Cerajë, Bistricë, Koshtovë

Diario dal Kossovo

Persone normali che vanno a vivere a fianco di altre persone normali in momenti belli e meno belli, è questo il corpo nonviolento di pace che sogno.

12-12-2007
Sono tre villaggi albanesi nel comune di Leposavić (a maggioranza serbo), gli ultimi tre villaggi abitati da persone albanesi nel nord del Kossovo.
In tutto ci abiteranno oggi massimo 300 persone in una cinquantina di case. Nel 2006 sono state ricostruite 25 case, altre persone erano tornate anche prima nei cosiddetti ritorni spontanei.

 I tre villaggi sono stati completamente distrutti nel 1999 quando sia l’esercito regolare che truppe paramilitari serbe sono entrati nei villaggi, sono state uccise circa 15 persone, 2 massacrate e una persona è ancora dispersa.
I circa 1000 abitanti dei paesi di allora si sono nascosti nelle vicine montagne per tre mesi, un periodo molto difficile, avevano fame e paura.
Le due persone massacrate sono state uccise “a guerra finita”, la NATO era già entrata in Kossovo da circa una settimana, siamo a metà giugno 1999, e due ragazzi giovani di 17 e 24 anni sono voluti scendere dalle montagne a prendere un po’ di cibo e vedere come era la situazione, non sono mai tornati, sono stati trovati qualche giorno dopo tagliati a pezzi.
In questi tre villaggi l’UÇK non c’è stata, come ci dice la gente, lo avevano deciso insieme, “per dare meno pretesti ai serbi di vendicarsi sui civili”.
 Una ragazza (non so se anche altre persone) è in ogni modo partita con l’UÇK a combattere nella Drenica, lei è morta in combattimento. Anche un responsabile del comune di Leposavić ci conferma questo, dice che loro non hanno mai avuto problemi con le persone di questi tre villaggi, ne prima e durante ne dopo il conflitto armato. Dice anche, però, che le truppe dell’esercito e quelle paramilitari non erano composte da persone della zona, e questo in parte lo confermano anche nei villaggi. Sembra che siano partiti dai villaggi vicini, l’esercito regolare aveva anche una volta avvisato una persona di non andare in quella direzione perché li c’erano i paramilitari….
 
Scrivo tutto questo per farvi sentire, almeno in parte, cosa vuol dire abitare qui, la guerra sembra finita ieri, i racconti sono talmente vivi. Negli ultimi otto anni le persone qui non sono praticamente più andate nel loro comune di Leposavić, solo alcuni capo villaggio, di solito ora la gente va a Mitrovica sud per fare la spesa.
Forse anche per il fatto che tutto sommato Mitrovica è lontana 30 min e Leposavić 20, che la gente è anche meno incentivata ad affrontare la paura di andare nel comune, seppur proprio, abitato da serbi.
Negli ultimi tre mesi ci sono state due bombe sulla strada in direzione dei villaggi e una vicino ad una fascina di legna che qualcuno stava andando a prendere. Su questi eventi, parlando anche con la responsabile UNMIK (Missione in Kossovo delle Nazioni Unite) per le minoranze, risulta non essere nemmeno chiaro chi abbia messo le bombe, se i serbi o gli albanesi stessi.

 Siamo stati anche a Leposavić ad incontrare l’amico di un nostro amico, rappresentante del comune, e a visitare l’ufficio UNMIK per le minoranze.
I comuni serbi sono molto resistenti nei confronti della presenza dell’ UNMIK, infatti a giugno 2006 sono usciti dalle istituzioni e non accettano più soldi da loro, tranne quelli destinati per le minoranze.
Camminare per Leposavić è molto bello, è una cittadina piccola, di circa 6000 abitanti. Qui mi sembra di respirare quello che deve essere stata la vita più o meno di com-presenza di prima della guerra.
Col fatto che l’UNMIK non è molto presente, qui la segnaletica delle vie e delle strade è rimasta ancora quella vecchia, la città non è stata distrutta molto nel conflitto e la differenza si sente. Sul negozio di fronte al comune, sulla strada principale, in grandi lettere grigie si legge “Prodavnica – Shitoria”, come se fosse del tutto normale, sulla casa a fianco il “via dal Kossovo del 1389, il Kosovo è Srbija” mi fa tornare alla realtà di questa terra contesa anche a suon di slogan nazionalisti davvero assurdi.

