio, il tutto cominciato intercettando una telefonata nell'ambito di un’indagine riguardo ad un famoso boss latitante della zona. Altro che un pezzo d'Africa tra Caserta e Napoli. Castel Volturno è indicatore dello stato del nostro Paese oggi.
Un Far West urbano: una striscia di asfalto lunga 27 chilometri, la Domiziana. Dal 1971 ad oggi i residenti sono raddoppiati ogni dieci anni, fino ad arrivare alla stima di circa 23 mila residenti di cui 2 mila sono stranieri regolarmente censiti. Diverse categorie di persone, dai primi anni ottanta ad oggi, vedono in questo scorcio di Campania la terra promessa, la terra della speranza. Una cosa che non manca da queste parti è l'opportunità abitativa: 8 mila nuclei familiari registrati e 40 mila alloggi! Sono le case costruite per fare di Castel Volturno un polo turistico di massa, risultato mai conseguito. Le stesse che all'inizio ospitano i soldati statunitensi della Nato. “Seconde case” che lo Stato usa poi per ospitare i terremotati dell'Irpinia e di Napoli e la gente del bradisismo di Pozzuoli. Dopodiché i proprietari non ristrutturano più i loro alloggi, ma iniziano ad affittarli ai “nuovi poveri italiani” che vengono in cerca di una vita a prezzi più abbordabili e soprattutto agli immigrati. Moltissimi di loro provengono dal Corno d'Africa, ma anche dall'est europeo. Nessuno sa con precisione, ma la presenza degli stranieri non regolari nel territorio oscilla dalle 8 alle 13 mila unità.
Da cinque mesi, insieme ad Erica, un'altra volontaria, siamo a Castel Volturno con operazione colomba. Come corpo civile nonviolento di pace, il nostro primo compito è quello di abitare questa terra con tutte le sue contraddizioni. Ci siamo inseriti in attività che ci permettono di conoscere le persone e la loro storia: due giorni a settimana aiutiamo nei compiti i ragazzi figli di immigrati, in un doposcuola organizzato dai Comboniani, oppure cerchiamo di dare il nostro piccolo supporto ad un centro sociale di Caserta che offre assistenza legale agli immigrati. Allo stesso tempo ci stiamo avvicinando, seppure con difficoltà, anche alla parte italiana che vive in situazione disagiata. Nostro desiderio sarebbe creare spazi di incontro ed integrazione, per arrivare insieme ad una alternativa che migliori la condizione di tutti. Tutto questo cercando di condividere un pezzo di vita con gli ultimi. Questo posto di confine ci interpella anche come cristiani. Come disse una volta don Peppe Diana, ucciso dalla Camorra a pochi chilometri da qui, “non mi importa sapere chi è Dio, mi importa sapere da che parte sta”. E da che parte sta è chiaro. In questo Natale per noi Gesù nasce qui: nero, da genitori immigrati senza permesso di soggiorno; o bianco, da genitori italiani, senza lavoro, ogni settimana in fila alla Caritas per un sacchettino di aiuti. Ma come vi dicevamo all'inizio, le storie vissute in questa cittadina sono il riflesso di tante altre sparse nel resto d'Italia. Castel Volturno non è un caso particolare. A voi l'augurio di scoprire la Castel Volturno che è nella vostra città e aiutare Gesù a nascere proprio là dove siete.
L’INTERVISTA
Intervistiamo una signora immigrata da più di vent'anni. Ci concede l'intervista solo perché siamo amici, ma dice riguardo ai giornalisti: «La gente viene qui, sta un giorno e scrive un articolo. Sta una settimana e scrive un libro. Mangia sulla sofferenza degli altri senza far qualcosa per cambiare la vita di queste persone».
L'Italia è un paese che rivendica le proprie radici cristiane. Come ti sei sentita una volta arrivata qui? “Eri forestiera e ti hanno accolta”?.
«Sono stata accolta a modo vostro, di sicuro non come diceva Gesù, com'è scritto nella Bibbia. Sono stata accolta perché servivo e servo per fare qualcosa, sono utile; se non fosse così, voi mi avreste già cacciata, perché quelle persone che non vi tornano utili, voi le cacciate e basta. Non mi avete accolta perché sono straniera, perché vengo da un posto di sofferenza, non mi avete accolta come una sorella minore, che deve essere aiutata a diventare autonoma, autosufficiente. Purtroppo, invece dell'accoglienza, ci date il “foglio di via” e ci accusate di rubarvi il lavoro; lavori poi che voi italiani non volete più fare. Invece noi per mangiare dobbiamo lavorare in nero dodici o quindici ore al giorno, per guadagnare 20 euro, pregando sempre di trovarlo, questo lavoro».
Ci sono tanti progetti per aiutare l'Africa e gli africani, ma tante volte si crea dipendenza e assistenzialismo. Come aiutarci a vicenda?
«C'è tanta gente che fa carriera e vive sfruttando la situazione di povertà dell'Africa. L'Africa è l'obiettivo di tutti, tutti hanno la pretesa di aiutarla. Non sanno che l'Africa può rialzarsi da sola. Quello che l'Occidente dovrebbe iniziare a fare è restituire tutto ciò che ha rubato. Bisogna incominciare a ridare all'Africa la propria dignità, questa è la prima cosa da riprendere. Gli africani che dovrebbero essere aiutati oggi sono quelli che sono qui, bisogna aiutarli ad integrarsi, perché questi africani danno una grossa mano a portare avanti anche l'economia del proprio paese, perché aiutano l'intera famiglia rimasta là. Ed è difficile trovare un villaggio in Africa in cui non ci sia qualcuno all'estero, che sta combattendo per cambiare in meglio la propria vita e quella dei suoi famigliari, con il progetto di ritornare un giorno al paese d'origine e portare avanti una vita dignitosa. L'Africa si salva con l'Africa».
Quali speranze vedi per Castel Volturno?
«Non so dire se ci siano o no speranze, purtroppo sono ormai vent'anni che vivo qui e vedo che le cose sono peggiorate sempre di più; è diventato sempre più difficile vivere. Ad esempio non riesco a vedere un futuro per i miei figli in questo posto, alcune volte ho voglia di scappare, ma dove andare? Questo è un posto di passaggio, nessuno vuole rimanerci, tutti vogliono andare all'estero o al nord, ma se tutti vanno al nord diventerà come qui anche là. Inoltre a Castel Volturno c'è una guerra tra italiani che vivono in una situazione sia di povertà economica che culturale molto forte, faticano a trovare lavoro; una guerra tra immigrati che hanno lo stesso problema del lavoro, oltre a quello di ottenere un permesso di soggiorno. Guerra tra italiani, guerra tra immigrati, guerra tra italiani ed immigrati; guerre tra i poveri!».


