Da Castel Volturno e Sicignano

Viaggio tra i migranti: è dignità che vogliono, non carità!

Continua il nostro viaggio tra i lavoratori migranti nelle campagne del Sud Italia. Successivamente a Rosarno, andiamo in provincia di Salerno, a conoscere coloro che, dopo aver subito i soprusi e lo sfruttamento dei caporali e dei datori di lavoro, sono diventati vittime di scelte politiche e istituzionali che considerano le persone come oggetti usa e getta.

IL RETROSCENA: LO SGOMBERO DI SAN NICOLA VARCO

Ma partiamo dall'inizio di questa storia tanto vera quanto irrazionale. Immaginate dunque una grande piana, la piana del Sele. Qui tra campi e serre a perdita d'occhio, San Nicola Varco, comune di Eboli; restringendo il campo figuratevi una grande struttura degradata dove sono costretti a vivere un migliaio di persone nordafricane. Inserite in questo scenario gli interessi delle multinazionali dell'agroalimentare, il sistema di sfruttamento di manodopera immigrata, la politica dei proclami mai realizzati.

Ora ascoltate: sentite i proclami a gran voce riguardanti soluzioni di accoglienza, infrastrutture, dignità?

Avvicinatevi all'edificio: è un mercato ortofrutticolo di proprietà della regione Campania, costato miliardi di vecchie lire, mai inaugurato e da dieci anni occupato da braccianti agricoli in prevalenza magrebini. Sono lavoratori pagati 25 euro al giorno, che non hanno altra possibilità che starsene in questa favela di lamiere e baracche, con pochissimi bagni e ancor meno docce. Nient'altro che voci che finiscono nel nulla. Rimane solo la propaganda che riguarda la cinquantina di rimpatri “volontari” accompagnati da 1200 euro di rimborso per una gioventù appassita nei campi.

Se ora avete in mente il quadro che si va dipingendo, provate ad indovinare su chi si andranno ad abbattere i provvedimenti per porre fine ad una situazione tanto irreale. Forse sulle multinazionali qui presenti? o su chi sottopaga i raccoglitori nel settore agroalimentare? O forse su coloro che avrebbero avuto il dovere e l'autorità per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori? Oppure ancora su chi avrebbe potuto e dovuto controllare perché non si radicasse uno sfruttamento tanto profondo? Il punto è che tutti costoro non sono l'ultimo anello della catena. È sulle vittime che andranno ad indirizzarsi i provvedimenti restrittivi, le politiche repressive. Nessuna tutela per loro: loro sono “i senza diritti”.

È tempo di continuare il racconto. L'11 novembre avviene uno sgombero, nato da un provvedimento dell’autorità giudiziaria: un sequestro preventivo per “ragioni di igiene e di tutela della salute”. In questo modo l'amministrazione regionale viene salvata dalle sue contraddizioni, dai suoi interventi mai realizzati, senza doversi assumere l’onere dell’accoglienza o la responsabilità dell’espulsione.

Li vedete quegli oltre 60 mezzi blindati e 650 uomini in tre turni tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e perfino la forestale per procedere allo sgombero?

Poi ci sono tutti i retroscena: si viene a conoscenza di un piano per la realizzazione di un outlet commerciale, il “Cilento Village”, centinaia di migliaia di metri quadri e un investimento immobiliare da oltre 80 milioni di euro; o di un nuovo progetto per il mercato ortofrutticolo, dove si vorrebbe fare un nuovo polo dell’agro-alimentare e per cui la regione ha stanziato 300.000 euro solo per stilare il piano esecutivo.

Ma la storia non può finire qui: c'è da ricordare che della manodopera dal Maghreb c'è bisogno o si rischia di fermare l’agroindustria del Sele: ora è il tempo dei carciofi e c’è da lavorare nelle serre che ormai garantiscono raccolti a ciclo continuo, senza bisogno delle stagioni. Quindi se nel mai realizzato mercato ortofrutticolo questi lavoratori non possono più stare, basta farli dormire direttamente nelle serre, non importa se è inverno o se le condizioni di vita e sudditanza sono ancora peggiori delle precedenti. Sono poche decine gli immigrati che vengono ospitati in strutture, messi a disposizione da Caritas, o dal sindaco di Sicignano. Ma si tratta di una minoranza di persone che hanno trovato una sistemazione provvisoria e che prende in considerazione solo la propria sopravvivenza, non certo la propria dignità.

