29.11.2005
Oggi ho provato per la prima volta “il brivido degli accompagnamenti“ come ha detto Laura. Ed è vero. Stamattina Laura ed io abbiamo accompagnato due donne del villaggio serbo di Gorazdevac all’ospedale nella città di Peja-Pec, a maggioranza albanese. Una delle due signore è abbastanza anziana, così volevo farla sedere davanti nella nostra Punto blu a tre porte. Ma Fabrizio mi spiega: “Di solito stiamo noi seduti davanti così devono prima tirare fuori noi per arrivare a loro”, riferendosi a un’eventuale aggressione. E Laura poi in macchina mi dice: “Ora, non preoccuparti troppo, fin ora a noi non è mai successo.” Ma è inevitabile che il mio livello di tensione si è alzato.
Usciti dalla macchina nel parcheggio dell’ospedale, le due donne bisbigliano solo in serbo e mi sento tutti gli sguardi addosso. Non so fino a che punto la mia percezione si era distorta, ma percepivo che tutte quattro eravamo più tese. In ospedale tutto è andato bene, l’appuntamento era con una dottoressa italiana che visita le signore. Ci ritorniamo fra una settimana per un controllo.
Poi ci siamo diretti verso la città per cercare le medicine prescritte e – visto che già c’eravamo – a comperare un paio di scarpe per il marito della signora più giovane. Laura è andata a parcheggiare la macchina ed io sono rimasta sola con le due signore per qualche minuto. La signora più giovane, nostra vicina di casa, si è allontanata per comperare della frutta. E nonostante lei parlasse bene l’albanese la mia tensione si è alzata, cosa avrei fatto nel caso di un’emergenza? Laura – tornata – mi dice: “Di sicuro ci mettiamo in mezzo e le prendiamo noi prima di loro, interposizione insomma e chiamiamo la polizia.” Chissà se nell’emergenza mi riuscirebbe veramente a mettere in pratica un’efficace interposizione nonviolenta.... Al mercato la signora giovane si muove liberamente, la tensione iniziale sembra sciolta mentre il “shopping fever” la coinvolge. Corre da un negozio al altro, contratta con i venditori e in fine trova le scarpe per il marito. Sembra che le donne abbiano meno difficoltà nel reinserirsi in città. Laura mi spiega che ci sono anche altri due villaggi serbi, Siga e Brestovik, senza check-point della KFOR, dove da circa un anno e mezzo la gente ha ripreso a vivere e anche ad andare in città senza accompagnamenti, ne civili ne militari. Ma a differenza di Gorazdevac, dove le persone sono rimaste sia durante i mesi dei bombardamenti sia durante i mesi e anni dopo e quindi hanno vissuto i cambiamenti sulla loro pelle, in questi altri due villaggi le persone sono rientrate da poco, hanno vissuto come profughi in Serbia, e quindi la loro situazione in parte è diversa.
Mentre siamo al mercato, ci chiamano dal “Centro diurno per una vita indipendente”, centro per persone disabili, dove tre volte a settimana portiamo una bambina disabile di Gorazdevac. Ci dicono che la bambina sta male e che dobbiamo andarla a prendere subito. Dunque tutti alla macchina e via. Marina è pallidissima e tossisce, la portiamo a casa, salutiamo le signore e ci fermiamo a casa di Marina per un caffè con sua mamma. Poi prepariamo pranzo e facciamo le pulizie e Laura mi confessa: “È bello, da quanto siete arrivate voi ce la stiamo prendendo con calma, non è così stressante.”
Durante la pausa pranzo riesco a sedermi un minuto e trovare il tempo per ripensare alla mattinata. Mi sento addosso tutta la tensione accumulata di questa mattina movimentata, lo stomaco nervoso come dopo un esame....e non è successo nulla. Anzi, a guardarla di fuori sembra una situazione normalissima, quattro donne che dopo essere andate all’ospedale per un controllo, finiscono la mattinata con un po’ di compere al mercato in città prima di tornare in villaggio.
07.12.2005
Siamo state da sole oggi, noi due Casche Bianche, sia per portare Marina al centro Cica, sia per il corso di italiano-serbo con Jovan, che per andare a prendere Srbo in città.
Il mio livello di tensione oggi era di nuovo alle stelle, ero molto tesa e sono contenta che tutta la giornate è andata bene. Non è facile ragionare nei termini giusti per qui. I politici e la KFOR ci dicono che la libertà di movimento è garantita a tutti i cittadini del Kossovo, ma comunque quando noi facciamo accompagnamenti, le persone siedono sui sedili posteriori della macchina e per sicurezza abbiamo sempre minimo due o tre cellulari con noi e cerchiamo sempre di avere il secondo gruppo a casa per fare da punto di riferimento. Ma oltre alla parte tecnica degli accompagnamenti c’è anche il loro lato umano che è più difficile da spiegare. A portare Srbo a casa stasera sono stata travolta da una forte sensazione di umiliazione nei suoi confronti. Era la prima volta che accompagnavo un uomo. Ha 38 anni e deve essere “scortato” da due ragazzine di 25 e 27 anni, appena arrivate, ma sono internazionali (hanno il passaporto del colore giusto) e così possono garantire (??? ho dei forti dubbi) la sua libertà di movimento. Lui stava seduto dietro nella Punto, noi davanti, seguendo le regole. Ma non riesco a liberarmi di questa brutta sensazione, di aver leso la sua dignità, di aver fatto qualcosa per lui profondamente umiliante. Tutte le teorie studiate all’università sui diritti umani e sulle guerre e il post-conflitto per me in quel momento si sono frantumate, non riuscivo a trarne niente di reale. È questo quello che i libri universitari ci nascondono. Ci raccontano tutto sulle logiche della guerra, le diplomazie e relazioni internazionali, la razionalità degli eventi, uno dopo l’altro, belli ordinati con nomi di comandanti, generali, luoghi di scontro e stragi, è chiaro chi sono gli amici e chi i nemici. Ma si dimenticano gli aspetti della vita quotidiana perforati dal conflitto, tutti gli ambiti piccoli e piccolissimi che si alterano e il modo di pensare che cambia e che ti cambia dentro. Un uomo serbo accompagnato a casa da due ragazze italiane. Quando scendiamo dalla macchina mi veniva quasi da piangere e sentivo il bisogno di scusarmi con lui. Chissà se anche lui ha percepito le stesse cose o se si è già abituato a questo sistema?
Sonja


