Diario dal Kossovo
Nella città di Peja/Peć in questi giorni si respira un’aria di festa, il corso del centro è affollato di persone e sembra quasi che le tensioni siano solo un lontano ricordo. La popolazione albanese di religione islamica celebra infatti, dal venerdì alla domenica, la festività del “piccolo Bajram”(parola di origine turca), che sancisce la fine del periodo del Ramadan. Per tre giorni quindi, la tradizione vuole che le abitazioni delle famiglie musulmane siano aperte alle visite di amici e parenti, in modo tale da poter così celebrare all’interno delle proprie mura domestiche questa festività. Questa ricorrenza ha una origine molto antica legata alla dominazione dell’ impero ottomano, il quale esercitò il proprio potere su questa regione per ben cinque secoli a partire dal 1389, anno della battaglia di Kossovo Polje.
La festa del Bajram è strettamente connessa ad uno dei cinque pilastri dell’Islam, il quale prevede che ogni credente debba contribuire al miglioramento della vita della propria comunità, attraverso l’atto dell’elemosina verso i più poveri. Durante il Ramadan quindi, ogni famiglia dona una quota del proprio reddito (stabilita in base al numero dei componenti del nucleo familiare, in quanto deve essere destinata all’elemosina una quota fissa per ogni appartenente alla famiglia) agli indigenti della propria comunità, in modo tale da poter permettere ai fratelli più sfortunati la possibilità di festeggiare in maniera adeguata la ricorrenza del Bajram. Ogni famiglia può comunque decidere se destinare la propria elemosina in maniera autonoma a persone disagiate di loro conoscenza, oppure di consegnare questa quota di denaro alla moschea locale, la quale deciderà la destinazione di questi fondi. Il Bajram però non si esaurisce solamente in questi tre giorni in quanto, esattamente tra due mesi e mezzo, verrà ri-celebrato prendendo il nome di Grande Bajram. La festa che si celebrerà a dicembre sarà di maggior durata, quattro giorni, ed è anch’essa strettamente legata al comandamento islamico che prevede l’elemosina verso gli indigenti. La caratteristica peculiare del Grande Bajram, chiamato anche “festa del sacrificio”, è l’uccisione di una pecora o di una mucca in ogni nucleo familiare (la scelta dell’animale varia a seconda delle possibilità economiche della famiglia). La carne dell’animale verrà poi divisa in tre parti e destinata alla famiglia, ai vicini e ai più poveri della comunità.
Negli anni trascorsi qua in Kossovo, l’Operazione Colomba (nell’ambito del Tavolo Trentino con il Kossovo) ha avuto la possibilità di collaborare e conoscere tante persone (sia albanesi che serbi) che, con il tempo, si sono affezionate ai volontari che si alternano nello svolgimento delle attività, creando legami di amicizia profonda.
Ed è così che in questi giorni di Bajram, l’attività a cui ci siamo dedicati maggiormente è la visita nelle case dove eravamo stati invitati per condividere insieme a diverse famiglie questa festività. In ogni abitazione l’accoglienza è stata calda e gioiosa, a tratti quasi imbarazzante per una persona proveniente da un mondo nel quale certi legami sono caduti nel tempo. La sensazione di imbarazzo misto a sorpresa è personalmente dovuta al fatto che molte delle persone che mi hanno accolto nella propria casa sorridenti e felici, mai le avevo conosciute in precedenza. Ho potuto così scoprire e conoscere tante storie diverse che sicuramente rimarranno impresse nella mia memoria.
I. (un ragazzo albanese che parla perfettamente l’italiano avendo lavorato come interprete per il contingente militare italiano presente in Kossovo) ci ha così spiegato l’origine e il significato del Bajran, lasciandomi completamente senza parole quando ha affermato che gli piacerebbe proseguire gli studi di psicologia presso l’Università di Cesena (!?), dopo aver terminato la triennale presso l’Università di Pristina. La mamma di S. ci ha raccontato invece della guerra, del suo viaggio da profuga in Albania, del suo ritorno in Kossovo e del dolore provato quando scoprì che la sua casa e i ricordi di suo marito non esistevano più, cancellati dalla furia del conflitto. Comincio così a capire il senso della parola “condivisione”, concetto sul quale si basa l’intero operato di Operazione Colomba, che permette di instaurare una relazione profonda con le persone in maniera sincera e disinteressata. Infatti noi, volontari di Operazione Colomba, non portiamo nulla di materiale nelle case.
Di questi giorni di festa vissuti qua in Kossovo, il ricordo che porterò sempre con me sarà sicuramente una frase che più volte ho sentito ripetere mentre uscivo dalle case: “Tornate pure quando volete, veniteci a trovare come se fossimo i vostri genitori o i vostri fratelli”.
Mingo


