Dalla radio una speranza

Diario dal Kossovo

Sono le 6 di sera di lunedì quando entro nella sede di Radio Gorazdevac dove ho appuntamento con D., il ragazzo di 24 anni che dirige le attività della radio e che ha accettato di incontrarmi per  una piccola intervista. Il paese è già immerso nel buio da un paio d’ore visto che, come spesso avviene da queste parti, manca la corrente. La sede della radio è rischiarata solo dalle luce di un paio di candele. D. ha 24 anni, studia giornalismo all’ università di Belgrado e ci mette subito a nostro agio (me e Nikolina, una ragazza croata anche lei volontaria di Operazione Colomba che, conoscendo perfettamente la lingua, fa da traduttrice per l’ occasione). “La radio è nata nel 2000- comincia a raccontare D.- subito dopo la fine dei bombardamenti della NATO. Durante la guerra molti serbi sono scappati lasciando le loro case e Gorazdevac è uno dei pochi villaggi nel quale hanno abitato serbi sia durante che dopo il conflitto. 

Le persone che vivevano qua non ricevevano alcun tipo di informazione su ciò che avveniva fuori dall’ enclave. Così mio padre M. ha avuto l’ idea di aprire una radio, in modo da creare un ponte tra i serbi e l’ esterno. Il suo obbiettivo era quello di portare informazioni alle persone chiuse qua, ha affittato alcune attrezzature da Belgrado e ha dato vita a Radio Gorazdevac”.  Per la popolazione serba che è rimasta a vivere in Kossovo la vita non è semplice, non possono muoversi liberamente e vivono rinchiusi in piccoli villaggi. “Nella radio- continua D.- hanno sempre lavorato solo giovani, erano tutti volontari  e non ricevevano alcuno stipendio. Lavoravano solo per amore dell’ informazione e del proprio popolo. Grazie a questi ragazzi ora siamo uno dei più grandi media della regione”. Da qualche anno infatti Radio Gorazdevac è entrata a far parte dell’ associazione KOSMA (Kossovo Media Associations), un network che raccoglie le 5 radio serbe più importanti del Kossovo e che permette la diffusione quotidiana dei vari programmi in tutta la Regione.
“La radio è ancora il mezzo di comunicazione più importante per la popolazione serba. Nel 2000 addirittura non c’ era possibilità di poter vedere la televisione in lingua serba, così la radio era seguita praticamente da tutti. Anche ora, che la gente ha la possibilità di scegliere se ascoltare la radio o guardare la televisione, siamo molto seguiti”.
“Molti dei media in Kossovo- prosegue- lavorano male, non sono obbiettivi nel fare informazione e c’ è il rischio che provochino tensioni. Questo non è l’ obbiettivo del giornalismo. Quello che è successo il 17 marzo del 2004- quando una falsa notizia riguardante la morte di alcuni bambini albanesi, trasmessa dalla televisione RTK, provocò un’ondata di violenze contro la popolazione serba che portò all’ incendio di alcuni villaggi e alla distruzione di chiese e monasteri- è dovuto alla non obbiettività dei media. La non imparzialità dei mezzi di comunicazione è trasversale, riguarda sia i media albanesi che quelli serbi. Questa cosa può creare problemi, il compito dei media è di fare informazione non di fare politica”. In questo periodo, che vede prossimo il termine dei negoziati riguardanti lo status del Kossovo, alcuni media confermano quello che D. ha detto. Una televisione albanese, ad esempio, trasmette 24 ore su 24 il conto alla rovescia del tempo che rimane fino al 10 dicembre, giorno nel quale termineranno i negoziati.
“Sono preoccupato- conclude- cose come queste possono provocare grandi disordini”.
Lentamente, senza che me ne renda conto, l’ atmosfera nella stanza cambia. D. non parla più di media e di informazione, comincia ad aprirsi e raccontarsi. Sarà forse perché siamo quasi coetanei o perché qualche sera prima abbiamo bevuto una birra insieme, o forse perché è semplicemente umano comunicare le proprie emozioni. “Qua la vita è un libro senza fine. Tutti i giorni si scrive una pagina nuova, ma a volte queste pagine non raccontano belle storie. A volte sono storie molto tristi”. Il tono della sua voce cambia e i suoi occhi, rischiarati dalla luce delle candele, fissano costantemente i miei. “Il 13 agosto 2003 sono morti due ragazzi qua a Gorazdevac. Erano al fiume che facevano il bagno quando dal bosco sono partite le tre raffiche di mitra che li hanno uccisi. Sono stato il primo