DIARIO DAL KOSSOVO
E' assurda perché non ha senso, perché non ha senso quello che succede qui, quello che devono vivere queste persone. Questa non è una sofferenza dovuta alla fame, alle malattie o alle bombe che piovono dal cielo. Non è dovuta a qualcosa più grande di loro, a qualcosa che non possono controllare, e' dovuta a loro stessi.
E' dalla loro testa che viene questa sofferenza, o meglio dai loro ricordi.
Non è facile riuscire a capire quello che succede qui, così mi sono limitato a descrivere ciò che ho visto nel modo che mi riesce meglio, con la fotografia.
La mia difficoltà più grande qui è capire qual è il motivo per cui sono qui e perché insieme a me ci sono tutti questi volontari, questi gipponi bianchi con la scritta UN e perché ci debbano essere un check-point all'entrata ed uno all'uscita di questo villaggio di 800 anime.
Mi chiedo perché ogni volta che nomino la città qui vicino devo sempre fare attenzione a chiamarla Peja o Péc in base a chi ho di fronte o perché per lo stesso caffé che mi viene porto una volta rispondo "hvala" e una "faleminderit".
Cosa distingue colui a cui dico hvala da colui a cui rispendo faleminderit?
Non lo so, li continuo a guardare ma entrambi mi sembrano identici;
entrambi mi sono simpatici e scherzano con me, entrambi (non so ancor per quale oscuro motivo) passano gran parte della giornata a lavare la strada o qualunque cosa abbiano a tiro (auto, biciclette, cani, ecc..); eppure i check-point ci sono ancora, i gipponi UN anche e i cimiteri pure.
Qui si può avere la certezza che la guerra non finisce con una firma, ma continua per anni nella testa e nei ricordi, nei morti che non sono mai abbastanza e che ognuna delle due fazioni sembra quasi ostentare all'altro con cimiteri e bandiere. Quasi a dire "i tuoi morti non possono certo reggere il confronto con i miei". Per questo tutto e' cosi' strano e la situazione e' cosi' pesante, perche' il conflitto non e' visibile ma e' subdolo e non riuscendo a vederlo sei costretto a subirlo.
I miei compiti qui sono parlare con la gente, scherzare con loro, fargli sentire che la normalita' non e' cosi impossibile da raggiungere, e in particolare per la parte serba (in notevole minoranza rispetto a quella albanese), cerchiamo di dimostrargli che qualunque sara' la risoluzione che verra' decretata (ormai sia la kfor che l' UNMIK ci hanno detto che manca solo la firma per decretare 'indipendenza) non sara' necessario scappare, diventare di nuovo profughi. Ma nel villaggio (Gorazdevac e' un villaggio serbo) l'aria che tira sembra decisamente rivolta in senso opposto...
Eppure durante le riunioni del gruppo studio (progetto centrale dell'organizzazione in cui un gruppo di ragazzi serbi e albanesi cerca di confrontarsi sul conflitto) sembrerebbe cosi' facile e naturale la
convivenza tra le due etnie (ormai loro e' un bel po' che si incontrano)...e invece girando per la citta' ti accorgi che spesso i negozi hanno la scritta "boicottate i prodotti serbi" e sui muri non si possono
non notare le scritte cubitali "jo negociata vetevendosje"! ..."basta negoziati! autodeterminazione" lasciati dal fronte duro albanese...
A volte sembra impossibile non essere ottimisti, cavoli, le montagne che circondano la citta' e il villaggio sono meravigliose e verdissime; il cielo e' di un azzurro intenso che non puo' non metterti di buon umore e la gente (almeno all'interno della propria etnia) sorride, va in piscina a prendere
il sole ed esce con gli amici. Poi immancabilmente ti giri e vedi un cimitero con una bandiera, e se per me e' indifferente se sia serba o albanese, per loro purtroppo non e' ancora cosi'.


