La prima volta che sono stata in Kossovo non avevo nessun tipo di aspettativa, non avevo idea di dove sarei capitata ne con chi. L’unica storia che conoscevo di questo Paese l’avevo studiata nei libri di scuola.
Mi sono resa immediatamente conto che tutte le mie “conoscenze” non valevano un accidente. Una volta “atterrata” in questo territorio non ho potuto far altro che ascoltare. Ascoltare i rumori di una città come Pristina, ascoltare i silenzi di un villaggio come Goraždevac, ma soprattutto ascoltare le persone.
Tutti hanno qualcosa da dire, nessuno riesce a dimenticare le storie di guerra, l’odio che si è provato verso “l’altro”, e la maggior parte di loro è pronta a raccontarlo, ma basta una domanda sbagliata per sentirsi dire un “tu non puoi capire”… e a questa reazione del tutto comprensibile ho sempre cercato di rispondere attraverso l’ascolto. Nei quattro mesi passati in Kossovo, attraverso i racconti della gente, ho avuto modo di approfondire due culture molto diverse tra loro ma entrambe ricchissime di storia, soprattutto ho potuto riconoscere una forte preoccupazione nelle persone per la situazione di questa combattuta terra.
Spesso i giovani hanno paura di non poter avere un futuro.
Come volontari della Colomba abbiamo sempre cercato di ascoltare l’una e l’altra parte, senza mai dare un giudizio.
In particolare abbiamo cercato di mettere in relazione ragazzi serbi ed albanesi, con la speranza che il dialogo tra le parti potesse essere l’unica risposta a questa situazione. Ed è con questo obiettivo che è nata l’idea di fare una mostra fotografica che potesse descrivere il Kossovo attraverso gli occhi dei ragazzi albanesi e serbi.
Ricordo benissimo un bel pomeriggio di Febbraio, sufficientemente freddino, in quel di Goraždevac in cui mi venne proposto di scrivere un progetto, quel famoso progetto che occuperà i volontari della Colomba per parecchi mesi.
Mi rivedo seduta al tavolo della cucina di “casa Colomba” con uno Stefanino che saltella qua e là e mi spiega qual’era la sua idea per questa mostra fotografica. Insisteva sul fatto che dovevamo scrivere il progetto in termini “formali” perché non potevamo rischiare di non farcelo approvare. Stefano era incontenibile, continuava a ripetere che stavamo puntando davvero in alto, che potevamo farcela e sotto sotto si stava preparando ad affrontare questa nuova avventura.
Una settimana più tardi Stefano, Fitim ed io eravamo già a Pristina, a proporre quest’idea ai ragazzi dell’università d’arte e ai giovani di Gračanica… alla nostra proposta hanno subito reagito con una domanda: “quando si comincia? Dove sono le macchine fotografiche?”… ebbene, questo era esattamente l’entusiasmo che cercavamo, la carica giusta per cominciare. Il progetto delle foto è stato un viaggio, un viaggio durato quasi sei mesi dove di chilometri ne sono stati percorsi tanti, sia nelle polverose strade kossovare che nelle menti delle persone.
E’ stato un percorso lungo, a volte difficile, ma che ha “mosso” gli animi. L’ascolto è stato l’elemento fondante di questo lavoro. I ragazzi si sono raccontati, hanno avuto lunghi scambi di idee ed esperienze, e questo ha dato la speranza di veder nascere delle amicizie, delle relazioni che andranno al di là della presenza della Colomba. E’ stato davvero bello sentire una ragazza albanese dire ad una serba: “tu sarai sempre la benvenuta a Pristina”… bene… per me questa poteva essere la conferma che il duro lavoro per realizzare la mostra fotografica era servito a qualcosa, avevamo raggiunto il nostro scopo.
E’ stata una bella conquista!!
L’unico rimpianto di questa meravigliosa avventura è stato di non aver partecipato alla mostra fotografica… ho cercato di seguirla a distanza, tenendomi informata dai volontari che erano rimasti in Kossovo… lo so, averla vissuta dal vivo dev’essere stato davvero un bel momento… però posso dire di esserci stata con la testa e con il cuore!
Grandi No Borders!
Martina


