Diario dal Kossovo
Ci sono momenti, la maggior parte, in cui la storia sembra decisa in uffici irraggiungibili, in cui a scriverla sono ministri, presidenti, diplomatici e soprattutto interessi economici, lobby, e corporazioni dei più svariati tipi. Di Kossovo si discute a Vienna, si discute a Bruxelles e a New York e se ne riempiono la bocca rappresentanti di tutti gli stati.
Perché in gioco non c’è solo il futuro della regione e dei suoi 2 milioni di abitanti. In gioco c’è una posta pesantissima, c’è un possibile precedente giuridico che rischia di scompigliare la geografia e la politica di moltissimi stati, rischia di diventare l’antefatto dello scardinamento di un principio basilare del diritto internazionale: quello cioè che la modifica dei confini statuali attraverso il ricorso al principio di autodeterminazione dei popoli non è giustificata.
L’indipendenza del Kossovo è una soluzione che andrebbe in direzione opposta a questo principio e diventerebbe l’esempio a cui qualsiasi minoranza nazionale presente all’interno di uno stato potrebbe richiamarsi per rivendicare la secessione. In una prospettiva di tale portata, la vicenda dello status del Kossovo assume una rilevanza che va ben oltre lo spazio balcanico.
In questo dibattito ai piani alti, la voce della gente del Kossovo stenta a sentirsi. E non si sente non perché non abbia un’opinione o perché non sia in grado di decidere per se stessa. Semplicemente perché sono altri a decidere per la gente comune. Certo le persone possono andare a votare, e d’altronde la democrazia rappresentativa ci viene raccontata come il migliore dei sistemi politici. Solo che se la propria opinione non viene rappresentata da nessuno dei partiti in lizza, ecco che la voce rimane strozzata, rimane un lamento a mezza gola che si prova ad esprimere non andando a votare o annullando la scheda o accontentandosi del meno peggio. Ma non può essere questa la vera democrazia, il “governo del popolo”. Non può essere una protesta, non può essere un voto di ripiego.
Prima delle elezioni politiche dello scorso novembre in Kossovo, dai commenti di alcuni dei miei amici kossovari, ho colto questo malessere. Come in uno scenario tristemente già visto, l’omologazione della politica, la mancanza di una alternativa reale. Le differenze tra i programmi dei partiti che si riducono a dettagli, sfumature.
Sono stati giorni particolari quelli della campagna elettorale dello scorso autunno. Per qualche settimana il Kossovo si è messo il vestito buono, la realtà è stata coperta da una patina di promesse e proclami e le strade si sono riempite di lavori in corso, puntualmente abbandonati la mattina successiva al voto. E’ in quei giorni che ho colto netto quel solco che separa politici e politicanti dai sorrisi ebeti sui manifesti elettorali, in giro a stringere mani, immergersi in bagni di folla e fare promesse e la gente che tira a campare, i sommersi e gli schiacciati, che non arrivano a fine mese, che non hanno lavoro e non hanno soldi e spesso si lasciano abbagliare. Come in un film tristemente già visto, il riccone corrotto che qui si chiama Bexhet Pacolli lancia la campagna contro la corruzione e promette di risolvere i problemi con grandi opere in mezzo al nulla. L’idea, questa volta, dicono, è quella di un canale che colleghi il Kossovo al Montenegro, per portare nientemeno che il mare in Kossovo.
Poi però per fortuna ci sono giornate in cui la gente comune si riappropria della scena per far sentire forte la propria voce e ti ronza per la testa la certezza che invece sia proprio la gente comune a costruirla la storia. Il 30 novembre e il 1° dicembre scorso io ho avuto netta questa sensazione.
Una delle parti del progetto di Operazione Colomba in Kossovo si chiama “Percorso di elaborazione e analisi del conflitto”. Concretamente si tratta di un gruppo di ragazzi di età comprese tra i 16 e i 29 anni che assieme cercano di trovare piccole soluzioni ai grandi problemi del Kossovo. Sono albanesi, rom, egiziani, ashkalia e bosgnacchi della città di Peja/Peć (e alcuni di altre aree del Kossovo) e serbi dell’enclave di Goradevac, dove i volontari di Operazione Colomba vivono dal 2003.
Nella fase iniziale del percorso, all’inizio del 2005, i due gruppi si riunivano separatamente. Ognuno dei 2 gruppi ha scelto un’ingiustizia da analizzare e ha fatto un’analisi di tale ingiustizia. Successivamente i due gruppi si sono incontrati ed hanno esposto l’uno all’altro la propria analisi.
Dopo una fase di condivisione del vissuto personale, il cui obiettivo era che i ragazzi si conoscessero e si raccontassero gli uni agli altri, i due gruppi hanno iniziato a collaborare attivamente, occupandosi in particolar modo del problema dell’odio interetnico.