TRA I PARCHEGGIATI A SICIGNANO

Appena lasciato il cantiere aperto della Salerno-Reggio Calabria cerchiamo i prefabbricati ANAS dove dovrebbero vivere alcuni migranti provenienti dal Marocco che sono stati cacciati da San Nicola. Nulla attorno. Il piccolo centro di Sicignano dista circa otto chilometri da questo ghetto, come loro stessi lo definiscono. Isolati. Nessun mezzo di trasporto pubblico o privato. Nemmeno campi coltivati o serre per poter andare al lavoro. Questa ventina di persone (tutte regolari perché chi non aveva documenti è stato portato via dalle forze dell'ordine), è sospesa in questo luogo imprecisato, per un tempo altrettanto indefinito. Sono qui per “l'emergenza freddo”, che nessuno sa quando verrà considerata conclusa. Così come non c'è nessuna certezza su come verranno sistemati i lavoratori che ad aprile arriveranno per i lavori nei campi.

Cibo, riscaldamento e un tetto di lamiera per una piccola minoranza. Questo tutto ciò che le istituzioni hanno saputo dare come soluzione alla condizione di chi lavorava a San Nicola Varco. “Almeno nel mercato ortofrutticolo ci si poteva recare al lavoro; per il freddo ci si poteva arrangiare accendendo un fuoco” ci dicono. Il freddo si può sopportare di più rispetto a questa situazione di dipendenza a cui sono costretti. Non possono telefonare a casa in Marocco, se non chiedendo a qualcuno il favore di una ricarica per il cellulare.

Perfino per una sigaretta ci si deve umiliare domandandola ai pochi che passano di lì. È forte in ogni loro racconto, in ogni frase pronunciata, la richiesta di riconoscimento come esseri umani, non come oggetti parcheggiati. È dignità che vogliono, non carità.

Ci sorprende la conoscenza di alcuni di loro delle leggi italiane, la loro solidarietà, la loro capacità di fare politica con la “P” maiuscola, quella che spesso le nostre istituzioni sembrano non conoscere più. Hanno deciso di scrivere una lettera alle istituzioni locali per poter rompere l'isolamento a cui sono stati costretti.

Sono anche pronti ad intraprendere uno sciopero della fame se non venissero ascoltati. Con la speranza che questa volta ci sia più lungimiranza da parte di coloro che dovrebbero operare per il bene comune.

OLTRE ALLA TRUFFA, LA BEFFA

Tra chi viveva a San Nicola c'è chi è arrivato sulle nostre coste come clandestino, partendo dalla Libia ed attraversando il Mediterraneo. Ma c'è anche chi è arrivato regolarmente con un nulla-osta, dopo aver sborsato cifre consistenti.

La truffa non è poi tanto complessa e nasce dalla mancanza di realismo della legislazione italiana in materia di immigrazione. Per poter entrare legalmente nel nostro stato e poter lavorare, un cittadino straniero deve essere in possesso di una chiamata a proprio nome da parte di un datore di lavoro italiano (oltre che del contratto di soggiorno su cui non mi dilungo). Ma tra chi vorrebbe venire a lavorare in Europa e chi potrebbe dare lavoro, non ci sono contatti. A fare da tramite spesso sono i caporali che stilano liste di possibili candidati emigranti, la cui graduatoria è decisa in base alla somma versata. In Italia sono in contatto con aziende disponibili a richiedere alla Prefettura il rilascio del nulla-osta, pur sapendo che non assumeranno mai nessuna delle persone per cui hanno avanzato la richiesta di assunzione (il più delle volte basterebbe un controllo per verificare che tali aziende non hanno terreno sufficiente per impiegare i lavoratori richiesti). A costoro andrà una parte del compenso. Quando il migrante arriva in Italia dovrebbe presentarsi in Prefettura insieme al datore di lavoro per sottoscrivere il contratto di lavoro. Ma passano i giorni disponibili per concludere l'assunzione senza che il lavoratore riesca a trovare l'azienda truffatrice. Segnalando la situazione in Prefettura, una commissione deciderà per un rilascio del permesso di soggiorno per “attesa occupazione” della durata di sei mesi, scaduti i quali, se non si è stati regolarmente assunti si deve rientrare in patria o si è costretti alla clandestinità.

Ma non accade solo questo nelle campagne del salernitano, così come in molte altre parti d'Italia. Mentre molti immigrati stanno curvi per ore nei campi, pagati venticinque euro circa al giorno, c'è chi si intasca l'indennità di disoccupazione che ammonta a quasi tremila euro, senza aver mai lavorato in agricoltura e che dovrebbe spettare agli immigrati che realmente hanno faticato su quelle terre.

Truffati dai caporali stranieri, beffati dalle aziende italiane, ghetizzati dalle istituzioni. Quando noi Italiani ci renderemo conto che la situazione di questi immigrati ci riguarda molto più da vicino di quello che possiamo immaginare? Forse ad avere perso dignità non sono i “parcheggiati” a Sicignano; forse siamo noi che passivamente accettiamo leggi ingiuste e un sistema che si avvicina a quello schiavista sul nostro territorio nazionale.

eri