giornalista ad arrivare sul posto, ma non vorrei mai esserci andato. Come giornalista era mio dovere fare il servizio da mandare in onda alla radio, ma uno dei due ragazzi era un mio compagno di scuola. Appena arrivato ho visto lo sguardo delle persone che erano presenti, uno sguardo fuori dal tempo e dallo spazio. Pensavo di poter fare il servizio. Quando ho visto quello che dovevo raccontare ho praticamente perso il contatto con il mondo. Mi sono ripreso solamente quando mi hanno chiamato dalla radio per avere il pezzo. In quel momento è arrivata la paura: la paura di non riuscire ad essere obbiettivo e di non riuscire a tenere fuori le emozioni dal servizio. Per poter fare il mio lavoro, mi sono fatto violenza. Ora, quando riascolto quel servizio, sono contento di non aver lasciato trasparire nessuna emozione. Ho fatto del mio meglio per raccontare solo la verità, perché questo è il modo migliore per aiutare le persone”.
“Dopo quel giorno la vita a Gorazdevac è cambiata- prosegue D.- la gente si è chiusa qua dentro e non vuole aprirsi all’ esterno”.
Al momento i contatti tra la comunità serba e la popolazione albanese sono estremamente rari.
Lo sguardo di D. diventa più disteso quando ci confida che “ultimamente telefonano alla radio per richiedere musica non solo serbi, ma anche bosniaci e pure qualche albanese. Ora uno degli obbiettivi della radio è tentare di avvicinare nuovamente le due comunità”.
In questo periodo di tempo passato qua a Gorazdevac avevo sentito parlare più volte di D. e della sua radio, ma non credevo di incontrare un ragazzo così maturo e, allo stesso tempo, un giornalista così preparato. Mentre parla sembra quasi che il ruolo di giornalista gli sia cucito addosso come una seconda pelle. Da alcuni volontari di Operazione Colomba avevo sentito dire che poco tempo fa era stato addirittura minacciato di morte a causa di una inchiesta che aveva condotto e che aveva destato molto scalpore. Quando gli chiedo se le voci che avevo sentito corrispondevano alla realtà, sul volto di D. compare un sorriso che mi fa capire quanto per lui sia importante il lavoro di giornalista. “Sono venuto a sapere che alcune persone potenti di Gorazdevac usavano in maniera sgradevole il proprio potere, rubando i medicinali che Belgrado mandava per rifornire la farmacia del villaggio. Mi dava molto fastidio sapere che certa gente andava in giro con macchine molto costose, mentre la gente richiusa qua in questo ghetto non aveva medicinali. Così- continua ridacchiando-  mi sono messo ad investigare per conto mio. Inizialmente facevo domande a gente che apparteneva alla cerchia di questi potenti, poi ho cominciato a chiedere informazioni pure a medici ed avvocati. Ottenute le informazioni necessarie ho cominciato a comporre il mosaico. Così pian piano ho capito che chi aveva il compito di portare i medicinali qua a Gorazdevac, li rubava e li rivendeva ad una farmacia privata in Serbia. Ho fatto un servizio che ho mandato in onda sia in radio che in televisione. Appena rientrato in casa mi hanno telefonato dicendomi che presto avrei avuto quello che mi meritavo: un proiettile in testa. Nei giorni seguenti ho ricevuto ancora alcune minacce, ma erano solo parole. Per me l’ inchiesta non è ancora finita, finirà solo quando ci sarà qualcuno che si troverà davanti ad un giudice e risponderà del furto dei medicinali”. Sentire queste parole uscire dalla bocca di un ragazzo di soli 24 anni, mi riempie di speranza e di fiducia. Speranza in un futuro migliore per il Kossovo e fiducia nei giovani che lo dovranno costruire. Sono quasi due ore che parlo con D., la corrente non è ancora tornata e la programmazione serale della radio molto probabilmente non verrà trasmessa. Rischiarati dalla luce delle candele lo saluto e lo ringrazio per aver avuto l’ opportunità di intervistarlo. Lui mi guarda sorridendo e mi dice: “Questa è la mia terra ed il mio villaggio. Questo è il posto al mondo in cui mi sento a casa. Tutti dovrebbero sentire questo e lavorare per migliorare ciò che hanno. La gente non deve ascoltare i politici, con i loro discorsi pieni di odio e di convenienza politica sono i responsabili della situazione attuale. L’ unica cosa che la gente deve fare è vivere senza pregiudizi,  liberi dall’ odio etnico. Solo così si potrà avere un futuro migliore”.  

Mingo