Non esiste, che io sappia, nessun altro gruppo del genere in Kossovo. Ragazzi di tutte le etnie che da anni lavorano assieme per provare assieme a costruire una prospettiva migliore per il Kossovo.
Il patto che è stato fatto con loro prima di iniziare questo percorso è stato che sarebbero stati loro a decidere se, quando e in che termini rendere nota la loro presenza. Niente strumentalizzazioni, niente pubblicità da parte nostra sul nostro lavoro con loro.
E dopo 3 anni, nello scorso mese di novembre, i ragazzi hanno deciso di rendere nota per la prima volta la loro presenza all’esterno.
Hanno deciso di farlo in un momento particolare per il Kossovo, ovvero a poche settimane dal 10 dicembre, data che sembrava avrebbe potuto rappresentare un momento critico e nella quale si temeva l’esplodere di violenze e disordini. Un momento in cui alcuni canali televisivi in un angolo dello schermo 24 ore su 24 trasmettevano il conto alla rovescia dei giorni che mancavano al 10 dicembre, che secondo le dichiarazioni rilasciate a caldo da Thaçi dopo essere uscito vincitore dalle elezioni di metà novembre, avrebbe potuto essere la data della dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Kossovo.
I ragazzi hanno deciso di veicolare la loro preoccupazione per la situazione critica che ne sarebbe potuta nascere attraverso un’azione che esprimesse la loro voglia di pace e il rifiuto della violenza.
L’azione che hanno pensato era composta da due parti: innanzitutto l’ideazione di adesivi con uno slogan a favore della pace da appiccicare in città e a Goradevac e poi la realizzazione di 2 feste, una a Peja/Peć e una a Goradevac, a cui avrebbero partecipato tutti i membri dei due Gruppi e durante le quali sarebbe stata lanciata la campagna “Sostieni la pace”, per lanciare soprattutto ai giovani un messaggio di pace e coinvolgerli nell’attaccare gli adesivi.
La partecipazione dei ragazzi è stata entusiasta già dagli incontri iniziali in cui abbiamo scelto gli slogan e la grafica per gli adesivi. La frase che si è deciso di inserire negli adesivi è stata: “Attenzione! Non c’è violenza tra noi. Sostieni la pace”.
Nella settimana precedente ci siamo divisi in gruppi più piccoli, per seguire i vari aspetti della preparazione delle feste: il gruppo per la decorazione delle sale, il gruppo per la preparazione del discorso con il quale durante le feste si sarebbe lanciato il messaggio e la campagna, il gruppo responsabile della gestione delle bevande e quello responsabile degli aspetti tecnici, come la musica e le luci.
E’ stato incredibile vedere con quanto entusiasmo tutti abbiano partecipato anche a questi incontri, vedere che quello che stavano facendo era qualcosa che gli apparteneva, qualcosa che sentivano loro. Queste le parole di un ragazzo egiziano del gruppo della città: “E’ stato straordinariamente bello e l’abbiamo fatto noi!”.
Durante le feste diverse persone ci hanno fatto notare come per molti di loro quella fosse la prima festa dal ‘99 a cui partecipavano sia serbi che albanesi in cui non fossero presenti i militari della KFOR.
Per la prima volta dal ’99 una festa “normale”. Niente scorta, niente soldati, ma un gruppo di ragazzi e ragazze di tante etnie che si ritrovano assieme per ballare e divertirsi. Sembra una cosa talmente banale per noi. Ma non lo è per la gente del Kossovo… non lo è più.
Mentre dal 1999 i serbi e gli albanesi non hanno più avuto modo e spazio per incontrarsi, questi ragazzi il modo e lo spazio l’hanno cercato e trovato e hanno deciso di lavorare insieme. Un’idea di pace che ha preso vita e a cui tutti assieme, i ragazzi e noi, abbiamo fatto prendere forma, insieme alla voglia di dire la propria, di far sentire le proprie idee, di sfogare le proprie paure e speranze, di avere voce in capitolo nella creazione di questo Kossovo che quando uscirà dal limbo di indefinitezza in cui da quasi 9 anni è rinchiuso, qualsiasi cosa sarà, vogliono che non sia mai più luogo di violenze ma un posto in cui albanesi, serbi, rom, egiziani, turchi, ashkalia, gorani, bosgnacchi e croati possano vivere pacificamente assieme. E poi che sia un posto in cui i giovani possano avere la possibilità di sperare in un futuro, senza bisogno di emigrare all’estero, in cui a tutti siano garantiti i diritti fondamentali, il diritto all’istruzione, il diritto di trovare un lavoro onesto, il diritto di condurre un’esistenza dignitosa, di pensare al proprio futuro nella propria terra.
E noi abbiamo il dovere di lavorare quotidianamente per aiutare questi ragazzi a far diventare realtà quello che a molti può sembrare oggi solo un sogno.
Elena