Tornati nel villaggio, le famiglie si sono mostrate molto interessate a sapere le novità sulla città: come era, cosa c’era di nuovo, come eravamo stati accolti e cosi via. Come se la città, nonostante tutto, fosse un pezzo di loro che ora gli manca e di cui in un certo senso cercavano di riappropriarsi attraverso noi, come una finestra aperta ad un mondo altrimenti chiuso. Per certe cose, per certi versi, questi tre villaggi sembrano Goraždevac al contrario, e Leposavić sembra un po’ Peja-Peć.
In questi giorni facciamo tante visite alle famiglie per conoscere più persone e possibile e per farci conoscere. Ovunque veniamo accolti con la stessa frase “sentitevi come a casa vostra, come membri di questa famiglia, le nostre porte sono aperte a voi”. Sembra quasi ci aspettino, con una grande voglia di raccontare, di sentire, di accogliere, di far vedere.
“Noi qui siamo lontani sia da Pristina che da Leposavić, da lì si sono dimenticati di noi, nessuno viene per vedere come stiamo. E invece voi venite fin dall’Italia per stare con noi, è importante che siete venuti.”
Il capo villaggio, che è stato il nostro primo contatto, aveva da subito capito molto bene quale era l’idea che ci spingeva a venire qui e ha fatto un ottimo lavoro coinvolgendo praticamente tutte le persone di questi tre villaggi. La nostra presenza sembra veramente una cosa condivisa e apprezzata da tutti. Qui il sistema del capo villaggio sembra ancora molto valido e rispettato.

F., ex-professore, ora malato di cuore e quindi disoccupato, vive con sua moglie e una figlia a Cerajë, sono tornati con l’ultimo progetto di ritorni nel 2006… dopo sette anni di nuovo a casa loro. Ci racconta la sua storia, come è scappato in fretta e furia portandosi dietro solo due album di fotografie, che ci fa vedere con molto orgoglio. “Prima della guerra avevo 21 cravatte, sapete, e 24 abiti completi, anche una piccola biblioteca con tanti libri.” Gli chiediamo dell’UÇK, che abbiamo visto la foto di una ragazza in divisa sulla lapide in centro a Bistricë. “Si, Fatime è andata a combattere con l’UÇK, ma è andata in Drenica e li è morta. Non è tanto grave, è morta in combattimento, una persona armata contro un’altra persona armata, è giusto. Non è giusto invece uccidere civili, noi qui non avevamo le armi, perché dovevano uccidere le persone qui nei villaggi?”. “Il cielo qui è uno e la terra anche, quello che ci divide è la lingua e la religione, ma la religione non è un problema, Dio è uno, dobbiamo vivere come persone e non ucciderci. I nostri figli devono crescere nel rispetto per l’altro.”
F. ci fa anche fare un giro intorno alla casa, ci fa vedere i campi che una volta erano tutti coltivati e ora non più, o perché mancano i mezzi o perché la gente non è tornata o perché i campi sono troppo vicini alla strada ‘Mitrovica-Leposavić’ e quindi la gente non si sente sicura.
La vita qui sicuramente non è facile e il contatto con “l’altra parte” oggi praticamente non c’è. Le persone qui sono in parte anche molto dure e consapevoli delle proprie origini. Si aspetta l’indipendenza – che arriverà fra poco come ci dicono – “il momento dove finalmente tutte le sofferenze degli ultimi 2000 anni troveranno un loro compenso” cosi ci raccontano. Allo stesso tempo non si nasconde una certa preoccupazione su una possibile reazione dell’altra parte, che invece spera – tanto quanto gli uni sperano nell’indipendenza – che il Kossovo rimanga formalmente parte della Serbia.
Siamo qui dal 9 dicembre, venuti per vivere a fianco alle persone in vista del 10 dicembre, data della presunta fine dei negoziati della Trojka (UE, USA e Russia).
La gente ci ha accolto in maniera spettacolare, sembra un sogno. Allo stesso tempo sento che questi 10 giorni qui con Matteo, Consuelo, Marco e Gianpiero, forse sono solo l’inizio di una cosa che sta per nascere – o forse un altro piccolo passo nel lungo cammino verso un corpo civile e nonviolento di pace. Siamo in 15 persone di Operazione Colomba in questi giorni, in quattro posti diversi: Goraždevac, Belo Polje, Klokot e il trio Cerajë-Koshtovë-Bistricë, a fianco alle persone che in questi giorni rischiano la vita, indifferentemente dal fatto che siano serbi, albanesi o di altra etnia.

