Oggi ho conosciuto Vido

Diario dal Kossovo 

Sono stato volontario dell’Operazione Colomba, sono stato in Kossovo dal 12 aprile al 12 giugno 2007 dopo avere frequentato il corso “Operatori di Pace in aree di conflitto” patrocinato dall’IRECOOP e dalla regione Emilia-Romagna su iniziativa della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Cercando di parlare della mia esperienza ho riletto le pagine scritte in due mesi di permanenza, lasciando raccontare il mio vissuto personale agli incontri che ho fatto e alle sensazioni che ho provato in un luogo a due ore di aereo da Verona.


Martedì 1 maggio 2007
Oggi ho conosciuto Vido.
Sotto l’acquazzone andiamo a casa sua. Elena scende dalla macchina  e infila la mano tra il portone e il muro, tirando qualcosa. Dopo scopro che il filo tirato è il “campanello”, arriva fino in casa dove fa suonare un campanaccio per le mucche. Vido mi spiega poi la convenienza di avere un campanello per gli amici e nessuno per chi ha cattive intenzioni: “Chi è mio amico sa come chiamarmi, chi mi vuole fare del male non trova il campanello”. Il portone in ferro è crivellato da colpi di kalashnikov.

Entriamo. Vido è un vecchietto di 82 anni basso e tarchiato, abbronzato, naso venoso e grosso, occhi sporgenti che ti scrutano da sotto le sopracciglia ancora nere. In casa un televisore, due divani di cui uno usato come letto, un tavolo basso. Il soffitto è bassissimo. Per terra il tappeto non viene pulito da tanto tempo. Sulle pareti foto di scrittori serbi e montenegrini con baffoni, icone di santi e una foto di un monte con dei confini disegnati a matita. Vido si alza e dice: “ Vedi, questa è la mia montagna, io vengo da la, ma è da otto anni che non ci posso andare…”
Le parti a matita sono i confini del suo terreno. C’è anche una casa molto piccola in cui sogna di poterci tornare prima di morire. Ha scritto un libro di memorie e pensa di pubblicarlo se riesce a mettere insieme mille euro, una cifra alta qua.
Ci offre rakija (grappa) e rakija di noci che fa lui. Beve da una bottiglia in cui ha aggiunto alla rakija foglie d’ortica. “E’ per la circolazione” ci dice, “quella con le noci serve per i problemi di gola…e comunque è l’alcool che fa bene. Se devi affrontare la vita o bevi o fumi, io ho smesso di fumare e poi ho iniziato a bere.”
Ci racconta: finita la guerra, nel 1999, l’Uck gli sequestra la pistola che teneva per difendersi e poi, a scopo di intimidazione, gli sparano una sventagliata di colpi sul muro di casa e sul portone; passano carri armati italiani e lui si arrabbia:”Voi passate avanti e indietro e a me sparano!”. Così il check point di Gorazdevac viene costruito pochi metri dopo casa sua.
Vido è stato capo villaggio del gruppo di case subito dopo Gorazdevac, verso la città, e ci racconta di come non abbia permesso di bruciare le case degli albanesi prima dei bombardamenti Nato e di come abbia preso decisioni pensando al bene di tutti: serbi, albanesi, egiziani, rom, ashkalia, gorani, turchi. Poi dice:”Io non ho mai fatto differenza tra le etnie. Ho fatto differenza tra le persone!”.
Ci saluta accompagnandoci al portone abbastanza faticosamente, mi saluta guardandomi negli occhi e dicendomi con un lieve sorriso: “Se fossi forte come te spaccherei il mondo,… ma ad ognuno il suo tempo.”

Martedì 12 giugno 2007
Partito da pochi minuti dall’aeroporto di Pristina

Sto volando, me ne sto andando dal Kosovo stregato dall’aria dei balcani, dalla gente, dalla sincerità nel dire ti odio o ti amo. Ascolto musica nelle cuffie Sonia comperate per 5 euro a Peja/pec. Ascolto musica per stordirmi e non pensare che l’Italia è un posto diverso, un posto pulito dove puoi lavorare per vivere ma dove riamane da vivere ben poco.
Ieri Jovan in macchina mentre ci salutiamo mi ha detto che i balcani sono come la fata Morgana, ti stregano, perché non passa giorno senza problemi, e quando ci sono problemi allora vivi, ti senti respirare, poi mi recita una poesia di un poeta serbo: “Se non fa male non è vita, se non passa non è felicità”.
Ho pianto, magari cercando di nascondere la commozione, cercando di non farlo notare perché non puoi piangere per il tuo ritorno in Italia, tu puoi viaggiare, hai un passaporto, puoi decidere come, dove, per quanto tempo stare, poi tornare.
Ho pianto per Vido, che non so se rivedrò, e che mi dice: “Salutami i tuoi genitori, salutami i tuoi amici, di al popolo italiano che si ricordi del mio popolo. Srecan put. E fa buon viaggio.”
Ho pianto per Sokol che mi saluta con “I love you piece of shit!”, piango perché non ho mai incontrato prima persone così vive.
Mi hanno regalato bottiglie di rakija e calzini per l’inverno, volevano regalarmi loro stessi, un pezzo di loro per dirmi grazie, grazie che sei stato qui con noi anche per poco, anche se non hai imparato una parola in serbo e quasi nessuna in albanese abbiamo riso assieme, ti sei preso cura di noi venendo qui.
Ieri Speijtim tornando da Gilane si è legato a me e io a lui in un intrico di cinture di sicurezza su un pulmino scassato a cui era esplosa per due volte la gomma durante il viaggio. Ci siamo fatti foto e dato schiaffi sulle gambe. Voleva dirmi di non andare, di restare, mi ha fatto promettere di tornare. Io dicevo: “Forse in settembre”. “Non importa quando, anche fra 5 anni, basta che torni”.
Nessuno mi ha mai chiesto una cosa del genere, con la voce neutra di chi non sa quando le cose succederanno ma che si augura che qualcuno torni, che ci sia qualcosa di diverso da fare.
Prima o poi.

Tornato, rileggo le pagine di “Le guerre jugoslave” di Jose Pirjevec, e penso che se tutto quello che è successo qui, dall’altra parte del mediterraneo, non ha impedito alle persone di continuare a vivere, e amare, e pensare che una soluzione alla violenza si può trovare, allora una speranza esiste.
“Nelle città, gli albanesi che si ostinavano a restare si trovarono presto senza cibo, perché i negozianti serbi si rifiutavano di vendere loro gli alimenti necessari alla sopravvivenza; nel contado, rimasero spesso senz’acqua, dato che i vicini avvelenavano i pozzi gettandovi cadaveri o carogne.
Come ai tempi delle piaghe d’Egitto, coloro che i signori della guerra volevano risparmiare, erano invitati a marchiare la propria casa con una “S”.”
Kossovo marzo 1999

Il Kossovo, dopo la guerra del 1999 è regione autonoma della Serbia sotto il protettorato dell’UNMIK  (United Nations Interim Administrations Mission in Kosovo).
Operazione Colomba lavora nell’area di Peja/Pec all’interno del Tavolo Trentino con il Kossovo.
Si occupa di analisi del conflitto riunendo un gruppo interetnico (serbi , albanesi, rom, egiziani) di ragazzi del luogo.
Vive e lavora all’interno del villaggio di Gorazdevac, enclave serba a pochi kilometri dalla città di Peja/pec, e promuove in tutta l’area del kosovo l’abbassamento dell’odio interetnico, i ritorni dei profughi e la libertà di movimento.
Il sito di operazione colomba è:    www.operazionecolomba.it

Luca C.