Diario dal Kossovo

Il mio "zaino" di ritorno dal Kosovo!


Ormai sono passati circa 10 giorni dal mio ritorno da una breve visita (2-20.02.2010) al progetto dell’Operazione Colomba in Kossovo e mi chiedo di che cosa era pieno il mio zaino del ritorno? Faccio fatica a mettere ordine ed a condividere il vissuto in modo comprensibile sicuramente perché sono occupata in altro ma non solo per questo, anche perché la situazione lì mi è sembrata molto confusa ed impercettibile. Ma ci provo. Dall’Agosto del 2003 l’Operazione Colomba vive nell’enclave serba di Goraždevac, circondata dalla maggioranza albanese con un progetto di riconciliazione. Come spesso accade ciò che mi colpisce in particolare e che mi porto nel viaggio di ritorno sono le persone ma questa volta ho la sensazione di portarmi via la sofferenza e la potenza delle persone. Non una sofferenza ed una potenza urlata, sbandierata e superficiale. Ma una sofferenza ed una potenza molto profonde, molto intense, molto coraggiose, molto dignitose e molto forti! Sofferenza e potenza che si percepiscono, si intravedono ed a volte solo si sfiorano per un attimo, dalle parole, dai movimenti, dagli occhi, dallo sguardo, dalla dignità, da una foto o da un sorriso. Sofferenza e potenza che si rispecchiano nella natura aspra, dura, spaziosa, massiccia e di una bellezza incontaminata e da bloccare il respiro.