15-12-2007
Il tempo vola, fra tre giorni si chiude la presenza qui, è una settimana che siamo qui e domani cominciamo già il giro degli “arrivederci”. Mi sembra troppo poco il tempo che siamo stati, appena il tempo di cominciare a conoscere le persone, di prendere il primo contatto con l’ufficio minoranze UNMIK o conoscere persone in città a Leposavić. Ma forse attraverso la nostra presenza siamo riusciti comunque a smuovere qualcosa, la KFOR è in allerta e ha avvisato il suo quartiere generale, giornalisti sono venuti, la responsabile UNMIK del comune è venuta due volte, forse solo ordinaria amministrazione, ma mi piace pensare che nel nostro piccolo siamo riusciti a spostare un po’ di attenzione su questi tre villaggi qui.
La gente sembra felice di vederci, ci accoglie come vecchi amici ovunque andiamo. Ci raccontano, condividono con noi e noi con loro.
Vorrei stare ancora, non andarmene martedì, vorrei conoscere meglio le persone qui e costruire contatti con le persone di Leposavić. Sento che mi mancheranno molto le persone di qui, ci hanno aperto i loro cuori e le loro case, e poi per me è la prima volta che “apro una presenza”. Sono tante le emozioni, tensioni, paure, gioie, tristezze, non pensavo di riuscire a fare tutto questo.
Invece è stato un periodo molto particolare e bello, con un gruppo bellissimo, tre villaggi lontani da tutto ma con delle persone grandi e speciali. Per fortuna la tensione per la quale eravamo venuti all’inizio si è andata pian piano dissolvendo e le possibili violenze non si sono verificate.
Rimane l’impegno di rimanere in contatto, di chiamare, tornare forse una volta al mese e – spero tanto che non sarà necessario – tornare qui nel caso si dovesse di nuovo alzare la tensione.
Vorrei tornare per mille altri motivi, per stare vicino alle persone, vedere se potrebbe essere possibile andare insieme a Leposavić, conoscere la città, camminare insieme per ricercare quello che una volta era normale e, chissà, venire al matrimonio di A. quest’estate.


