Motore di libertà

Diario dal Kossovo

Goraždevac è un piccolo villaggio abitato da circa 800 serbi che prende forma dalla strada che lo attraversa essendosi sviluppato, come spesso avviene nei piccoli centri rurali, ai lati della strada stessa. Alle due estremità del villaggio si trovano 2 check point presidiati dai militari (i presidi sono gestiti a turno dal contingente italiano, da quello sloveno, da quello rumeno e da quello ungherese), che delimitano così l’area nella quale vivono i serbi da quella circostante abitata esclusivamente dalla popolazione albanese. Per un italiano, abituato a spostarsi liberamente all’interno del proprio paese, l’impatto con una realtà nella quale i tempi vengono scanditi dalla presenza e dai controlli dei militari sui mezzi di trasporto in entrata e in uscita dal villaggio è forte e disorientante.

La stessa sensazione la si può provare ogni volta che si percorre il tragitto verso la città di Peja-Peć, durante il quale si incontrano continuamente jeep o autocarri militari targati KFOR (le forze militari internazionali presenti sul territorio dal 1999), oppure ogni volta che si passeggia per le strade della città quando lo sguardo si perde nell’improbabile tentativo di decifrare le innumerevoli sigle di organizzazioni internazionali leggibili a caratteri cubitali ovunque.

Potrà sembrare banale, ma l’impressione che questa terra abbia perso il contatto con il proprio popolo (anche se sarebbe più preciso parlare di due popoli distinti) e di conseguenza con la propria identità, mi accompagna nei primi giorni trascorsi qua in Kossovo.

Come però spesso avviene ogni volta che si entra in contatto in maniera più profonda e continuativa con i luoghi e le persone, la realtà cambia volto ed assume un aspetto ben diverso.

Ed è cosi che andando in visita nelle case degli abitanti di Goraždevac, per i quali l’ ospitalità è un rito ancora celebrato in maniera naturale e gioiosa, scopro che ogni loro discorso ha come protagonista la storia di questa terra, nella quale sono cresciuti e alla quale versano quotidianamente il proprio tributo.

La loro voglia di comunicare porta ad affrontare gli argomenti più disparati: dal campionato di calcio italiano ai programmi televisivi in onda sui canali italiani, dall’ assassinio del presidente Moro nei lontani anni di piombo a simpatici aneddoti sui volontari che hanno precedentemente trascorso in questo villaggio periodi di tempo e che rimarranno sempre nei ricordi di questa gente.

In ogni incontro che finora ho avuto però, l’ argomento che prima o poi prende il sopravvento sugli tutti gli altri è la guerra, la stessa guerra che per noi italiani è stata solo un lontano eco e nella quale, coscientemente o no, abbiamo avuto un ruolo da protagonisti.

Gli aerei da guerra della Nato infatti decollavano quotidianamente dalla base militare di Pisignano (sembra assurdo, ma decollavano proprio dalla nostra calda e felice terra di Romagna) con il dichiarato intento di scaricare tonnellate di bombe su questa terra, sconvolgendo le vite delle persone che oggi, pur avendo ben poco per loro stessi, mi accolgono nella loro casa e mi offrono caffè turco e grappa locale.

Quelle bombe partite dal “cortile” di casa mia trasformarono sia la vita di J., ragazzo serbo che abita a Goraždevac di 29 anni che si arruolò nell’ esercito serbo e combatté a Belgrado e in Montenegro, che quella di S., ragazzo albanese proveniente da uno dei quartieri popolari di Peja-Pec divenuto famoso per essersi difeso autonomamente durante il conflitto.

Questi due ragazzi oggi lavorano fianco a fianco all’ interno dell’ “Equipe Conflitto” insieme ad un altro ragazzo serbo di nome R. e all’ albanese-egiziano H., dando vita ad un quartetto abbastanza insolito da queste parti.

Il loro lavoro consiste nel trovare e percorrere strade nuove che lentamente dimostrino che è possibile la convivenza tra serbi e albanesi.

La loro occupazione principale è data dalle “scorte”, ovvero l’ accompagnamento di serbi abitanti a Goraždevac nella città albanese di Peja-Peć, in quanto al momento la popolazione serba non gode della libertà di movimento al di fuori delle enclaves dove vivono.

La creazione di questa “scorta mista” permette alle persone di compiere quelle piccole azioni quotidiane che vissute in Italia sembrano scontate e banali, ma che in un contesto come questo hanno il sapore di una grande vittoria.

E’ così che la vecchietta di Goraždevac può andare all’ospedale o fare la spesa al mercato in città , oppure che le ragazze e i ragazzi dell’enclave possono andare a fare shopping presso i negozi del centro città.

I primi che iniziarono questo tipo di attività furono i volontari di Operazione Colomba, che ancora oggi affiancano e consigliano l’“Equipe Conflitto” durante gli accompagnamenti, nella speranza che un giorno non troppo lontano questi quattro ragazzi diventino “motore di libertà” ed esempio di collaborazione per le loro rispettive comunità etniche.

Mingo