Mi vengono in mente tanti momenti in tanti incontri come quello di L.: vedova, sola con 5 figli a carico di cui una con grave handicap che non hanno molte possibilità di un buon futuro e che ogni giorno affronta la vita, lavora, piange e condivide il suo dolore con chi sa che la sa ascoltare veramente, condividere le sue pene e donarle un sorriso d’amore che fa bene al cuore. Oppure L. vedova, con un figlio scappato via, che è in un paese lontano irregolare, che da anni sente solo e non può andare a trovare e non può venirla a trovare, da pochissimo diventata nonna e che gioisce per la vita che nasce e rinasce anche se non può condividerla fisicamente, ma in ogni istante nel suo cuore è con loro.
Oppure V: vedovo, solo, con i figli tutti lontani, di cui solo una ogni tanto lo va a trovare, gli altri lo chiamano solo, che ormai non riesce più a prendersi cura di se stesso e che vive ogni giorno con il sorriso, le foto, i ricordi e cercando di scrivere e raccontare la sua vita. Oppure S. albanese e J. serbo: giovani che da soldati avversari ora si ritrovano “più che amici”, dopo aver fatto un percorso dentro di loro e tra di loro di riconciliazione che mi mette i brividi solo ad immaginarlo e che quando sono insieme e parlano e si raccontano un poco trasmettono una forza d’animo ed una potenza di spirito come pochi possono fare perché derivano da una vita vissuta e rischiata in modo intenso e profondo. Il ricordo che mi porto dietro e che secondo me riassume in modo esemplare la sofferenza e la potenza che ho incontrato in Kossovo è un episodio che mi hanno raccontato S. e J. di un accompagnamento, forse fatto nel 2007, non so, a Baba B.
Baba B. (baba= nonna, B. = iniziale del soprannome) è una donna anziana serba del paesino di Goraždevac, non sposata e che viveva con il fratello che poi è emigrato. Ha una bella faccia tonda e sorridente, con occhi vispi e guance rosse che escono fuori dalla testa avvolta nel fazzoletto nero. Baba B. è circa 1,65 m. di vita accolta e tenuta stretta con i denti, incurvata dal trascorrere dei giorni; ha un viso che mostra tutta la sua fierezza e forza, che non nasconde i segni del tempo che è trascorso, che è stato goduto, che è stato faticato.
Le donne anziane, le nonne in Kossovo, sono facilmente riconoscibili non tanto per la loro vecchiaia ma quanto per il fazzoletto che avvolge la loro testa: le nonne albanesi portano un fazzoletto bianco, le nonne serbe lo hanno nero e le nonne rom colorato. Il fazzoletto da portare in testa è un importante e bel segno per me: svela la forza e la solidità delle radici, delle tradizioni e dei segni. Fazzoletto che manifesta tutta la potenza di una vita vissuta intensamente, senza evitare nulla, senza tralasciare nulla; pregno di ogni gioia, di ogni dolore, di ogni goccia di sudore, di ogni fatica, di ogni sorriso, di ogni lutto, di ogni separazione, di ogni nascita … pregno di vita! Baba B. è stato uno dei primi accompagnamenti di J. (serbo), S. (albanese), E. (egiziano) e F. (italiano): un gruppo di giovani che crede nella possibilità di scardinare la violenza in se stessi, nelle relazioni, nella vita di tutti i giorni, che ha rischiato sulla propria pelle il sognare e vivere la nonviolenza, che era disposto a “giocare” la propria vita per ciò in cui credeva insieme ed affianco a coloro che fino a poco tempo prima erano i nemici che si odiavano e si volevano uccidere, insieme erano disposti a rischiare e morire.
In un clima di postconflitto “imposto dall’alto”, dove le ferite, le violenze e le lacerazioni erano molto vive nei ricordi, negli sguardi, nelle lacrime e negli occhi di tutti, un clima di paura, di diffidenza, di mancanza di libertà, di odio. In un clima dove muoversi in alcuni luoghi voleva dire rischiare di morire e dove a volte anche la scorta della Kfor non fermava le uccisioni ed i pestaggi. In questo clima i 4 giovani rischiavano la loro vita per accompagnare le persone a svolgere le normali attività della vita quotidiana. I primi accompagnamenti, i primi tentativi di far qualcosa, di sperimentarsi, di credere nella costruzione di uno stato dove ci potesse essere la convivenza pacifica, i primi passi nel superare il dolore della guerra, le ferite interne, i pregiudizi … i primi tentativi di darsi fiducia reciproca, di credere e vivere la fiducia, la riconciliazione, la pace… Il rischio era reale e forte e così ogni accompagnamento aveva un piano di fuga in caso di tafferugli, dove si scappava e poi ci si ritrovava in un luogo “base”, un piano per proteggere la persona accompagnata, e un piano per chi parlava, in che modo. Ovviamente i sentimenti di paura, di rischio, di timore erano forti ed acuti in alcuni momenti. In questo clima Baba B. voleva essere accompagnata al mercato a fare spese, e voleva essere accompagnata da loro perché aveva la certezza che con loro non le sarebbe successo niente.
Da Goraždevac (enclave serba) Baba B. ed i suoi 4 accompagnatori vanno a Peja-Peć (città vicina a maggioranza albanese) e va al mercato. Lei donna anziana serba, completamente vestita di nero, riconoscibile da molto lontano come nonna serba va in un mercato albanese. Baba B. parla solo serbo. Ed al mercato Baba B. non contenta dei prezzi e della merce si mette a contrattare in serbo non a bassa voce … una nonna serba che contratta in un mercato albanese … tutti gli occhi, gli sguardi, la rabbia, la cattiveria, la sofferenza, la tensione ed il dolore della guerra erano palpabili e si concentravano in una nonna … tensione, paura …
I 4 ragazzi che potevano fare? In caso il clima degenerava e che fossero passati alla violenza, bastava una scintilla, che cosa fare? Baba B. era sicura e tranquilla, mentre i 4 ragazzi avevano molta paura e non sapevano come procedere e che cosa fare. Erano bloccati perché con lei sarebbe stato impossibile scappare e proteggerla da tanti troppi uomini arrabbiati sarebbe stato molto difficile … .Alla fine non è successo nulla e dopo che Baba B. ha fatto i suoi acquisti è stata riaccompagnata a casa.
Che donna! Potente e forte! Che esempio!
Per me è questo ciò che mi riporto nello zaino, il ricordo più forte che ho del Kossovo, questo racconto. La forza e la potenza di una nonna che insieme a 4 giovani ha sfidato le differenze etniche, l’odio che la guerra provoca, la rabbia, la violenza. Ancorata alle sue radici e forte del suo passato, ardita nel presente, credente in un futuro migliore. E’ il segno tangibile che un mondo di pace è possibile!
Grazie veramente per questo ricordo condiviso con me che mi dona un altro esempio concreto di come la nonviolenza sia la via e la pace si può costruire e realizzare.

Grazie!

Barbara