23.12.2007
Sono tornata a casa, alla vita di pre-natale, con fatica abituo il mio cervello e il mio cuore a tornare qui con me, ripenso spesso a queste ultime settimane.
Alla grande tensione che era sulle facce di tutti un mese e mezzo fa, alle persone che ci dicevano che volevano fare le valigie il 9 dicembre sera per essere pronti a scappare se fosse stato necessario, ai nostri amici che ci chiedevano di venire a dormire a casa loro in quel periodo, all’articolo su internet che parlava di Klokot e delle persone di li che non si sentivano protette dalla KFOR americana, all’idea di Fabrizio di andare noi ad abitare con quelle persone, all’incontro al Gruppo Studio dove abbiamo cercato di dare ai ragazzi la possibilità di parlare delle loro preoccupazioni di quel momento… un incontro molto teso e difficile con L. che diceva che se la gente di Goraždevac aveva paura, allora sicuramente anche le persone albanesi a nord di Mitrovica avevano paura…
Penso spesso all’email che parte e chiede l’adesione alla nostra azione, 15 persone che si rendono disponibili, i contatti con i vari villaggi dove volevamo andare, le paure e le tensioni dei ragazzi dell’equipe conflitto, le tensioni mie e di Elena che non avevamo mai lavorato nell’emergenza e Fabrizio che cercava di spiegarci e forse non potevamo capire.
E poi siamo partiti, in quattro presenze, per stare vicini alle persone e mettere in pratica quello che dovrebbe essere un corpo civile di pace. Le nostre quattro presenze erano, anche se lontane, molto legate tra loro, davano un senso completo di cosa vuole dire stare vicino alla gente che ha paura.

Ieri sera mi ha chiamato B. per sentire come stavamo. Mi ha colpito tantissimo, è stata la prima persona che abbiamo conosciuto e alla quale abbiamo spiegato l’idea della nostra presenza. All’inizio era un po’ diffidente, cercava di capire bene cosa volevamo fare, a un certo punto è cambiato tutto, aveva capito ed è rimasto colpito. Senza il suo aiuto e sostegno la nostra presenza non sarebbe andata cosi bene, e soprattutto non sarebbe stata capita cosi bene.
B., prima di andare via, a casa sua ha voluto raccontarci, farci vedere, ha portato tutte le sue foto. Ha aperto un album dove c’era la foto di una ragazza giovane, poco più di 20 anni, occhi sorridenti, capelli lunghi, mi guarda e mi dice “ti assomiglia, quando ti vedo mi ricordi lei, il modo in cui stai seduta sul divano con le gambe incrociate e il tuo modo di fare.” Sulla foto dopo c’è la stessa ragazza in uniforme UÇK, “è morta in Drenica, combattendo, è mia sorella”.
Poi ci fa vedere le altre foto, le case distrutte dei tre villaggi, le foto dei villaggi di come erano prima, la scuola, campi, lui quando era nell’esercito jugoslavo, foto di una vita normale. “La vita qui negli ultimi 20-25 anni non è stata facile, sono anche stato in prigione per motivi poco comprensibili.
Non ho mai abbassato la testa, questo è vero, ho fatto più di 2 anni di prigione, tra il 1987 e il 1994. Ho dimenticato come si sorride. Oggi sono qua, sono tornato subito dopo la guerra con la mia famiglia, mia figlia aveva sette settimane. La mia famiglia, i mie tre figli, sono la mia gioia. Cerco di essere felice per loro, perché loro possano avere un futuro migliore del mio”.
B. è una persona molto chiusa, ma con uno sguardo che ti colpisce dentro, ha la faccia seria, non sorride spesso, ha degli occhi profondi e pieni di speranza e amore. “Nel 1999 avevamo un sistema di ronde, gente dei tre villaggi si era messa in cima alla collina per vedere come era la situazione e ci avvisavamo a vicenda. Ma qui non abbiamo avuto l’UÇK o le armi. Anche io nel 1999 facevo quello che fate voi, andavo a dormire a casa di persone che avevano paura, soprattutto giù a Cerajë dove state voi oggi. È importante che siete venuti, forse sarà ancora più importante che voi tornate a febbraio o marzo se ci sarà bisogno”.
Questa frase non mi lascia, spero di tutto cuore che non ce ne sarà bisogno, ma se ce ne dovesse essere, dobbiamo essere pronti a tornare e ad essere, se possibile, anche più numerosi, non 15 per tutto il Kossovo, ma di più, persone normali che vanno a vivere a fianco di altre persone normali in momenti belli e meno belli, è questo il corpo nonviolento di pace che sogno.