Diario dal Kossovo

In Viaggio


È notte balcanica. I confini mi hanno sempre affascinato. Attraversando i Balcani ho avuto modo di osservarne parecchi, di percepirne il significato, di avvertire le mutazioni legate ad essi, di toccarli “materialmente”. L’accezione diffusa di confine è però ben lungi da ciò che intendo: si confondono i confini con le frontiere, non si fanno distinzioni fra i termini. Finita la Slovenia, i confini si trasformano in frontiere. Il confine come semplice linea di demarcazione fra comunità politiche, fisso, stabile, accettato, dunque facile da sdrammatizzare o meglio, desacralizzare: è successo in parte dell’Europa. La frontiera, meno definitiva, meno stabile, meno accettata, più viva, avamposto dell’ostilità, materiale. L’ex Jugoslavia è l’esempio palese della mutazione inversa: si alzano muri, si attribuisce sacralità a semplici linee, che perdono fascino per chi come me le ha sempre osservate con curiosità.

Il vero netto cambiamento è palpabile all’ingresso in Serbia: dalla Slavonia (e le sue zolle di terra regalate ai vincenti giocatori della stella rossa di Belgrado da uno dei criminali più folli del folle conflitto dell’ex Jugoslavia) alla Vojvodina, spina nel fianco del governo serbo per le crescenti spinte autonomistiche. “Passaporti! passaporti” E giù dal pullman, fuori al freddo, in fila davanti alla cabina. All’interno la doganiera, immersa nel tepore del suo stanzino, getta uno sguardo alle nostre facce, batte qualcosa al computer, mette un timbro sul passaporto. Torniamo su.

Sale con noi la stessa donna che ha effettuato il controllo. Mi fissa, mi dice di aprire lo zaino.

È seria, austera, occhi di ghiaccio e veste una divisa più grande di lei. Si rivolge a me in modo telegrafico, pronunciando parole secche che io cerco di interpretare. I doganieri sembrano fatti tutti così, ma pare che i serbi abbiamo un piglio più severo, sembrano quasi incazzati.

Svuoto lo zaino, la guardo in modo interrogativo mentre esamina con perizia i miei ringo aperti e mezzi sbriciolati, i giornali, i fogli bianchi perché ancora da riempire. Smetto di chiedermi cosa stia cercando quando la sua attenzione si focalizza sulla dispensa di “elementi informativi per volontari in Kossovo”. La doganiera sembra prendere vita, chiede in giro di tradurre il contenuto in serbo..qualcuno spiega timidamente che sono semplici informazioni, ci prova anche Manlio con tranquillità, ma non serve.

Di nuovo giù, noi italiani. Tirando fuori gli altri bagagli dalla stiva, spieghiamo che siamo volontari di un’associazione, diretti in Kossovo, nulla di più. Si ammorbidiscono un po’ quando sentono “Goraždevac”.

Ci trasferiscono negli uffici, con gli zaini al seguito: i ragazzi da una parte, con un paio di poliziotti, le ragazze dall’altra, con la doganiera. Appese al muro, le facce di Mladic e Haradinaj - wanted – ci osservano e il cervello inizia ad elaborare: le missioni internazionali, l’Aja, l’ingresso nell’Unione Europea, il Kossovo, le facce incazzate.

Un po’ alla volta entriamo in uno stanzino spoglio e semibuio. Attesa, tensione. Ad attenderci, un paio di poliziotti dai volti duri, zigomi alti e capelli rasati, tute blu, cinturoni corredati di pistola e grosse torce, anfibi consumati e ben stretti, grossi stemmi e bandiere sulle spalle. In maniera approssimativa ci controllano i bagagli. Noi infreddoliti, loro svogliati e assonnati, costretti ad eseguire gli ordini di qualche superiore fin troppo zelante. Così, vista la situazione, osservando sul pavimento solo biscotti, calzini, dentifricio e nutella, il ragazzo sforzandosi di parlare italiano sdrammatizza chiedendomi se ho un fucile nascosto da qualche parte. Sorridiamo. Dopo qualche minuto siamo sul pullman, stavolta si riparte.

In qualche modo mi scuso coi passeggeri sentendomi in colpa per il tempo perso alla dogana, tuttavia ci accoglie una solidarietà inattesa.

Notte inoltrata.

Novi Sad, Belgrado,Kragujevac.

Le città serbe di notte sono strane, almeno per me. La neve scende copiosa, le strade vuote sono illuminate da ampie insegne in cirillico. I palazzi alti e grigi. Sembra di stare in Russia, anche se non l’ho mai vista, la Russia.

Alle prime luci del mattino una tetra Kralijevo ci accoglie. Stazione degli autobus, puzzo di diesel. C’è anche il furgone rosso sbiadito di M., pittoresco faccendiere che ci traghetterà fino a destinazione, perché quelli che attraversiamo sono territori fluidi, mobili, contesi, poco definiti.

Osservo i miei compagni, sistemati alla meglio, fra il sonno e la veglia: chissà se stanno sognando, chissà quali storie hanno alle spalle, chissà cosa si aspettano.

Una delle bambine di M. mi fissa, la noto e subito si nasconde. Mi guarda ancora con aria interrogativa poi mi sorride. Mi sorride anche sua madre, in modo molto contenuto, un po’ malinconico. Il furgone sbuffa, sferraglia, sorpassa. Non riesco o non voglio dormire, la mia mente cattura una serie di immagini ed elabora una metafora dopo l’altra.Fuori la campagna, le colline, i fiumi in piena e i campi allagati. Ovunque il fango, sterpaglie, spazzatura. Ai bordi della strada dissestata, case in costruzione, giardini con cataste di legname e fieno e piccoli orti ancora coperti dalla neve, vecchie zastava smontate e poggiate su mattoni, distributori di benzina e negozi improvvisati in piccole baracche. Percepisco un senso di abbandono e precarietà. Vedo il bianco della neve, il marrone della terra, il grigio del cielo, dei volti, della situazione.

Gli unici colori accesi, quelli delle bandiere, come ad assorbire tutto il resto, schiacciandolo sotto il loro peso.

LS